Abbiamo ereditato un casino! Il paragone nella politica americana

Al di là di quelli già visti in un precedente articolo, ci sono altri fattori di distinzione fra gli uomini politici e fra i loro partiti. Per esempio, si possono confrontare passato e presente in riferimento all’attività amministrativa da loro svolta.  (seconda parte, leggi la prima)

Come hanno raccontato Alberto Cattaneo e Paolo Zanetto, “per gestire la campagna elettorale del 1972, il presidente uscente Richard M. Nixon decise di non affidarsi a società esterne, ma di internalizzare tutto il processo […] Fu così che nacque il November Group”. Esso “iniziò a definire la vera e propria strategia di comunicazione […] composta di soli cinque punti”. Il terzo consigliava di “presentare il presidente come un uomo che ha ereditato un ‘casino’. Ogni volta possibile, bisogna ricordare al pubblico il triste stato delle cose che esisteva quando il presidente si è insediato, in contrasto con la situazione relativamente migliore che esiste oggi” (1).

Ronald Reagan si rivolse direttamente all’elettore così: “Chiedi a te stesso, stai meglio oggi di quanto stavi quattro anni fa?” e fece scuola. Infatti Bill Clinton si ispirò a lui in un discorso, come ha riconosciuto nella sua autobiografia: “Il 14 agosto [2000], serata inaugurale della convention democratica, […] fui chiamato sul podio […] Dissi che le elezioni dovevano rispondere a una semplice domanda: ‘Vogliamo dare continuità a questo progresso e a questa prosperità?’. Invitai i democratici ad applicare il criterio di valutazione enunciato da Reagan nel 1980 per stabilire se un partito debba rimanere al potere: ‘Stiamo meglio oggi di otto anni fa?’ […] Dal pubblico si levò un boato. Stavamo meglio e non solo dal punto di vista economico. I posti di lavoro erano in aumento, ma anche le adozioni. L’indebitamento era diminuito, ma anche le gravidanze di adolescenti. Stavamo diventando una società più diversificata e al tempo stesso più unita” (2).

L’antitesi tra unità e divisione si delinea in un intervento di Barack Obama: “Se si passa del tempo a Washington, si sente tanto parlare delle divisioni presenti nel nostro paese, di un divario crescente di natura geografica e ideologica, razziale e religiosa, di ricchezza e opportunità. E ci sono molti politici che cercano di trarre vantaggio da tali divisioni, mettendo gli americani gli uni contro gli altri, o indirizzando messaggi diversi a interlocutori diversi. Ma avendo viaggiato in tutto il paese negli ultimi mesi, non sono rimasto colpito dalle differenze: piuttosto, mi hanno impressionato i valori e le speranze che condividiamo. Nelle grandi e nelle piccole città, uomini e donne, giovani e anziani, bianchi, neri e gialli, tutti gli americani condividono la medesima aspirazione verso sogni semplici” (3).

I seguenti casi si trovano nella narrazione della propria vita, fatta da Bill Clinton:

“L’avversario democratico di [Frank] Holt alle primarie era Jim Johnson. ‘Justice Jim’, come amava essere chiamato […] Il messaggio di Justice Jim era la versione aggiornata di un vecchio ritornello del Sud per elettori bianchi in tempi di incertezza economica e sociale: ‘Voi siete bravi, onesti e timorati di Dio; loro stanno minacciando la vostra vita; non dovete cambiare, la colpa è tutta loro; eleggetemi e sarò al vostro fianco così come siete e farò passare loro le pene dell’inferno’. L’eterna divisione politica: noi contro loro. Era meschino, brutto e decisamente controproducente per quelli che ci credevano, ma – come vediamo ancor oggi – quando la gente è scontenta e insicura, spesso funziona”

“Dedicai gran parte della mia vita pubblica al tentativo di ricomporre la spaccatura culturale e psicologica che, a Chicago, si era allargata fino a diventare un abisso. Penso di aver fatto molte cose buone, ma più cercavo di mettere insieme la gente, più ciò faceva imbestialire i fanatici della Destra. A differenza dei ragazzi di Chicago, essi non volevano che l’America ritrovasse l’unità. Avevano un nemico e volevano tenerselo”

“Poi feci appello all’unità nazionale. Era la parte più importante del discorso e conteneva principi in cui ho sempre creduto fin da ragazzino: ‘Questa sera ciascuno sa nel profondo del cuore che siamo troppo divisi. È ora di ricomporre l’America. E allora dobbiamo dire a ogni americano: guardiamo oltre gli stereotipi che ci accecano. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Tutti noi abbiamo bisogno degli altri. Non dobbiamo perdere nessuno. Eppure, troppo a lungo i politici ci hanno detto che noi siamo a posto, che quello che non va in America sono gli altri, l’altro. L’altro, le minoranze. L’altro, i liberal. L’altro, i poveri. L’altro, i senza casa. L’altro, i portatori di handicap. L’altro, i gay. Siamo arrivati al punto da altrizzare fino quasi al suicidio. L’altro, l’altro, l’altro. Ma questa è l’America. Qui non ci sono altri; ci siamo solo noi. Una nazione, sottomessa a Dio, indivisibile, libera e giusta per tutti’”

“Il giorno dopo [30 novembre 1995] mi recai a Belfast […] Mi rivolsi ai dipendenti e ad altre persone presenti alla Mackie International, un’azienda produttrice di macchine tessili in cui lavoravano cattolici e protestanti. Dopo che fui presentato da due ragazzi che volevano la pace, uno protestante e l’altro cattolico, invitai il pubblico a dare loro ascolto: ‘Solo voi potete scegliere fra la divisione e l’unità, fra un’esistenza difficile e la speranza di un mondo migliore’”

“Nel complesso, [i repubblicani] avevano condotto una campagna monotematica sull’impeachment, anche se in alcuni Stati avevano fatto parecchia propaganda contro i gay, dicendo che se i democratici avessero vinto al Congresso avrebbero obbligato tutti gli Stati a riconoscere il matrimonio gay. In Stati come Washington e l’Arkansas il messaggio era potenziato da fotografie di coppie gay che si baciavano o unite davanti all’altare di una chiesa […] Era gente che aveva sempre avuto bisogno di un nemico”.

Una variante dell’antitesi fra unità e divisione può essere considerata quella fra pace e guerra:

“[Yitzhak] Rabin si mosse verso il microfono. Sembrava un profeta del Vecchio Testamento, parlava in inglese e si rivolgeva direttamente ai palestinesi: ‘Siamo destinati a vivere insieme, sullo stesso suolo e nella stessa nazione. Noi, soldati tornati dalle battaglie coperti di sangue… diciamo a voi oggi, con voce forte e chiara: basta con il sangue e le lacrime. Basta!…’ […] Poi, citando il Qohelet, che i cristiani chiamano Ecclesiaste, Rabin disse: ‘Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire… un tempo per uccidere e un tempo per guarire… un tempo per la guerra e un tempo per la pace. Il tempo per la pace è arrivato’” (4).

È possibile che l’argomento del paragone produca risultati umoristici. Essi si ottengono, quando si esprime l’idea che di due elementi, entrambi di valore negativo, il primo è addirittura peggiore del secondo, il quale viene assimilato ad un terzo elemento di carattere positivo. I seguenti estratti dall’autobiografia di Bill Clinton chiariscono il concetto:

“Si profilò il collasso economico, quando i resti in sfacelo dell’economia sovietica furono esposti alle riforme del libero mercato, il che portò inflazione e la svendita dei beni statali a una nuova classe di affaristi straricchi chiamati oligarchi, in confronto ai quali gli abietti magnati dell’America di fine XIX secolo sembravano predicatori puritani”

“[Boris Eltsin] era cresciuto in un mondo difficile e rozzo, in confronto al quale la mia infanzia sembrava quella di Rockefeller”

“In confronto ai repubblicani che avevano assunto le redini del partito negli anni Ottanta e Novanta, Nixon era un progressista radicale” (5).

Tale nozione, che potremmo definire con il motto proverbiale “Al peggio non c’è mai fine”, emerge in un articolo sulla campagna di John McCain, candidato repubblicano nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2008, là dove si parla di “due ostacoli, che un cartello, sollevato davanti al palco da Ramona Bennet, pensionata democratica con il cappello di paglia, sintetizza perfettamente”: “Come George Bush ma più vecchio” (La Repubblica, 6 aprile 2008, p. 15).

Oltre che su una differenza, la comparazione può basarsi su un rapporto di uguaglianza. Questo secondo tipo si delinea nel racconto che Bill Clinton fece di un suo incontro con Nelson Mandela:

“Avemmo un colloquio particolarmente significativo. Dissi: ‘Madiba’, nome colloquiale tribale di Mandela che lui mi aveva chiesto di usare, ‘hai fatto una cosa splendida invitando i tuoi carcerieri alla cerimonia dell’insediamento, ma davvero non hai mai odiato chi ti ha tenuto prigioniero?’. Rispose: ‘Certo, per molti anni. Hanno preso gli anni migliori della mia vita. Hanno abusato di me fisicamente e mentalmente. Non ho potuto veder crescere i miei figli. Li odiavo. Poi, un giorno, mentre ero nella cava a spaccare pietre, capii che avevano preso tutto di me ma non la mia mente e il mio cuore. Quelli non avrebbero potuto prenderli senza il mio consenso. Decisi che non li avrei mai dati via’. Poi mi guardò sorridendo e aggiunse: ‘Non devi farlo neanche tu’. Dopo essermi ripreso da quell’esortazione, gli rivolsi un’altra domanda. ‘Quando sei uscito di prigione per l’ultima volta, non hai sentito l’odio montare di nuovo in te?’. ‘Sì’, rispose, ‘per un attimo. Poi mi sono detto: Mi hanno avuto per ventisette anni. Se continuo a odiarli, continueranno ad avermi. Volevo essere libero e così lasciai perdere’. Sorrise di nuovo. Questa volta non ebbe bisogno di dire: ‘E lo stesso devi fare anche tu’” (6).

In un articolo, ricordando quel dialogo, commentò:

“Fu un momento straordinario; mi cambiò la vita. Quando venni eletto, i repubblicani rimasero abbastanza sorpresi e decisero di attaccare la legittimità della mia presidenza dal giorno stesso dell’insediamento. È stata dura. Mi hanno attaccato per otto anni e quando hanno provato a togliermi il mandato, l’aiuto di Mandela è stato fondamentale […] Sapeva che stavo perdendo la testa per quello che mi avevano fatto, per come avevano trattato me, la mia famiglia e i miei amici. È stato terribile e la gente conosce solo mezza verità. Sapeva quanto mi sentissi furioso […] Mandela non saprà mai quanto mi ha aiutato in quel periodo. Per tenere la testa alta e andare avanti, mi è servito pensare che lui aveva passato anche di peggio […] Non si è mai tirato indietro” (7).

La persecuzione da parte degli avversari, benché in maniera diversa, dunque accomuna il leader sudafricano e l’ex presidente americano. Nella sua autobiografia, là dove si parla degli effetti politici della sua relazione con Monica Lewinsky, si dà risalto a un’altra corrispondenza fra due situazioni:

“Mentre i repubblicani intensificavano i loro attacchi contro di me, i miei sostenitori cominciavano a rialzare la testa […] Bernice King, figlia di Martin Luther […] disse che anche i grandi leader a volte si macchiano di gravi peccati e raccontò la storia di re David, che aveva fatto qualcosa di molto peggio rispetto a me: aveva organizzato la morte in battaglia del marito di Betsabea, soldato a lui devoto, per poterla sposare e poi aveva dovuto far ammenda per il suo peccato ed era stato punito. Non si capiva dove volesse andare a parare fino a quando non concluse il suo discorso così: ‘Sì, David commise un peccato terribile e Dio lo punì. Ma David rimase re’” (8).

L’intervento della sostenitrice dell’allora comandante in capo statunitense deriva la sua efficacia pure da altri meccanismi persuasivi, come il “precedente”. Secondo Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “si può presumere, fino a prova contraria, che l’atteggiamento precedentemente adottato – opinione espressa, condotta prescelta – continuerà in  avvenire, sia per il desiderio di coerenza, sia per forza di abitudine”. Poi gli autori si soffermano “sulla funzione dell’inerzia, sul fatto che la ripetizione di una stessa condotta non dev’essere giustificata, contrariamente a quanto succede per la deviazione e per il cambiamento e sull’importanza che per queste ragioni viene data al precedente” (9).

Inoltre si ricorre all’argomento a fortiori (“a più forte [ragione]”), ossia “quello che mira a provare che la tesi in questione ha delle ragioni ancor più forti, per essere ammessa come valida, di un’altra che già è stata ammessa come valida” (10).

In sostanza l’oratrice affermò che, se re David, nonostante la sua colpa tremenda, aveva continuato a governare il proprio Paese, tanto più il medesimo diritto doveva essere accordato a Bill Clinton.

Nella cronaca di un dibattito con Barack Obama a Los Angeles, per la nomination democratica per le presidenziali americane del 2008, un quotidiano italiano ha riportato di Hillary Clinton “la sua frase memorabile, quando le è stato chiesto come possa parlare di cambiamento, se negli ultimi vent’anni l’inquilino della Casa Bianca si è chiamato solo Bush o Clinton”. Ecco la risposta: “C’è voluto un Clinton per far pulizia dopo il primo Bush e penso che ce ne vorrà un altro per far pulizia dopo il secondo” (Corriere della Sera, 2 febbraio 2008, p. 6).

In tal caso il confronto è piuttosto articolato. Infatti emerge una duplice uguaglianza (tra “un Clinton” e “un altro” e tra “il primo Bush” e “il secondo”) e una duplice differenza (tra “un Clinton” e “il primo Bush” e tra “un altro” e “il secondo”).

Come hanno osservato Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “uno degli argomenti di paragone più frequentemente utilizzati è quello fondato sul sacrificio che si è disposti a compiere per ottenere un determinato risultato” (11).

Dunque, secondo Olivier Reboul, “consiste nello stabilire il valore di una cosa – o di una causa – attraverso i sacrifici che si son fatti o che si faranno per essa” (12).

I leader politici lo impiegano, per esempio, quando, per sottolineare il prezzo del loro incarico pubblico, ricordano la privazione costituita dal poco tempo dedicato ai propri cari. Così Barack Obama ha detto: “A volte, l’aspetto più duro del fare politica, per me, è non poter stare a casa quanto vorrei, per quanto sia fortunato nell’avere una moglie meravigliosa che riesce a tenere tutto assieme” (13).

Nell’antitesi tra pubblico e privato non sempre il primo prevale sul secondo. È possibile che si verifichi anche la situazione opposta. Si può addirittura abbandonare l’attività amministrativa, perché si riconosce la maggiore importanza della famiglia. È ciò che si racconta nel romanzo Colori primari, dedicato ad una campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti d’America. Ecco il passo relativo, che contiene lo stralcio di un’intervista:

“Governatore, perché ha lasciato, nel 1978?”.

“Le ragioni erano tante”, disse Picker cauto. “Allora ero molto più giovane, molto meno paziente. Mi sentivo frustrato per tutto il tempo e la fatica che ci voleva per portare a termine qualunque cosa” […] “E poi ci furono alcuni problemi personali”.

“Be’, suppongo che qualcuno prima o poi dovrà farle questa domanda, governatore”, disse Gumbel, […] “Che tipo di problemi personali?”.

“Problemi familiari”, disse Picker […]

“So che non deve essere facile per lei parlare di questa cosa”.

“No, infatti non lo è, Bryant. Ma immagino che faccia parte del gioco e quindi sarò franco, nella speranza che la gente rispetti la privacy della mia ex moglie, che non è una figura pubblica” […] “Il fatto è che mi feci prendere troppo dal lavoro di governatore e iniziai a trascurare la mia famiglia e così mia moglie si innamorò di un altro”.

[…]

“Lasciai la politica, in parte per vedere se sarei riuscito a salvare il mio matrimonio”, continuò. “Ma non ci riuscì. E allora feci l’unica altra cosa che potevo fare: decisi di essere il miglior padre possibile e cercai di fare in modo che i ragazzi sapessero di avere due genitori che volevano loro bene. Penso che se glielo chiedete, vi diranno che ce la siamo cavata” (14).

NOTE

(1) Alberto Cattaneo, Paolo Zanetto, Elezioni di successo. Manuale di marketing elettorale, Etas, 2003, p. 185-186.

(2) Bill Clinton, My Life, Mondadori, 2004, p. 991.

(3) Barack Obama, La promessa americana. Discorsi per la presidenza, Donzelli, 2008, p. 109.

(4) Bill Clinton, op. cit., pp. 93, 141, 446-447, 739-740, 886, 583-584.

(5) Bill Clinton, op. cit., pp. 539-540, 544, 639.

(6) Bill Clinton, op. cit., pp. 843-844.

(7) Bill Clinton, “Il nostro amico Nelson Mandela”, in La Repubblica, 24 settembre 2006, pp. 34-35.

(8) Bill Clinton, My Life, Mondadori, 2004, pp. 874 e 875-876.

(9) Chaïm Perelman, Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, pp. 114-115 e 395.

(10) Aldo Duro, Vocabolario della lingua italiana, Istituto della Enciclopedia Italiana, fondata da Giovanni Treccani, 1986.

(11) Chaïm Perelman, Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 269.

(12) Olivier Reboul, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 223.

13) Barack Obama, op. cit., pp. 88-89.

(14) Anonimo, Colori primari, Garzanti, 1996, pp. 284-285.