Di Maio, Draghi e l’apodiossia

Alla fine della riunione della Banca centrale europea, tenuta il 25 ottobre a Francoforte, il suo presidente Mario Draghi, nella conferenza stampa, ha affermato la necessità di una riduzione del differenziale fra il tasso di rendimento dei titoli di Stato italiani e dei tedeschi, il cosiddetto “spead”. Luigi Di Maio, ministro del Lavoro, dello Sviluppo economico e vicepremier, ha commentato: “Siamo in un momento in cui bisogna tifare Italia e mi meraviglio che un italiano si metta in questo modo ad avvelenare il clima ulteriormente”.

Draghi, da uomo delle istituzioni che deve evitare ogni coinvolgimento nella polemica politica, non ha replicato direttamente, ma in un discorso alla Banque Nationale del Belgique, si è limitato a rilevare: “Se le banche centrali fossero meno indipendenti e il pubblico percepisse che la politica monetaria può essere condizionata, sarebbe messa a rischio la stabilità dei prezzi come negli anni ‘70”.

L’osservazione del presidente della Bce, da interpretare comunque come una risposta, sebbene implicita, all’esponente del governo, appare come un caso di apodiossia. Con tale termine si indica la figura retorica che consiste, per usare le parole di Olivier Reboul, in “un rifiuto argomentato di argomentare”. Lo studioso ha proposto un esempio: “Il celebre slogan del maggio ’68 ‘Siamo tutti ebrei tedeschi’ rispondeva a quanti sostenevano che il leader di sinistra Cohen-Bendit, essendo figlio non naturalizzato di ebrei tedeschi, non poteva dirigere un movimento politico francese. Lo slogan non rifiutava il dialogo, rifiutava il presunto accordo preliminare che gli avversari imponevano al dialogo (cioè che un uomo ebreo e tedesco non ha che da tacere): vogliamo invece discutere, ma non su questo piano!”. Il medesimo fenomeno si verifica “nello slogan americano Black is beautiful: rivendichiamo quello per cui voi ci disprezzate”. Come ha ricordato lo stesso Reboul, “nel corso del dibattito televisivo precedente alle elezioni presidenziali del 1981, Giscard d’Estaing disse a Mitterand: ‘Conosce il valore del marco di oggi?’. Mitterand, che senza dubbio lo ignorava, indovinò che Giscard voleva accreditarsi presso il pubblico come un economista serio, un esperto, un maestro in quell’ambito. E gli rispose per le rime: ‘Signor Giscard, non sono un suo scolaretto’. E non si parlò più del valore del marco per tutto il dibattito” (1).

Un’occorrenza si registrò pure in occasione della campagna elettorale del 1996, in Italia. A Silvio Berlusconi, che asseriva di aver deciso di dedicarsi alla politica, perché “la libertà e la democrazia erano minacciate”, Massimo D’Alema, utilizzando anche la preterizione, ribatté bruscamente: “Da chi? Io mi sono impegnato a non usare questi argomenti, non le dico, e Dio sa quanto mi costi, che qualcuno dei suoi alleati potrebbe minacciarla seriamente la libertà, smettiamola con queste cose” (Corriere della Sera, 16 marzo 1996, p. 6).

Nel romanzo Colori primari si narra di uno scandalo, provocato dalla relazione avuta in passato da uno dei candidati alla Casa Bianca, Jack Stanton, con la parrucchiera della moglie. Durante la preparazione dell’intervento dei due coniugi in una trasmissione televisiva, nella quale sicuramente se ne sarebbe discusso, uno dei consulenti politici suggerisce: “Si può raccontare la propria versione dei fatti e sfruttare la tensione del momento per mettere in imbarazzo l’intervistatore. Tipo: perché diavolo una brava persona come te si interessa tanto a queste chiacchiere? Perché vuoi nobilitare certe accuse? Qui siamo in campagna presidenziale: parliamo piuttosto di come va l’economia”.

Più avanti, nel corso dell’intervista, Stanton dice: “Mi fa specie che in un momento in cui il popolo americano ha ben altre cose di cui preoccuparsi e di cui vuole discutere, si venga distratti da… Sam, tu lo sai al momento attuale quanti mutui sono tecnicamente inestinti solo nel New Hampshire? Il venticinque per cento” (2).

“Un rifiuto argomentato di argomentare” fu opposto ai suoi interlocutori da uno dei più grandi comunicatori della storia. Come si racconta nel Vangelo secondo San Giovanni, “or gli scribi e i farisei conducono una donna, sorpresa in adulterio e, postala in mezzo, gli dicono: ‘Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora, nella legge Mosè ci ha comandato di lapidare tali (donne). Tu che ne dici?’. Questo lo dicevano per tendergli un tranello, per avere di che accusarlo. Gesù, però, chinatosi, tracciava dei segni per terra con il dito. Siccome insistevano ad interrogarlo, si drizzò e disse loro: ‘Quello di voi che è senza peccato scagli per primo una pietra contro di lei’. E, di nuovo, chinatosi, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, presero a ritirarsi uno dopo l’altro a cominciare dai più anziani e fu lasciato solo con la donna che stava nel mezzo”.

In effetti, Cristo contrappose all’argomento d’autorità (la legge di Mosè) l’argomento della ritorsione (un peccatore non può condannare un peccatore).

Nel capitolo quinto del romanzo I Promessi Sposi una forma di apodiossia è impiegata da padre Cristoforo, quando viene invitato a pronunciarsi su una questione concernente le regole della cavalleria: più precisamente, a giudicare il comportamento di un nobile. Così don Rodrigo gli espone il caso: – Un cavaliere spagnolo manda una sfida a un cavalier milanese: il portatore, non trovando il provocato in casa, consegna il cartello a un fratello del cavaliere; il qual fratello legge la sfida, e in risposta dà alcune bastonate al portatore. Dopo qualche titubanza, il frate replica: – Il mio debole parere sarebbe che non vi fossero né sfide, né portatori, né bastonate.

Davanti alle reazioni suscitate dalla sua affermazione, il cappuccino ricorre al silenzio. È possibile considerarlo come un esempio di ignoratio elenchi, la figura retorica consistente nel tralasciare la confutazione intenzionalmente e dunque come una variante del procedimento del quale stiamo trattando.

“I commensali si guardarono l’un con l’altro maravigliati.

– Oh questa è grossa! – disse il conte Attilio. – Mi perdoni, padre, ma è grossa. Si vede che lei non conosce il mondo.

– Lui? – disse don Rodrigo: – me lo volete far ridere: lo conosce, cugino mio, quanto voi: non è vero, padre? Dica, dica se non ha fatta la sua carovana?

Invece di rispondere a quest’amorevole domanda, il padre disse una parolina in segreto a sé medesimo: ‘queste vengono a te; ma ricordati, frate, che non sei qui per te, e che tutto ciò che tocca te solo, non entra nel conto’”.

[…]

“– Animo, dottore – scappò fuori don Rodrigo […] – Animo, a voi, che, per dar ragione a tutti, siete un uomo. Vediamo un poco come farete per dar ragione in questo al padre Cristoforo.

– In verità – rispose il dottore [Azzeccagarbugli], tenendo bandita in aria la forchetta, e rivolgendosi al frate, – in verità io non so intendere come il padre Cristoforo, il quale è insieme il perfetto religioso e l’uomo di mondo, non abbia pensato che la sua sentenza, buona, ottima e di giusto peso sul pulpito, non val niente, sia detto col dovuto rispetto, in una disputa cavalleresca. Ma il padre sa, meglio di me, che ogni cosa è buona a suo luogo; e io credo che, questa volta, abbia voluto cavarsi con un celia, dall’impiccio di proferire una sentenza.

Che si poteva mai rispondere a ragionamenti dedotti da una sapienza così antica, e sempre nuova? Niente: e così fece il nostro frate”.

 

NOTE

(1) OLIVIER REBOUL, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 173 e p. 23.

(2) ANONIMO, Colori primari, Garzanti, 1996, pp. 130 e 143.