Come trasformare un giudizio di valore in un fatto

Quali sono gli artifici retorici per trasformare i giudizi di valore in giudizi di fatto? Una cosa è dire di essere contro la guerra del Vietnam, un’altra è dire che il Vietnam costa ogni giorno come le tasse del New Hampshire di un intero anno. Divennero tutti pacifisti

Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, due studiosi che hanno avuto un ruolo fondamentale nella nascita di una nuova retorica, hanno constatato che “uno degli effetti importanti della presentazione dei dati è la modifica dello statuto degli elementi del discorso”. Fra i “differenti tipi di oggetto d’accordo […] alcuni di essi, si ritiene, godono dell’accordo dell’uditorio universale: sono i fatti, le verità, le presunzioni. Altri godono soltanto dell’accordo di uditorî particolari: sono i valori, le gerarchie, i luoghi”. Tuttavia “giudizi di valore ed anche sentimenti puramente soggettivi possono essere trasformati in giudizi di fatto per mezzo di artifici di presentazione” (1). Ciò avviene spesso nella comunicazione politica.

Qualche tempo fa, il settimanale Affari & finanza, supplemento del quotidiano la Repubblica, ha dedicato un interessante servizio a Brad Parscale, introducendolo in tali termini: “È la mente del ‘progetto Alamo’, il gruppo che ha operato per conto di Donald Trump sulla Rete durante le elezioni presidenziali statunitensi. Lancia strali su Twitter come il suo capo” (2).

In un box, a corredo dell’articolo principale, sono riportate alcune sue dichiarazioni pubblicate sui social media. Una peculiarmente costituisce una prova della fondatezza, se mai ce ne fosse bisogno, delle considerazioni degli autori del Trattato dell’argomentazione: “Sta diventando sempre più difficile per i democratici ignorare che l’economia sta prosperando con Trump”.

L’ultima proposizione (“l’economia sta prosperando con Trump”), estrapolata dal suo contesto linguistico, contiene chiaramente un giudizio di valore, ma, attraverso un artificio di presentazione (“sta diventando sempre più difficile per i democratici ignorare che…”), si tramuta in un giudizio di fatto.

Un analogo procedimento ha seguito Massimo Zedda, sindaco del capoluogo sardo e candidato di “Progressisti di Sardegna”, la coalizione di centrosinistra, alla presidenza della regione nelle votazioni del 24 febbraio 2019. Ha dato per scontata, ha prospettato come indiscutibile, una valutazione positiva della sua sindacatura, semplicemente rilevando l’impossibilità per gli avversari di sostenere il contrario: “In Sardegna sono sbarcati tutti: Di Maio, Salvini, Berlusconi, mancavano Godzilla e Jack lo Squartatore. Non ho sentito una sola parola contro la mia gestione del Comune di Cagliari” (3).

L’efficacia persuasiva non sarebbe stata ovviamente la stessa, se avesse affermato qualcosa come “la mia è stata una buona amministrazione”.

La metalepsi è una delle figure retoriche, che – come hanno specificato Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca – “possono facilitare la trasposizione di valori in fatti. ‘Egli dimentica i benefici’ per ‘non è riconoscente’; ‘ricordatevi della nostra convenzione’ per ‘osservate la nostra convenzione’, sono modi di attribuire una condotta a un fenomeno di memoria, permettendo all’interlocutore di modificare il suo atteggiamento pure avendo l’aria di aver soltanto migliorato la conoscenza dei fatti. Così ‘non vi conosco’, per ‘vi disprezzo’, trasforma il giudizio di valore in un giudizio di esistenza” (4).

Pierre Fontanier ne ha dato tale definizione: “Consiste nel sostituire l’espressione indiretta all’espressione diretta, cioè, nel fare intendere una cosa per [mezzo di] un’altra, che la precede, la segue o l’accompagna, ne costituisce un’aggiunta, una circostanza qualunque, o infine vi si ricollega o vi si rapporta in modo da richiamarla subito alla mente” (5).

Per esempio, per la consultazione elettorale del 1996, facendo un confronto, riguardo all’operato come premier, con il suo successore Lamberto Dini, Silvio Berlusconi constatò: “Le famiglie, alla fine del 1994, non pagarono una lira in più. Alla fine del 1995, tra manovre, manovrine e manovrette, hanno pagato 800 mila lire in più di tasse” (Famiglia Cristiana, 24 aprile 1996, p. 27).

Il riferimento a un risultato eccellente sottintendeva un apprezzamento per il proprio governo.

Nel corso della medesima campagna i partecipanti spesso utilizzarono in funzione oggettivante verbi come capire, accorgersi, sperimentare, sapere, avere chiaro, per limitarci a un piccolo campione.

Romano Prodi:

Gli elettori moderati capiscono che con questa destra, qualunque sia il candidato premier, una vittoria del Polo verrebbe pagata a prezzo altissimo dall’Italia” (Corriere della Sera, 20 feb­braio 1996, p. 3)

Tutti ormai hanno sperimentato l’inconsistenza delle sue [di Berlusconi] promesse” (Corriere della Sera, 23 febbraio 1996, p. 4)

“Quel che è successo [durante un’assemblea, alcuni commercianti considerati vicini al Polo delle Libertà gli impedirono di parlare] è servito a far capire agli italiani co­sa li aspetta se la destra vince le elezioni” (Corriere della Sera, 5 marzo 1996, p. 5)

“Davanti a Berlusconi non ho problemi. La gente capirà che, anche sul fisco, il centrosinistra è più serio” (Corriere della Sera, 23 marzo 1996, p. 6)

Tutti hanno capito che [Berlusconi] ormai è completamente ostaggio di Fini” (Corriere della Sera, 14 aprile 1996, p. 3)

“Il Polo ha promesso sgravi fiscali a pioggia e persino ha parlato di abolire la ritenuta alla fonte. Tutti si sono accorti che queste promesse veniva­no avanzate senza aver fatto i conti” (Famiglia Cristiana, 24 aprile 1996, p. 26)

Silvio Berlusconi:

“Noi do­vremmo chiedere che venga cambiata l’impar condicio, cioè l’assedio nei nostri confronti sia dei giornali che di un assetto dei commenta­tori televisivi che sono tutti dall’altra parte. La gente equilibrata sa come stanno le cose” (Corriere della Sera, 19 febbraio 1996, p. 2)

I cittadini sanno già quanto il mio governo ha fatto” (Famiglia Cristiana, 24 aprile 1996, p. 27).

Walter Veltroni:

“C’è stato un trasferimento di egemonia. La gente ora sa chi decide lì, chi è il vero capo: Fini, non Berlusconi” e “Io credo che la gente oggi abbia chiaro che se vince il Polo vince Fini” (La Re­pubblica, 15 febbraio 1996, p. 5).

Massimo D’Alema:

“Nell’Ulivo non avremo solo partiti, ma anche personalità rap­presentative di un’Italia moderata, di una borghesia che ha capito come questa destra ci porti fuori dall’Europa” (Corriere della Sera, 17 febbraio 1996, p. 2)

(rivolgendosi direttamente ai suoi av­versari nel corso del programma di Rai-Uno Porta a Porta): “Gli ascoltatori vi hanno capito… Anche le vostre interru­zioni sono un messaggio: trasmettono una grande carica di intolle­ranza, una cultura lontana dalla democrazia, che invece è esercizio paziente della capacità di ascoltare le ragioni degli altri” (Riportato in La Repubblica, 10 aprile 1996, p. 3).

È possibile trasformare un giudizio di valore in un giudizio di fatto pure mediante verbi (o sostantivi) denotanti sentimenti, emozioni, stati d’animo, ossia reazioni spontanee, che danno al discorso un carattere d’immediatezza, schiettezza e perciò rendono il suo autore degno di fede, di fiducia, in una parola credibile. Sempre limitatamente alla campagna elettorale del 1996 in Italia, ne sono prova alcuni casi.

Romano Prodi:

Mi sdegno del fatto che Berlusconi pensa di essere il destinatario del voto cattolico, quando ha fatto la sua fortuna, i suoi soldi, con una televisione che certamente non ha portato avanti i valori cattolici” (La Repubblica, 17 aprile 1996, p. 4)

“Nelle parrocchie si lamentavano: ‘Il Cavaliere pretende di rappresentarci, invece tra noi e lui non c’è niente in comune’. Insomma, chiedevano di essere difesi e ho sentito l’obbligo morale di reagire” (Corriere della Sera, 19 aprile 1996, p. 5)

Certo mi sono meravigliato che sia stato Berlusconi a sollevare questo argomento della famiglia. Non lo dico tanto per i suoi problemi familiari, che non voglio giudicare, quanto per il fatto di essersi arricchito attraverso le sue televisioni con largo uso di violenza, sesso e la proposta di modelli di comportamento che non potrebbero essere più agli antipodi dei principi cristiani. E poi farsi alfiere del cristianesimo!” (Famiglia Cristiana, 24 aprile 1996, p. 26)

Sentivo che Berlusconi stava strumentalizzando una categoria [quella dei commercianti] che si trova in una fase così critica e delicata” (La Repubblica, 28 marzo 1996, p. 2).

Silvio Berlusconi:

“Nel ’94 sono sceso in campo perché sentivo che la libertà e la democrazia erano minacciate” (Corriere della Sera, 16 marzo 1996, p. 6)

Mi fa sorridere Bossi quando si considera uno dei padrini del Labour Day, lui che il primo stipendio che ha visto in vita sua è quello da senatore” (Corriere della Sera, 17 aprile 1996, p. 2).

Massimo D’Alema:

“La Chiesa è tante parrocchie, tante organizzazioni di solidarietà e di volontariato, di assistenza. Se penso a questa Chiesa che vive in mezzo ai cittadini, alla Chiesa che parte­cipa ai problemi, ai dolori, alle disuguaglianze dei cittadini, la mia sensazione è che stia con l’Ulivo: la ragione è perfino ovvia, come potrebbe questo cattolicesimo della solidarietà stare dalla parte dei ricchi e dei prepotenti? Non è la sua parte” (Corriere della Sera, 31 marzo 1996, p. 2)

“Quando li vedo [i deputati di Alleanza Nazionale] saltare i banchi in Parlamento per picchiare chi non la pensa come loro, l’impressione non è proprio quella di un gruppo democratico, come i conservatori inglesi, ma di squadristi dell’MSI” (La Repubblica, 25 marzo 1996, p. 3)

“Francamente mi stupisco nel vedere una destra che si professa liberista proporre una misura [la detassazione dei titoli del debito pubblico] che, anche quando funzionasse, avrebbe l’effetto di spostare il risparmio delle famiglie dalle azioni ai Bot, cioè dalle imprese allo Stato” (La Repubblica, 20 marzo 1996, p. 4).

Si noti la presenza dell’avverbio “francamente”, con il quale si rafforza il messaggio grazie alla veridizione.

Riguardo al cambiamento di un giudizio di valore in un giudizio di fatto con una reazione spontanea, si rivela particolarmente efficace l’attacco di un editoriale pubblicato da un quotidiano: “Non nutriamo alcun pregiudizio verso l’onorevole Silvio Berlusconi, cui anzi talvolta accordiamo l’istintiva simpatia che merita chiunque svolga compiti enormemente superiori alle proprie possibilità” (6).

La sincerità dello stato d’animo (“l’istintiva simpatia”) fa sembrare rispondente alla realtà l’opinione esposta successivamente (“Berlusconi svolge compiti enormemente superiori alle proprie possibilità”).

Un’altra strategia di oggettivazione si attua attraverso frasi incidentali o parentetiche. In occasione delle elezioni europee e regionali del 13 giugno 1999, Silvio Berlusconi, relativamente ai rapporti con gli alleati, rilevò: “Sui problemi essenziali, sulle soluzioni da proporre per portare il paese fuori dalla crisi, nella quale l’ha trascinato la sinistra, non ci sono divergenze” (7).

In tal modo appariva indubitabile non solo la fase difficile dell’Italia, ma pure la responsabilità degli avversari.

In un annuncio pubblicitario di Forza Italia, concernente una raccolta di firme, nei giorni 16, 17 e 18 novembre 2007, per chiedere di “tornare a votare”, veniva riprodotta una dichiarazione di Silvio Berlusconi: “In democrazia, quando si è in presenza di una crisi politica irreversibile come l’attuale, la strada maestra è una e una sola: il ritorno alle urne”. Così il leader del centro-destra trasformava una sua convinzione personale sull’esistenza di “una crisi politica irreversibile” in un elemento certo.

Francesca Santulli ha osservato che “giudizi vengono presentati come fatti, quindi inseriti in un contesto di oggettività, mediante l’uso del passato remoto”, in quanto “in italiano, passato remoto e imperfetto sono tempi legati alla narrazione, mentre il passato prossimo è il tempo del commento. Gli eventi narrati, rispetto ai quali l’impegno del parlante è (almeno apparentemente) minimo, vengono sottratti dallo spazio della discussione, divenendo automaticamente ‘veri’. Anche in questo caso è chiaro che la possibilità di esprimere valutazioni, connotandole nello stesso tempo come realtà, è altamente funzionale al discorso politico, per stabilire un terreno comune di accordo con l’uditorio”.

Per esemplificare, la studiosa ha citato alcuni passi da un comizio, tenuto da Silvio Berlusconi a Gallipoli:

Misero lì come specchietto per le allodole un moderato, il volto tranquillizzante di Prodi”

“E fu lì che D’Alema […] profittò della situazione con un’operazione disinvolta, spregiudicata, un mercimonio […] Si issò a Palazzo Chigi contro la volontà democratica degli italiani”

“E noi ci trovammo e ci troviamo dentro un sistema che ho chiamato democrazia commissariata, dentro un inverno della democrazia…” (8).

Il grande pubblicitario americano Bill Bernbach dimostrò l’importanza dei fatti con un racconto: “Quando i sostenitori del senatore McCarthy andavano a bussare alle porte dicendo: ‘Sono un sostenitore di McCarthy: quello contro il Viet Nam’, la gente gli sbatteva la porta in faccia. Allora cominciarono a dire: ‘Il Viet Nam costa ogni giorno come le tasse del New Hampshire di un intero anno’. Divennero tutti pacifisti” (9).

Note

(1) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, pp. 194 e 195.

(2) Jaime D’Alessandro, “Brad Parscale, il guru social di Trump / ‘Così arriviamo a tutti gli americani’”, in Affari & Finanza, 4 dicembre 2017, p. 32.

(3) Riportato in la Repubblica, 5 febbraio 2019, p. 10.

(4) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 197.

(5) Pierre Fontanier, Les figures du discours, 1991, pp. 127-128, citato in Olivier Reboul, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, pp. 150-151. Su questa figura retorica si può leggere un articolo, pubblicato nel nostro sito il 13 luglio 2016 (“Le magie della metalepsi: da Manzoni a Craxi, passando per Wolkswagen”).

(6) Guido Rampoldi, “Quando il Cavaliere aprì a Milosevic”, in la Repubblica, 27 febbraio 2004, p. 1.

(7) Riportato in Donella Antelmi, “Politica e persuasione. Il ‘detto’ e il ‘non detto’ nell’editoriale”, in Marino Livolsi, Ugo Volli (a cura di), Personalizzazione e distacco. Le elezioni europee e regionali (1999), Franco Angeli, 2000, p. 138.

(8) Donella Antelmi, Francesca Santulli, “Risorse semantiche per la costruzione del consenso: il caso Berlusconi”, in COMPOL-Comunicazione politica, 2, 2002, pp. 180-181.

(9) Riportato in Mara Mancina, Bill Bernbach e la rivoluzione creativa. Il mito di un personaggio e di un movimento che hanno cambiato la storia della pubblicità, Franco Angeli, 2007, pp. 237-238.