Caduta, conversione e salvezza nella narratologia contemporanea

Una disciplina più specifica, rispetto alla retorica, è la narratologia, che studia le logiche, le tecniche, i meccanismi della narrazione e si occupa quindi anche delle strutture narrative. Fra le altre, ne esiste una costituita dalla successione di tre fasi, le quali possono essere indicate con i termini “caduta”, “conversione” e “salvezza”, mutuati dalla tradizione cristiana. Si rileva in numerose storie raccontate nei testi letterari.

È possibile coglierne la presenza nel romanzo I Promessi Sposi, in una sequenza del secondo capitolo. Il protagonista va verso la casa della sua promessa, dopo aver saputo da don Abbondio dell’impossibilità di celebrare il matrimonio a causa dell’opposizione di don Rodrigo e si abbandona alla tentazione, rappresentata dal progetto della sua uccisione. “Renzo era un giovine pacifico e alieno dal sangue […]; ma, in quei momenti, il suo cuore non batteva che per l’omicidio […] Si figurava allora di prendere il suo schioppo, d’appiattarsi dietro una siepe, […] si figurava di sentire una pedata, quella pedata, d’alzar chetamente la testa; riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva la mira, sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava una maledizione e correva sulla strada del confine a mettersi in salvo”.

Tuttavia si allontana da tale proposito grazie a una memoria ben precisa: “‘E Lucia?’. Appena questa parola si fu gettata a traverso di quelle bieche fantasie, i migliori pensieri a cui era avvezza la mente di Renzo, v’entrarono in folla. Si rammentò degli ultimi ricordi dei suoi parenti, si rammento di Dio, della Madonna e dei santi, pensò alla consolazione che aveva tante volte provata di trovarsi senza delitti, all’orrore che aveva tante volte provato al racconto di un omicidio”. Così si salva. Infatti “si risvegliò da quel sogno di sangue, con ispavento, con rimorso e insieme con una specie di gioia di non aver fatto altro che immaginare” (1).

Un simile sviluppo può riguardare pure la vita di persone reali. Il vasto pubblico ne viene a conoscenza, quando esse sono sotto i riflettori, perché appartengono, per esempio, al mondo della politica. Negli Stati Uniti, nel corso del suo secondo mandato presidenziale (1997-2001), Bill Clinton fu al centro di uno scandalo, il cosiddetto sexgate. Nella sua autobiografia, così ha raccontato la caduta: “Durante il blocco degli uffici amministrativi, alla fine del 1995, quando i pochi a cui era consentito recarsi a lavorare alla Casa Bianca vi restavano fino a tardi, avevo commesso un terribile errore con Monica Lewinsky e avevo continuato a incontrarla in altre occasioni tra novembre e aprile. Nei dieci mesi successivi non l’avevo più vista, anche se di tanto in tanto ci eravamo sentiti al telefono. Nel febbraio 1997 Monica era tra gli ospiti a una registrazione serale del mio discorso settimanale alla radio; al termine mi intrattenni da solo con lei per circa quindici minuti”.

La conversione si manifesta per mezzo del pentimento: “Ero disgustato di me stesso e, in primavera, quando la rividi, le dissi che era tutto sbagliato, per me, per la mia famiglia e anche per lei e che non potevo più continuare”. E ancora: “Quanto avevo fatto con Monica Lewinsky era immorale e stupido. Me ne vergognavo profondamente”.

La salvezza si fonda sulla prospettiva di continuare a svolgere le funzioni di presidente: “Il 12 febbraio [1999] la mozione di impeachment venne respinta. L’accusa di spergiuro fu respinta per 22 voti e quella di ostruzione della giustizia per 17” (2).

Ugualmente George W. Bush compì un tragitto in tre stadi, passando dall’abuso di alcol all’adesione (chissà se autentica o finta) all’integralismo religioso dei “cristiani rinati” e all’elezione alla presidenza americana. Per precedere eventuali attacchi per la sua giovanile irresponsabilità, diceva: “Quando ero giovane e irresponsabile, ero giovane e irresponsabile”. Ricorreva alla prolessi, la figura retorica connessa all’argomentazione con la quale si previene un argomento, reale o immaginario, dell’avversario per confutarlo anticipatamente. In questo modo, inoltre, si dimostra di essere in grado di intravederlo prima della sua proposta, in quanto evidentemente manca di originalità. L’efficacia di tale affermazione, sicuramente suggerita da uno speechwriter, dipende anche dalla presenza della diàfora, il procedimento stilistico che consiste nella ripetizione di una parola o di una frase, ma con un nuovo significato o con una diversa sfumatura: magari la prima volta letteralmente e la seconda in senso figurato (“facevo cose, caratteristiche di chi è giovane e irresponsabile”).

Per un giornalista italiano, per vincere le elezioni negli Usa “serve una buona storia”. Per esempio, “lo smarrimento e la successiva redenzione […] è un tema capace di creare un’onda emotiva incredibile in una nazione che teorizza la Seconda Possibilità come un dogma religioso, visto che realizza la nobiltà della rinascita”. Perciò l’allora candidato repubblicano alla Casa Bianca, “ne ha fatto il suo cavallo di battaglia, essendo capace di presentare la macchia più evidente del suo passato – l’alcolismo – come la discesa all’inferno da cui, grazie alla ritrovata fede in Dio, è risalito ritrovando la retta via” (3).

Joe Biden, vicepresidente con Barack Obama dal 2009 al 2017, amava ripetere: “Mio padre mi ha insegnato che non importa quante volte cadi. L’importante è quanto in fretta ti rialzi”.

Pure le vicende di chi raggiunge il successo nel mondo dello spettacolo, diventano note a un vasto pubblico. Nel nostro Paese, Sara Tommasi è stata protagonista di una storia che rispecchia la struttura narrativa alla quale è dedicato il nostro articolo. Recentemente ne ha coraggiosamente parlato in due interviste: una al programma Le iene, trasmesso da Italia 1, in aprile e una al settimanale Vero, nel mese seguente.

Dopo aver lavorato in televisione e girato alcuni film, “a 27 anni – ha raccontato – qualcosa nella mia testa ha cominciato a non funzionare. È avvenuto tutto molto lentamente, senza veri e propri segnali forti che potessero mettermi in allarme”. Ne è derivata malauguratamente “una lunga discesa che mi ha portato diritta all’inferno” (4).

Sara ha vissuto una condizione di perdita di coscienza: “Non sapevo quello che facevo. Potevano propormi di tutto, tanto io non avevo minimamente la forza di reagire e ragionare. Ci sono state delle volte che sono stata letteralmente raccolta per strada, in stato confusionale, e portata all’ospedale con l’ambulanza” (VERO). Addirittura “ero un morto che camminava. Non ti ricordi chi sei, non sai dove andare, non sai prendere un taxi, non sai fare niente”. Poi, riferendosi alla sua recitazione in film pornografici, ha affermato con risolutezza: “Quelle cose non mi appartengono, non le avrei mai fatte […] Non ero assolutamente io”. Successivamente ha aggiunto: “Sono stata in ospedale cinque mesi contro la mia volontà e alla fine di questi cinque mesi non riuscivo a muovermi, a uscire, a vestirmi, cioè ero invalida. Pensavo di non uscirne da questa storia” (LE IENE).

A un certo punto alla caduta è seguita la conversione, che si è attuata attraverso la consapevolezza: “Mi sono ricordata chi ero. Vai a pensare che era un problema psichico! E invece in realtà avevo bisogno di aiuto” (LE IENE). E così “oggi tutto questo per me ha un nome: ho scoperto di essere affetta da una forma di bipolarismo che ha un carattere genetico” (VERO).

Alla fine, fortunatamente, è arrivata la salvezza: “È tutto bello adesso che ho riacquistato la salute, perché pensavo di non venirne più  fuori”. Invece, “sono ancora viva e sto bene”. Effettivamente “i farmaci hanno permesso che questo disturbo rientrasse e che quindi io ritornassi lucida, capace di intendere e di volere e di riprendere in mano la vita”. Tuttavia “la certezza non la possiamo avere, però a me sembra di sì, di esserne uscita completamente. Nel mio caso, se tu non ti curi, non segui delle regole, c’è la possibilità che la cosa esca e comunque riprenda e perda il controllo. Basta che non prendi i farmaci e perdi lucidità e ricomincia questo discorso. È una situazione comunque pericolosa” (LE IENE).

Specialmente quando Sara dice: “Potevano propormi di tutto, tanto io non avevo minimamente la forza di reagire e ragionare”, si capisce che ha incontrato degli individui che hanno approfittato della situazione di disagio in cui si trovava. Perciò colpisce l’assenza di risentimento nei loro confronti, che dimostra la riconquista di un grande equilibrio e rende ancor più totale il suo riscatto: “Non ce l’ho con nessuno […] Do la colpa soprattutto a me stessa. Potevo capire prima che c’era qualcosa che non andava bene” (LE IENE).

Nei testi narrativi un personaggio (o più di uno) svolge la funzione di aiutante del protagonista. Nelle vicissitudini di Sara Tommasi un simile ruolo, oltre che dai medici, è stato ricoperto da una persona in particolare: “Mia madre mi ha preso per i capelli. Senza di lei probabilmente sarei morta” (LE IENE) e “Non mi ha mai abbandonata, anche quando sparivo nel nulla per giorni e giorni: ha consultato diversi ospedali italiani e, grazie alla sua tenacia, ho iniziato le prime cure” (VERO).

NOTE

(1) ALESSANDRO MANZONI, I Promessi Sposi, a cura di FRANCA GAVINO OLIVIERI e PAOLO PULLEGA, Principato, 1990, p. 53.

(2) BILL CLINTON, My Life, Mondadori, 2004, pp. 833-834 e 912.

(3) MARIO CALABRESI, “Quattro storie per quattro candidati / così si racconta il sogno americano”, in la Repubblica, 31 agosto 2008, p. 11.

(4) La frase rimanda all’espressione latina “descensio ad inferos”, con la quale nell’analisi narratologica si indica metaforicamente una prova particolarmente difficile. Nell’opera manzoniana I Promessi Sposi Renzo ne vive una duplice nella Milano dei tumulti, dapprima e della peste, più avanti. Però le peripezie favoriscono la sua maturazione, al punto che, per la parte a lui relativa, si deve parlare di bildungsroman (romanzo di formazione).