Empatia: prove tecniche di Theresa May e buone pratiche dei presidenti americani

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 di Giorgio Matza

Il discorso d’insediamento del nuovo premier britannico Theresa May, come ha rilevato Flavia Trupia in suo articolo del 14 luglio, contiene l’anafora, l’epifora e la simploche. Queste, come le altre figure retoriche della ripetizione, possono svolgere la funzione di tecnica dell’insistenza, quando vengono utilizzate dall’emittente del messaggio per attirare o ravvivare l’attenzione del ricevente: più precisa­mente, per sottolineare un determinato elemento, ossia per rafforzare l’idea che si vuole esprimere (1).

Tutti i leader politici vi ricorrono. Per fare solo un esempio, ricavato però da un capolavoro dell’oratoria politica del Novecento, si trova una simploche (combinazione di anafora e epifora) nel discorso conosciuto con il titolo Io sono un berlinese, letto  dal presidente americano John F. Kennedy, il 26 giugno 1963, davanti all’edificio che ospitava il Senato di Berlino Ovest:

<Ci sono molte persone al mondo che non capiscono, o dicono di non capire, qual è la grande differenza tra il mondo libero e il mondo comunista. Che vengano a Berlino. Ci sono alcuni che sostengono che il comunismo è l’onda del futuro. Che vengano a Berlino. E ci sono altri che dicono che in Europa e altrove possiamo lavorare con i comunisti. Che vengano a Berlino. E ce ne sono addirittura pochi che dicono che è vero che il comunismo è un sistema perverso, però ci permette di fare progressi economici. “Lass’ sie nach Berlin kommen”. Che vengano a Berlino> (2).

Nell’allocuzione di Theresa May un’anafora, più precisamente l’iterazione del verbo “so” all’inizio di tre frasi successive (<So che lavorate tutto il giorno, so che state facendo del vostro meglio e so che a volte la vita può essere una lotta>), acquista un particolare significato, in quanto l’oratrice probabilmente vuole evidenziare la sua empatia (<capacità di immedesimarsi nelle condizioni di un altro e condividerne pensieri ed emozioni>) (3) nei confronti dei componenti delle classi meno elevate.

Attraverso quella che Anthony R. Pratkanis e Elliot Aronson hanno definito <condivisione di emozioni e sentimenti>, è possibile attuare una forte comunione fra i due poli della comunicazione. Relativamente alla produzione discorsiva di un presidente americano, i due studiosi hanno osservato: <Per Kathleen Hall Jamieson fu questa capacità – l’abilità di esprimere le emozioni correnti o quelle che ci piacerebbe avvertire – a fare di Ronald Reagan un presidente tanto persuasivo. I discorsi di Reagan descrivevano spesso le esperienze emotive di altri […] Esprimendo i nostri sentimenti comuni, Reagan offrì alla nazione un senso di unità> (4).

Un altro presidente americano, Bill Clinton, a proposito della sua partecipazione agli stati d’animo della “gente comune”, ha raccontato nella sua autobiografia:

<Per tutta la vita mi hanno affascinato le storie degli altri e ho voluto conoscerle, capirle e sentirle con il cuore>

<Ancor più della cultura politica, erano il prosciugamento economico e l’inevitabile conseguente trauma emotivo a farmi sentire come a casa in New Hampshire […] Molti erano disoccupati e veramente spaventati, temendo di perdere la casa e l’assicurazione sanitaria. Non erano certi di riuscire a mandare i figli all’università e dubitavano della solvibilità del sistema previdenziale nel momento in cui fossero andati in pensione. Sapevo come si sentivano, avendo conosciuto tanti abitanti dell’Arkansas in situazioni analoghe>

<E volevo che la gente sapesse che tutti possono far parte della famiglia americana: “Voglio dire qualcosa a tutti i bambini d’America che crescono senza padre o senza madre: so come vi sentite. Anche voi siete speciali per me. Siete importanti per l’America. E non permetterò a nessuno di dire che non potete diventare quello che volete diventare”>

<Infine arrivò la domanda che mutò il corso del dibattito. Una donna chiese: “Che effetti ha avuto sulla vostra vita il debito nazionale? E se non ne ha avuto alcuno, come pretendete di riuscire a trovare una soluzione ai problemi economici della gente comune dato che non avete alcuna esperienza di ciò che stiamo passando?” […] Quando venne il mio turno dissi di aver fatto il governatore di un piccolo Stato per dodici anni. Conoscevo per nome le persone che avevano perso il lavoro e visto fallire le proprie attività. Nel corso dell’ultimo anno ne avevo incontrate molte altre in tutto il paese. Avevo gestito il governo di uno Stato e mi erano note le conseguenze che i tagli ai servizi federali hanno sulla vita delle persone>

<Nel D-day [nel 1994] […] incontrai una folta delegazione di veterani della seconda guerra mondiale […] uno dei quali […] mi disse: “È strano come va la vita. Io mi guadagnai la medaglia d’onore e mio fratello rimase ucciso”. “Le manca ancora, vero?” gli domandai. Non dimenticherò mai la sua risposta: “Tutti i giorni, da cinquant’anni”> (5).

In particolare, per spiegare l’empatia di Bill Clinton per la popolazione di colore, è utile leggere il racconto dei momenti trascorsi durante la sua infanzia nell’emporio del nonno materno, da lui chiamato “Papaw” (mentre la nonna era “Mammaw”):

<Era raro trovare una persona non istruita, di estrazione contadina, che non fosse anche razzista fino al midollo. Ebbene il nonno era una di queste. Io vedevo che i neri erano diversi, ma siccome lui li trattava come trattava chiunque altro, chiedendo notizie dei figli e del lavoro, pensavo che fossero uguali a me. Di tanto in tanto alcuni bambini di colore venivano in negozio e giocavamo insieme. Mi ci sono voluti anni per capire il significato di parole come segregazione, pregiudizio, povertà>.

Poi ha aggiunto: <La maggioranza dei bianchi non era come il nonno e la nonna, la cui opinione in merito era una delle poche che condivideva con il marito. Mia madre mi raccontò di aver preso una delle peggiori strigliate della sua vita a tre o quattro anni, quando aveva chiamato “negra” una donna nera. Un comportamento a dir poco insolito negli anni Venti quello di Mammaw, una donna del Sud, bianca e povera. Mia madre una volta mi disse che dopo la morte di Papaw aveva trovato i vecchi quaderni con la contabilità del negozio, con un’infinità di conti mai saldati dai clienti, in gran parte neri. Ricordava di avergli sentito affermare che le persone perbene che facevano del loro meglio meritavano di sfamare la famiglia e che non avrebbe mai rifiutato di far loro credito, neanche nei periodi difficili>.

E ancora ha ricordato: <Dopo la mia nomina a presidente ebbi altre notizie dirette sul negozio del nonno. Nel 1997 una donna afroamericana, Ernestine Campbell, rilasciò un’intervista al giornale della sua città, Toledo, Ohio, raccontando che suo nonno la portava con sé quando faceva la spesa da Papaw, dicendo di “segnare sul conto”. Si ricordava, aggiungeva, di aver giocato con me e che io ero “l’unico bambino bianco del quartiere che giocava con i bambini neri”. Grazie al nonno, non sapevo di essere l’unico che si comportava così>.

Sempre riguardo all’empatia dell’ex presidente americano per la popolazione di colore, presenta un particolare rilievo il seguente estratto dalla sua autobiografia:

<Il 16 settembre [2000] pronunciai un discorso particolarmente intenso davanti a una grande folla, composta prevalentemente da afroamericani, alla cena organizzata dal Congressional Black Caucus […] e conclusi improvvisando: “Vi ringrazio dal profondo del cuore. La scrittrice Toni Morrison disse una volta che ero il primo presidente nero di questo paese. Considero quell’affermazione più di un premio Nobel e ora vi spiego perché. Da qualche parte, nei recessi della mia memoria, affonda le sue radici la comprensione di ciò che avete patito. Da qualche parte c’era un profondo desiderio di condividere il destino di chi era stato lasciato fuori, di chi era rimasto indietro, talvolta trattato in modo brutale e troppo spesso ignorato o dimenticato”> (6).

Sulla <condivisione di emozioni e sentimenti> degli altri da parte dell’ex presidente americano, può essere interessante riportare un episodio: <Era l’aprile del 1992: il candidato faceva campagna per le elezioni primarie a New York. In una sala piena di telecamere, Bill Clinton era sul palco a pronunciare il suo discorso. Venne richiamato da una persona tra il pubblico, un attivista per i diritti dei sieropositivi, che riuscì a interrompere il discorso del candidato per urlare la sua rabbia: “Noi stiamo morendo, ma non moriamo tanto di Aids quanto per l’assenza dello Stato in questi ultimi undici anni”. La sala cadde nel silenzio. Bill Clinton, solo sul palco, guardò commosso negli occhi il ragazzo, tese la mano sinistra verso di lui e disse: “Io sento il tuo dolore”. Quattro parole. Un capolavoro d’improvvisazione. Un sound bite ripreso da tutti i telegiornali per giorni e giorni. Una battuta storica> (7).

Nel romanzo Colori primari, il protagonista Jack Stanton, che si può facilmente identificare in Bill Clinton (tra l’altro è il governatore di un piccolo stato del Sud, impegnato nella campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti), appare dotato di una grande empatia. Per esempio, l’io-narratore racconta: <Nel locale faceva il turno di notte un ragazzo disabile, con il quale Stanton aveva legato già da qualche tempo. Il governatore, ormai, ci andava quasi ogni sera; l’amalgama di zucchero e solidarietà umana era travolgente. Danny Scanlon era diventato la sua stella polare, incarnava il motivo fondamentale delle elezioni. Aveva una gamba fuori uso, difficoltà di parola e Dio solo sa cos’altro, ma era perennemente allegro e teneva sempre in serbo per lui un sorriso sbilenco. Lavorava sodo e non si lamentava mai; serviva frittelle di mele sempre calde e meritava un paese migliore: questo doveva essere il motivo fondamentale di quelle elezioni. Danny e il governatore parlavano di sport, del campionato universitario di pallacanestro (eravamo in quel periodo dell’anno). Stanton lo usava come cavia per collaudare gli slogan: se funzionavano con Danny, significava che andavano bene. Certe volte, terminato un incontro con i cittadini, poco prima di subire l’ennesimo assalto da parte degli scorpi [i giornalisti], il governatore mi diceva: “Adesso dobbiamo tenere duro per Danny. Questo è importante”>.

Più avanti, nel corso di una riunione con il suo staff in un momento di difficoltà, Jack Stanton afferma: <“In questi ultimi tempi ho pensato a Danny Scanlon […] A guardare il programma di Harris, si legge solo di sacrifici: tasse sulla benzina, tagli di qua, tagli di là… Lui dice che andrà tutto a vantaggio dei nostri nipoti e ha ragione, bisogna pensare anche a loro. Ma in quel programma non c’è niente, non c’è un cazzo di niente per Danny… né per tutta la gente come lui, o per chi sta un po’ meglio e magari non sarà storpio, ma si fa un mazzo così dalla mattina alla sera e lo stato non gli dà mai niente in cambio. Quella è la nostra gente. È per loro che ci stiamo dando da fare. Bisogna che qualcuno pensi a loro”> (8).

Barack Obama, dopo aver sottolineato l’importanza della <capacità di cogliere i sentimenti altrui> e della <propensione a mettersi nei panni dell’altro e a vedere attraverso i suoi occhi>, ha raccontato:

<Come per molti dei miei valori, è stata mia madre a trasmettermi il valore dell’empatia […] È stato però nel mio rapporto con mio nonno che penso di aver interiorizzato per la prima volta l’empatia nel suo significato più pieno […] Quando avevo sedici anni litigavamo tutto il tempo, di solito perché non rispettavo quella che consideravo una serie di regole insignificanti e arbitrarie […] Tuttavia a un certo punto […] ho cominciato a pensare alle lotte e alle delusioni che mio nonno aveva avuto nella vita. Ho cominciato ad apprezzare il suo bisogno di sentirsi rispettato nella sua casa. Ho compreso che rispettare le sue regole mi sarebbe costato poco, ma che per lui avrebbe significato molto>.

Successivamente ha trattato, più in generale, della necessità dell’empatia nell’attività politica: <Come Paese, sembriamo soffrire di una mancanza di empatia. Non tollereremmo scuole che non insegnano, che sono sempre senza fondi, staff e stimoli, se solo pensassimo che i bambini che le frequentano potrebbero essere i nostri figli. È difficile immaginare che il direttore generale di una compagnia si assegnerebbe un bonus multimilionario mentre taglia la copertura sanitaria dei suoi lavoratori, se li giudicasse come suoi pari. E dà sicurezza presumere che chi è al potere ci penserebbe due volte prima di scatenare una guerra se immaginasse i suoi figli in pericolo. Credo che un più forte senso di empatia farebbe pendere la bilancia della nostra attuale politica in favore di quelle persone che stanno lottando in questa società. Dopo tutto, se sono come noi, allora le loro lotte sono le nostre. Se non riusciamo ad aiutarli, danneggiamo noi stessi […] Questo fa l’empatia – ci chiama a svolgere compiti, conservatori e liberal, potenti e deboli, oppressi e oppressori. Siamo tutti invitati a scuoterci dal nostro compiacimento. Siamo tutti obbligati ad andare al di là dei limiti della nostra visione. Nessuno è esonerato dall’appello a trovare un terreno comune. Certo, alla fine un sentimento di mutua comprensione non è sufficiente. Dopo tutto, parlare costa poco; come ogni valore, l’empatia deve essere tradotta in azione>.

Nella stessa opera Barack Obama ha scritto: <Forse possiedo quella certa sensibilità tipica del Midwest, ereditata da mia madre e dai suoi genitori – e condivisa, sembra, anche da Warren Buffet – per cui tendo a pensare che a un certo punto una persona ha il dovere di accontentarsi, che un Picasso appeso in un museo può dare lo stesso piacere di quello appeso nel salotto di casa, che è possibile consumare un ottimo pasto al ristorante per meno di 20 dollari e che quando si indossano abiti che costano più del salario medio annuo americano ci si può permettere di pagare tasse un po’ più alte> (9).

L’empatia è uno degli aspetti che influenzano maggiormente la decisione di voto. Infatti, come hanno osservato Roberto Grandi e Cristian Vaccari, <gli elettori sanno che i politici sono ambiziosi e cercano gratificazioni personali e proprio per questo si preoccupano che siano mossi anche da una passione autentica per i problemi e le aspirazioni delle persone comuni> (10).

Questa qualità fa parte dell’ethos, che è un elemento della retorica, uno strumento di persuasione di ordine affettivo, costituito dal carattere assunto dall’emittente del messaggio, ossia dall’impressione che vuole suscitare, vera o falsa, sincera o finta, ma comunque funzionale ai suoi obiettivi. Infatti egli cerca di ispirare nel ricevente un senso di affidamento e di ottenerne il consenso. A tal fine propone una propria identità, rappresentando aspetti della propria personalità, della propria vita mediante autodefinizioni, autodescrizioni, autonarrazioni (11).

Inoltre l’empatia è in qualche modo propria di uno stile di comunicazione attento, che l’uomo politico adotta, quando presenta se stesso come ricevente di un messaggio, in opposizione alla sua condizione più consueta di emittente. Così sembra che egli voglia ridurre l’asimmetria del rapporto comunicativo e sottolineare la sua propensione all’ascolto, il suo orientamento verso l’altro, che dovrebbero essere una caratteristica di un’attività come quella politica, la quale si configura come una relazione d’aiuto (12).

Alla sua attenzione verso la gente comune ha fatto riferimento Edward Kennedy, intervenendo alla Convention nazionale democratica del 1980, a New York:

<In mezzo a voi, carissimi amici di tutto il Paese, ho ascoltato e imparato. Ho ascoltato Kenny Dubois, un soffiatore di vetri di Charleston, West Virginia, con dieci figli da mantenere, ma che ha perso il lavoro dopo trentacinque anni di attività, tre anni prima di poter chiedere la pensione. Ho ascoltato la famiglia Trachta, agricoltori dell’Iowa, che si chiede se potrà passare ai propri figli il benessere raggiunto e la loro terra. Ho ascoltato una nonna di East Oakland, che non ha più un telefono per chiamare i suoi nipoti perché, per pagare l’affitto del suo piccolo appartamento, ha dovuto rinunciarci. Ho ascoltato giovani disoccupati, studenti senza la possibilità di andare all’università e famiglie senza la possibilità di acquistare la casa. Ho visto le aziende chiuse e le catene di montaggio ferme di Anderson, Indiana, e di South Gate, California. Ho visto tanti – troppi – disoccupati alla ricerca disperata di un lavoro. Ho visto tante – troppe – famiglie di lavoratori nello sforzo disperato di proteggere il valore degli stipendi contro le devastazioni dell’inflazione. Ho anche percepito, tra la gente di ogni stato in cui sono passato, il vivo desiderio di una nuova speranza. L’ho sentito nelle strette di mano, l’ho visto scritto sui loro volti> (13).

Per tornare a una delle figure retoriche dell’iterazione utilizzate da Theresa May, l’anafora, la troviamo pure nell’estratto appena riportato. A essere ripetuti, all’inizio di frasi successive, sono verbi che appartengono alle sfere sensoriali dell’udito (“Ho ascoltato”, ben quattro occorrenze) e della vista (“Ho visto”, tre occorrenze). Registrando i dati emergenti attraverso i sensi, il discorso assume una funzione mimetica, che consiste nella creazione di un effetto di realtà. In tal modo si rende quanto si dice il più possibile oggettivo, lo si fa percepire come reale.

 

La <retorica e stilistica ripetitiva>, ha scritto Mario Wandruszka, <in America ha radici molto profonde: nel sermone puritano e nel discorso pubblico della nascente democrazia>, nei quali, con la ripetizione delle <parole più povere>, si persegue <una voluta semplicità, una finta ingenuità> (14).

 

Probabilmente il livello più elevato, riguardo alla <capacità di immedesimarsi nelle condizioni di un altro>, è stato raggiunto da un uomo politico italiano, il dirigente comunista Lucio Libertini. Parlando in televisione nell’ottobre dell’80, alla fine di un grave conflitto del lavoro alla Fiat, ha raccontato: <In una fredda serata dello sciopero, dinanzi alla porta 16 di Mirafiori, […] una giovane operaia mi ha detto: “Perché tanti vogliono offenderci e sporcarci, non si può con i nostri soldi comprare un solo minuto alla televisione per dire che noi, operai, ci sacrifichiamo per la nostra famiglia, il lavoro e la libertà di tutti?”>.

E poi, rivolgendosi direttamente e inaspettatamente alla stessa protagonista del racconto e spingendosi fino ad una vera e propria identificazione con lei, ha proseguito: <Vorrei, cara compagna che forse mi ascolti, dirlo qui con la tua esile voce di immigrata meridionale> (15).

NOTE

(1) CHAIM PERELMAN, LUCIE OLBRECHTS-TYTECA, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 1989.

(2) Riportato in ROBERT DALLEK, JFK. John Fitzgerald Kennedy, una vita incompiuta, Arnoldo Mondadori, 2004. Come tanti altri discorsi kennediani anche questo venne scritto da Ted Sorensen, che del presidente americano fu non solo speechwriter, ma anche consigliere e amico.

(3) Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli, Zanichelli, 2016.

(4) ANTHONY R. PRATKANIS, ELLIOT ARONSON, L’età della propaganda. Usi e abusi quotidiani della persuasione, Il Mulino, Nuova edizione 2001, p. 288.

(5) BILL CLINTON, My Life, Mondadori, 2004, pp. 18, 403, 446, 464-465, 645.

(6) BILL CLINTON, op. cit., pp. 14, 995-996. L’affermazione di Toni Morrison si spiega con la vita di Bill Clinton, che ebbe un’infanzia difficile e poté ottenere una buona istruzione solo grazie alle borse di studio.

(7) ALBERTO CATTANEO, PAOLO ZANETTO, Elezioni di successo. Manuale di marketing elettorale, Etas, 2003, pp. 295-296. L’espressione inglese sound bite può essere tradotta in italiano con “morso sonoro”.

(8) ANONIMO, Colori primari, Garzanti, 1996, pp. 124-125 e 163.

(9) BARACK OBAMA, L’audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo, Rizzoli, 2007, pp. 80-83.

(10) ROBERTO GRANDI, CRISTIAN VACCARI, Elementi di comunicazione politica. Marketing elettorale e strumenti per la cittadinanza, Carocci, 2007, p. 56.

(11) OLIVIER REBOUL, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996.

(12) Nel loro Sapersi esprimere. La competenza comunicativa (Giuffrè, 1991), alle pp. 130-131, Luisella De Cataldo Neuburger e Guglielmo Gulotta riportano una tassonomia degli stili di comunicazione, che si deve a R. Norton (Communicator style: theory, applications and measures, 1983), nella quale è compreso quello definito “attento”.

(13) Riportato in MARIO RODRIGUEZ, Una parola vale più di mille immagini, in sito web.

(14) MARIO WANDRUSZKA, <Repetitio e variatio>, in AA.VV., Attualità della retorica. Atti del I Convegno italo-tedesco (Bressanone, 1973), Liviana, 1975, p. 110.

(15) Riportato in PAOLO MANCINI, <Strategie del discorso politico>, in Problemi dell’informazione, n° 2, 1981.