Dalla regola del contraccambio al contratto programmatico

La regola del contraccambio, come ha scritto lo psicologo americano Robert B. Cialdini, “dice che dobbiamo contraccambiare quello che un altro ci ha dato […] Quindi, siamo obbligati a ripagare favori, regali, inviti e simili. È così tipico il fatto che ricevendo cose del genere ci si senta in debito, che ‘obbligato’ è diventato sinonimo di ‘grazie’ in moltissime lingue” (1).

A questa “arma persuasiva” ci si ispira spesso, in una campagna elettorale, nel tentativo di influenzare la decisione di voto. A tal fine il candidato propone un contratto programmatico: più precisamente, chiede il suffragio e a vantaggio dell’elettore, in cambio, offre il proprio impegno nel governo.

Una formulazione molto semplice e diretta si trova nella produzione discorsiva del democratico Al Gore, che ha partecipato, perdendole, alle elezioni presidenziali del 2000 negli Stati Uniti d’America:

“Ve lo dico questa sera: se mi affiderete la presidenza, combatterò per voi. Ve lo dico con tutto il mio cuore”

“Se mi affiderete la presidenza, so che non sarò sempre il politico più eccitante. Ma stasera vi prometto, lavorerò per voi ogni giorno e non vi abbandonerò mai”

“Se volete qualcuno che sia disposto a combattere per voi, vi chiedo il vostro sostegno, il vostro voto e, sì, la vostra fiducia e la vostra disponibilità a credere che possiamo fare la cosa giusta in America ed essere migliori per questo” (2).

Il romanzo Colori primari è dedicato alla corsa, per la presidenza degli Stati Uniti d’America, di Jack Stanton, che si può facilmente identificare in Bill Clinton (infatti, tra l’altro, è il governatore di un piccolo stato del Sud). Durante una riunione con il suo staff, in un momento di difficoltà con l’elettorato, sostiene la necessità di ristabilire l’intesa con esso: “Quella è la nostra gente. È per loro che ci stiamo dando da fare. Bisogna che qualcuno pensi a loro. Al momento sono indecisi. Non posso certo fargliene una colpa: figuriamoci, dopo tutte quelle porcherie che hanno sentito su di noi nelle ultime settimane… La loro è una decisione razionale, una decisione informata. Erano i nostri elettori, poi ci hanno abbandonato e adesso noi dobbiamo farli tornare. Bene. Ma come? Niente, tocca andare a parlare con quanta più gente possibile e rassicurarla che lavoreremo per loro notte e giorno. Se riusciamo a convincerli che stiamo dalla loro parte, che ci batteremo fino all’ultimo per i loro diritti, se ne fregheranno di tutto il fango che ci hanno tirato addosso. Vedranno la luce e verranno da noi”.

In un’altra parte dell’opera, il protagonista suggerisce un accordo ai lavoratori dei cantieri navali di Portsmouth: “Nessun politico riuscirà mai a ricreare i posti di lavoro del cantiere […] I lavori che richiedono i muscoli andranno dove i muscoli costano poco, cioè non qui da noi. Perciò, se tutti voi volete mettervi sul mercato e progredire, vi toccherà esercitare un’altra serie di muscoli: quelli che avete fra le orecchie […] E chiunque salga qui sopra e venga a promettervi il contrario, non parla schietto. Ma io non intendo insultarvi con un atteggiamento del genere. E vi dirò invece che tutto il paese dovrà tornare a scuola. Dobbiamo farci più furbi, dobbiamo imparare cose nuove. E io mi farò in quattro per darvi il modo di acquistare le competenze di cui avete bisogno. Il patto è questo: lavorerò per voi. Mi sveglierò ogni mattina pensando a voi. Mi metterò sotto, suderò sette camicie, non ci dormirò la notte per mettere insieme i soldi che servono a trasformare l’istruzione in un processo permanente, per darvi il sostegno che vi serve a progredire. Ma la fatica più grossa spetta a voi. Non è una cosa che possa fare io al vostro posto e so che non sarà una passeggiata”.

Più avanti l’io-narrante parla di uno “spot per il Colorado, nel quale Jack Stanton sciorinava a degli studenti di una scuola superiore una versione assai meno convincente del discorso che gli avevo sentito fare nella sede del sindacato a Portsmouth. ‘Nessun politico può offrirvi un futuro certo’, diceva, seduto su un banco con indosso un vestito scuro, di fronte a uno spaccato demograficamente corretto di adolescenti indenni da acne. ‘Dovremo competere duramente contro il resto del mondo per i lavori migliori. E siccome voglio che partiate bene in questa gara, mi impegnerò notte e giorno per fa sì che le nostre scuole e le nostre università non siano seconde a nessuna. Ma dovremo darci da fare tutti quanti’”.

Tuttavia la proposta di uno scambio deve essere formulata con estrema chiarezza, come dimostra il caso del senatore Don O’Brien, riportato nel romanzo Colori primari. Infatti si narra “di come fosse tornato dalla sua prima campagna per il Congresso, dopo aver perso e avesse ringraziato la sua vicina, la signora Aggie Murphy, per il sostegno e quella avesse detto: ‘Ma Donny, io non ho mica votato per te’. O’Brien, sconvolto, le rammentò che era andato al negozio per lei e aveva spalato gratis il suo vialetto per vent’anni e allora perché diavolo non aveva votato per lui? ‘Perché non me l’hai chiesto’, rispose lei (o, almeno, così raccontava lui)” (3).

Ma la storiella corrisponde alla realtà. Infatti, nell’autobiografia di Bill Clinton si legge: “Il New Hampshire è un piccolo Stato, […] con elettori che contano e sono molto ben informati, prendono sul serio il proprio compito e valutano attentamente i candidati e le loro posizioni. Per competere con successo, una buona organizzazione e spot televisivi efficaci sono necessari ma assolutamente insufficienti. Bisogna partecipare, inoltre, a una serie infinita di piccole feste private, meeting cittadini, raduni ed essere pronti a strette di mano fuori programma. Molti cittadini del New Hampshire non votano per qualcuno che non abbia chiesto personalmente il loro sostegno. Dopo tutti gli anni di esperienza politica in Arkansas, quel genere di campagna mi calzava come un guanto” (4).

Il contratto programmatico solitamente è orientato su due poli: il candidato (“io”) e gli elettori (“voi”). Invece, in due interventi fatti da Barack Obama per le elezioni presidenziali del 2008, essi risultano collegati in un tutto unico (“noi”):

“Questa campagna non può essere incentrata solo su di me. Deve essere incentrata su di noi, deve essere incentrata su quel che possiamo fare insieme […] Questa campagna deve essere incentrata sul recupero del senso di cittadinanza, della nostra consapevolezza di una meta comune” (5).

“E se voi siete pronti a votare per me, se siete pronti ad alzarvi con me, se siete pronti a fare campagna per me, io davvero credo che non solo noi vinceremo in Texas, ma vinceremo la nomination e le elezioni e noi, insieme, voi ed io, cambieremo questa nazione e il mondo” (6).

Una forma particolare di accordo è quella che consiste nel presentare sé stesso o il proprio partito come lo strumento per soddisfare una determinata esigenza. Bill Clinton si è rivolto ai sostenitori di un suo avversario nella corsa alla Casa Bianca, dopo averlo sconfitto, così:

“Sono ben consapevole che tutti quei milioni di persone che hanno fatto quadrato intorno alla causa di Ross Perot, volevano essere in un esercito di patrioti per il cambiamento. Stanotte io dico a loro: unitevi a noi e insieme daremo nuova vita all’America” (7).

Di solito la proposta di un patto viene avanzata dal candidato all’elettore, ma può avvenire il contrario. Nella sua autobiografia Bill Clinton ha esposto in proposito due eventi:

“Poi arrivammo a Center Point e lì avvenne uno dei più memorabili incontri della mia vita politica […] L’uomo da incontrare era Bo Reece, un sostenitore di lunga data […] Quando arrivammo davanti alla casa, il nostro Bo era seduto in veranda. Strinse la mano a Fulbright e a me […] Non appena ci fummo sistemati, gli disse: ‘Senatore, questa nazione ha un sacco di problemi. Ci sono tante cose ingiuste’. Fulbright annuì […] Poi Bo raccontò una storia che ricorderò sempre: ‘L’altro giorno stavo parlando con un coltivatore di cotone dell’Arkansas orientale che dà lavoro a un mucchio di mezzadri […] Così gli ho domandato: ‘Come stanno i tuoi mezzadri?’. E lui ha risposto: ‘Bé, se avremo un’annata cattiva, non guadagneranno niente’. Poi si è messo a ridere e ha proseguito: ‘Se invece avremo un’annata buona, non guadagneranno niente lo stesso’’ Bo fece una pausa e riprese: ‘Senatore, non è giusto e lei lo sa. Ecco perché abbiamo tanta povertà e tanti altri problemi in questa nazione. Se verrà rieletto, deve fare qualcosa’ […] Assicurò a Bo che, se fosse stato rieletto, qualcosa avrebbe cercato di fare e lui gli garantì il suo sostegno […] Bo Reece ebbe un forte impatto su Fulbright. Qualche settimana dopo, in un raduno elettorale a El Dorado, una città petrolifera dell’Arkansas meridionale pervasa da sentimenti razzisti e schierata a favore di Wallace, fu chiesto a Fulbright quale fosse il problema più grande che l’America doveva affrontare. Senza esitazione, rispose: ‘La miseria’. Ero orgoglioso di lui e grato a Bo Reece”

“Qualche giorno prima delle elezioni mi recai a New York per una raccolta di fondi programmata da tempo […] Mentre attraversavo la cucina dello Sheraton Hotel per raggiungere la sala da ballo, strinsi la mano a camerieri e cuochi, come facevo sempre. Uno di loro, Dimitrios Theofanis, mi coinvolse in una breve conversazione che fece di lui un amico per la vita. ‘Mio figlio di nove anni studia le elezioni a scuola e dice che dovrei votare per lei. Se lo faccio, voglio che renda libero il mio bambino. In Grecia eravamo poveri ma liberi. Qui mio figlio non può giocare da solo nel parco di fronte a casa o andare a piedi da solo a scuola perché è troppo pericoloso. Non è libero. Allora, se voto per lei, gli darà la libertà?’ Per poco non piansi. Avevo davanti un uomo a cui importava davvero quello che avrei potuto fare per la sicurezza di suo figlio. Gli dissi che i poliziotti di quartiere, che avrebbero pattugliato gli isolati e conosciuto i residenti, avrebbero potuto fare molto e che mi ero impegnato a finanziarne l’assunzione di 100.000” (8).

È inoltre possibile fare riferimento non al momento in cui l’accordo viene proposto, ma a ciò che segue alla sua accettazione. Ecco, al riguardo, due episodi, che hanno lo stesso protagonista, sempre ricavati dall’autobiografia di Bill Clinton:

“Quando i democratici del New Hampshire organizzarono una convention per ascoltare tutti i candidati, fui scortato sul podio da un gruppo di studenti […] Uno di loro mi colpì in modo particolare. Michael Morrison era sulla sedia a rotelle, ma questo non lo rallentava. Mi sosteneva perché era figlio di una madre single con un reddito modesto e credeva nel mio impegno per offrire a tutti i ragazzi l’opportunità di frequentare l’università e trovare un buon lavoro”

“La mattina di venerdì 18 febbraio, giorno delle elezioni, era gelida. Il giovane Michael Morrison, lo studente di Jan Paschal costretto su una sedia a rotelle, si svegliò presto per recarsi a una postazione di sondaggio. Sfortunatamente, l’auto di sua madre non partì. Michael era deluso ma non si lasciò scoraggiare. Con la sua sedia a rotelle a motore uscì nella fredda mattina, si portò fino al margine della strada scivolosa e percorse 3 chilometri nel vento invernale per presentarsi dove lo attendevano e prendere servizio” (9).

Al di là del semplice richiamo all’interno di un discorso, per dare al contratto programmatico una maggiore visibilità, esiste la possibilità di trasformarlo in uno pseudo-evento. Così Bill Clinton ha parlato di quello creato da un suo avversario:

“Alla fine di settembre [1994] Newt Gingrich radunò più di trecento repubblicani, fra deputati in carica e candidati, di fronte al Campidoglio allo scopo di sottoscrivere un ‘contratto con l’America’ […] per dimostrare che i repubblicani non erano capaci soltanto di dire ‘no’; avevano qualcosa di propositivo in agenda. Il contratto era una cosa inusuale nella politica americana. Tradizionalmente le elezioni a medio termine erano sempre state combattute seggio per seggio […] Era opinione comune che fossero i fattori locali ad aver maggior importanza. Gingrich, invece, era convinto che questa opinione fosse errata. Con coraggio, invitò il popolo americano a dare la maggioranza ai repubblicani, dicendo: ‘Se non rispetteremo quanto stabilito in questo contratto, mandateci pure a casa. Promesso’” (10).

In Italia, uno “dei cosiddetti pseudo-eventi, ovvero di quelle strategie finalizzate a condizionare a monte i media, inserendosi nelle loro stesse logiche e modelli operativi” (11), fu realizzato durante il programma televisivo Porta a porta, quando Silvio Berlusconi firmò il “contratto con gli italiani”, come gli era stato suggerito dal consulente americano Frank Luntz. Di lui una giornalista ha raccontato: “Nel 1994 ha firmato il miracolo della vittoria dell’elefante repubblicano al Congresso in piena era clintoniana. Nel gennaio 2001 varcò il cancello di Villa San Martino ad Arcore e in quaranta giorni confezionò la vittoria di Silvio Berlusconi”. Ma in un secondo momento ha criticato il successivo comportamento del leader del centro-destra: “Il contratto politico che io confeziono tra un leader e i suoi elettori non comprende solo promesse. Il mio metodo individua prima di tutto le priorità per gli elettori e poi faccio impegnare il leader su quei pochi ma fondamentali punti. Il contratto è una formula, un rito, un patto che lega profondamente il leader e i suoi elettori. Qui sta la tragedia: il contratto è una cosa importante e Berlusconi lo ha reso ridicolo e inutile”. E ancora: “Il contratto è un patto sottoscritto guardandosi negli occhi. Proprio perché inedito e inusuale in politica, è un momento di grande fiducia reciproca. Se si tradisce, è finita per sempre” (12).

NOTE

(1) ROBERT B. CIALDINI, Le armi della persuasione. Come e perché si finisce col dire di sì, Giunti, 1995, pp. 24. Lo abbiamo già visto in precedenti articoli: “Helmut Kohl, Romano Prodi e la regola del contraccambio”, pubblicato il 29 giugno 2017 e “La regola del contraccambio in politica”, prima e seconda parte, pubblicati rispettivamente il 20 dicembre 2017 e il 31 gennaio 2018.

(2) Tutti i passi sono riportati in CRISTIAN VACCARI, Il discorso politico nelle elezioni presidenziali Usa 2000, in sito web.

(3) ANONIMO, Colori primari, Garzanti, 1996, pp. 163-164, 183-184, 235, 264.

(4) BILL CLINTON, My Life, Mondadori, 2004, p. 402.

(5) BARACK OBAMA, La promessa americana. Discorsi per la presidenza, Donzelli, 2008, p. 11.

(6) Riportato in LUCIANO CLERICO, Barack Obama. Come e perché l’America ha scelto un nero alla Casa Bianca, Edizioni Dedalo, 2008, p. 138.

(7) Riportato in DONNA R. MILLER, NICOLETTA VASTA, La costruzione linguistica della comunicazione politica, CEDAM, 1997, p. 153. Alla stessa formula ha fatto ricorso Tony Blair: “Io dico questo alle persone di questo paese e soprattutto ai giovani: unitevi a noi in questa crociata per il cambiamento”.

(8) BILL CLINTON, op. cit., pp. 134 e 415. Nella prima vicenda Bill Clinton era un semplice militante democratico, che accompagnava un candidato nella sua campagna elettorale, nel 1968.

(9) BILL CLINTON, op. cit., pp. 407 e 416.

(10) BILL CLINTON, op. cit., p. 668.

(11) ROLANDO MARINI, FRANCA RONCAROLO, “Informazione e campagne elettorali: antiche sfide e nuove tendenze”, in CARLO SORRENTINO (a cura di), Il giornalismo italiano, Carocci, 2003 (anche in sito web).

(12) CLAUDIA FUSANI, “Il guru Usa che inventò il contratto / ‘Ha tradito gli elettori e ora perderà’”, la Repubblica, 16 febbraio 2006, p. 4.