Il caso invalidante nel discorso politico in Italia

Il caso invalidante si applica alla
comunicazione persuasiva, come la pubblicità e la politica

Il caso invalidante o exemplum in contrarium è un argomento che, nella definizione di Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “impedisce una generalizzazione indebita dimostrandone l’incompatibilità con quello e che indica dunque quale sia la sola direzione ammessa per la generalizzazione” (1).

Al pari di ogni prova portata a favore di una tesi, di ogni ragionamento fatto a sostegno di un’opinione, trova applicazione nella comunicazione persuasiva, come quella pubblicitaria (ne abbiamo parlato in un precedente articolo) (2) e quella politica.

Nel nostro Paese grande importanza ha sempre avuto il suffragio dei cattolici. È comprensibile quindi che i partiti e i loro leader se lo contendano. Per le elezioni del 21 aprile 1996, anche Silvio Berlusconi cercò di conquistarlo. Ecco come reagì Romano Prodi, suo concorrente nella corsa per la Presidenza del Consiglio:

“C’è chi pensa che la politica si eserciti senza competenze, che si attui con la furbizia, che sia un mezzo per arricchirsi o conservare il proprio patrimonio, che al politico sia pure consentita la menzogna. Non così insegna la morale cristiana” (Corriere della Sera, 9 aprile 1996, p. 3)

“Non smette mai di dirsi cattolico, che modello propone agli italiani? Lo sfoggio dei soldi, del carrierismo, degli affari davanti a tutto” (Corriere della Sera, 11 aprile 1996, p. 4)

“Mi sdegno del fatto che Berlusconi pensa di essere il destinatario del voto cattolico, quando ha fatto la sua fortuna, i suoi soldi, con una televisione che certamente non ha portato avanti i valori cattolici” (La Repubblica, 17 aprile 1996, p. 4).

E Rosi Bindi, impiegando un efficace modo di dire comprendente una similitudine, constatò: “Mi sembra che il Cavaliere ne voglia rappresentare ben pochi [di cattolici]: trovare un candidato del CCD o del CDU nel maggioritario è come cercare un ago nel pagliaio” (Corriere della Sera, 9 aprile 1996, p. 3).

In polemica con Gianfranco Fini, riguardo al riposizionamento del Movimento sociale italiano come partito moderato, Massimo D’Alema in due diverse circostanze così declinò il medesimo concetto:

“Quanto alla sua destra democratica, dico solo questo: quando vedo i suoi saltare i banchi in Parlamento per picchiare chi non la pensa come loro, l’impressione non è propria quella di un gruppo democratico, come i conservatori inglesi, ma di squadristi del MSI” (La Repubblica, 25 marzo 1996, p. 3)

“Quando in Parlamento vediamo i deputati di AN saltare sui banchi e strappare i microfoni non abbiamo certo l’impressione di osservare i conservatori inglesi” (La Repubblica, 29 marzo 1996, p. 6).

Nel passaggio da un estratto all’altro si nota la sostituzione della prima persona singolare (“vedo”) con la prima persona plurale (“vediamo”). È la caratteristica dell’enallage delle persone, classificata da Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca tra le figure della comunione, “con le quali l’oratore si sforza di far partecipare attivamente l’uditorio alla sua esposizione, prendendolo a parte di essa, sollecitando il suo concorso” (3).

I seguenti esempi si devono a Walter Veltroni (il secondo contiene pure la domanda retorica e la preterizione):

“È una pia illusione l’idea che sganciando i poveri si va più veloci. A Washington a sera c’è il coprifuoco: i figli degli sganciati vanno a seminare violenza dove abitano gli sganciatori. Adesso si capisce: il Polo toglierebbe qualche tassa e farebbe pagare la vita, non è un buon affare” (La Repubblica, 4 aprile 1996, p. 4)

“Non […] mi pare giusto dipingere, come nell’editoriale di ieri, una sinistra democratica che non avrebbe fatto i conti con la ‘cultura dell’estremismo’. No davvero. Dal pacifismo al debito pubblico, allo stato sociale, è lo stesso Galli della Loggia a elencare i campi in cui il PDS ha dato prova di coerenza politica e di cultura di governo. Devo ricordare l’appoggio ai governi Ciampi e Dini? Devo ricordare le scelte compiute sull’invio di soldati italiani in Bosnia, sulla riforma delle pensioni, sull’accoglienza degli immigrati o l’accordo sul costo del lavoro?” (Corriere della Sera, 23 febbraio 1996, p. 3).

Nella campagna elettorale del 2001, uno stretto consigliere di Francesco Rutelli, il candidato del centrosinistra a palazzo Chigi, fu Paolo Gentiloni. Nel corso di un successivo incontro di studi, raccontò un episodio che aveva avuto per protagonista Silvio Berlusconi: “Ricordo che il giorno dopo aver fatto una denuncia sui rischi di attentati contro la propria persona, l’abbiamo visto farsi issare sulle spalle delle proprie guardie del corpo in una manifestazione a Gallipoli. Non mi sembra il modo migliore di affrontare una situazione di allarme, di pericolo, da parte del proprio servizio di sicurezza” (4).

Al termine della sua presidenza della Commissione europea, Romano Prodi utilizzò l’argomento, a cui è dedicato tale articolo, in un commento, del quale si riporta il passo relativo: “Angelo Panebianco scrive che, dopo le elezioni in Iraq, le affermazioni del tipo ‘la democrazia non si esporta con la guerra’ sono passate di moda […] Debbo dire con nettezza che non sono d’accordo con il mio vecchio amico e collega. A dargli, fortunatamente, torto è la storia tutt’intera dell’Europa unita. Dal primo riunirsi dei sei paesi fondatori sino al recentissimo e non ancora concluso allargamento ad est che estenderà e garantirà a mezzo miliardo di persone un’area di pace, di sicurezza e di libertà, la recente storia europea è una straordinaria esperienza di esportazione pacifica della democrazia. Non è un caso che alla nostra Unione Europea guardino, come ad un possibile approdo finale nel cammino verso la democrazia o più semplicemente come ad un affascinante modello politico ed istituzionale, paesi ai confini dell’Europa come l’Ucraina o la Georgia o paesi più lontani come le nazioni dell’Unione Africana” (5).

Poco tempo fa, intervenendo al Senato per la fiducia al governo presieduto da Giuseppe Conte e riferendosi alla sua lunga gestazione, Matteo Renzi, ex segretario del Partito democratico ed ex presidente del Consiglio, ha rilevato: “Avete detto che è iniziata la Terza Repubblica. Gli ottantanove giorni di teatrino, a cui abbiamo assistito, ci fanno pensare che continua la Prima Repubblica. Lo dico soltanto per l’armamentario verbale che avete utilizzato. I due forni: è un’espressione che non sentiamo dagli anni ’90” (6).

Si ricorre al caso invalidante anche per ottenere il cosiddetto “effetto defusing” (disinnesco), per disattivare un tratto d’immagine svantaggioso. Ecco come l’ha fatto Silvio Berlusconi, da presidente del Consiglio, nella ricostruzione di Franca Roncarolo: “Rifiuta prontamente tutti i sondaggi che non mostrano la sua sintonia con l’opinione pubblica. Così, […] nei giorni delle dimostrazioni sociali e della protesta politica contro il piano del governo di modificare una parte della legge sul lavoro, cambiando l’articolo 18, Berlusconi ha smentito le voci circa una diminuzione nel sostegno popolare alla sua leadership. Ha ammesso qualche difficoltà, dovuta principalmente ‘alla crisi economica internazionale, al lavoro dell’opposizione e ai media che, certamente, non sono favorevoli al governo’. Ma il punto, ha detto, era diverso. E sfrenatamente mettendo insieme sondaggi e voti, ha affermato: ‘Non può essere vero che un premier che ha avuto il 50% dei voti sia ora calato al 29% […] Sono sempre stato piuttosto scettico quando vedo numeri che differiscono largamente dalla mia esperienza personale di prima mano. Quando vado fuori nelle strade ho il problema di riuscire ad esimermi dalle attenzioni benevole della gente. Qualcuno ha detto che quando sono andato in Molise o in Sicilia […] dietro di me c’era una processione come quelle che abitualmente si trovano solo seguendo un santo. Ma questo non significa che voglio paragonarmi ad un santo…’” (7).

Una variante dell’exemplum in contrarium si basa sull’ipotesi. Se ne coglie la presenza in un’intervista rilasciata dalla tunisina e musulmana Afef Jnifen (moglie dell’imprenditore italiano Marco Tronchetti Provera), nel passaggio in cui si critica un pregiudizio: “Vorrei che la Fallaci e quelli che pensano che tutti i musulmani sono terroristi trovassero almeno un amico arabo e musulmano, per convincersi che non è così” (8).

Al di là della polemica contingente, nella lotta politica l’argomento di cui stiamo trattando viene utilizzato come strumento di delegittimazione dell’avversario. Perciò la sua ricerca è l’attività preferita dai fabbricanti di dossier. Un loro obiettivo fu Romano Prodi, come si evince da un servizio giornalistico: “L’attenzione focalizzata su ricchezze nascoste e ipotetiche tangenti del fondatore dell’Ulivo rispondeva a un’esigenza di marketing politico ben determinata. Tutti i sondaggi che mettono a confronto l’immagine dei leader dei due Poli, sia quelli condotti nel passato dall’Istituto Cattaneo sia uno studio di prossima uscita, indicano come il principale punto di forza del Professore ‘l’onestà e la sincerità’. Anche nelle analisi meno benevole, concentrate sulle debolezze nella comunicazione, evidenziano questa qualità. È l’elemento che fa la differenza nella credibilità del premier, quello che – secondo la stessa analisi – alla fine seppur di poco ha fatto pendere la maggioranza degli elettori verso di lui. Demolire questa percezione di onestà significava chiudere la partita in favore di Berlusconi” (9).

Dimostrandone l’incompatibilità con una precisa situazione (eventualmente, l’esistenza di un patrimonio, frutto di versamenti di denaro illegali), si vorrebbe dunque impedire una generalizzazione (la probità del capo del centrosinistra). Egli stesso probabilmente era consapevole di tale tentativo, quando osservò che, non essendoci motivo di definirlo “ladro” o “mafioso” e così via, i rivali si dovettero accontentare di soprannominarlo “faccia da mortadella”.

Tuttavia in un altro articolo si ricostruisce, sulla base del contenuto di intercettazioni telefoniche, un progetto specifico per colpirlo: “Nella lingua inglese, c’è un’efficace formula per definire il piano preparato nei segreti della ‘Commissione Mitrokhin’ contro Romano Prodi. La formula è character assassination, la distruzione della reputazione, l’annientamento della sua credibilità, l’assassinio di una persona non nel suo corpo, ma nella sua identità morale, professionale, sociale. Il senatore Paolo Guzzanti è determinatissimo a trovare elementi che possano diventare, una volta pubblici, la tomba politica dell’antagonista di Silvio Berlusconi. Li richiede, li invoca, li pretende, dal suo consulente privilegiato Mario Scaramella e il ‘professore’ non lesina al presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta occasioni, opportunità posticce, piani di aggressione privilegiati e subordinati. Prodi deve diventare l’uomo di fiducia del Kgb in Italia” (10).

NOTE

(1) Chaïm Perelman, Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 386.

(2) “Il caso invalidante in pubblicità”, pubblicato l’8 ottobre 2018.

(3) Chaïm Perelman, Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 193. Per la definizione delle figure retoriche si veda la sezione del sito Reto Parole.

(4) Convegno della società di consulenza Running su Il marketing politico dopo la campagna 2001, Roma, 15 giugno 2001, in sito web.

(5) Romano Prodi, “L’Iraq, la democrazia e l’uso della forza”, in Corriere della Sera, 25 febbraio 2005, p. 8.

(6) YouTube – Governo Conte, Renzi attacca Di Maio e Salvini: “Non avete più alibi”. Loro restano impassibili.

Riguardo alla politica dei due forni, “Giulio Andreotti, quando si ritrovò a commentare, a distanza di anni, la fase storico-politica degli anni Sessanta, caratterizzata dalla centralità della Dc, scrisse che egli fu artefice dell’idea che in quel momento il suo partito, per acquistare il pane (cioè fare la politica più congeniale ai propri interessi alleandosi con altre forze), dovesse servirsi di uno dei due forni che aveva a disposizione, a seconda delle opportunità: il forno di sinistra (socialisti), il forno di destra (liberali, eventualmente anche i missini)” (www.treccani.it).

(7) Franca Roncarolo, Berlusconi’s use of communication as a key political resource, in sito web, pp. 10-11.

(8) Elisabetta Rosaspina, “I miei progetti: consigliera del governo sul mondo arabo”, in Corriere della Sera, 31 agosto 2005, p. 12.

(9) Gianluca Di Feo, “Bersaglio Prodi”, in L’espresso, 9 novembre 2006, pp. 62-63.

(10) “‘Così incastreremo Prodi’ / il piano Scaramella-Guzzanti”, in la Repubblica, 1 dicembre 2006, pp. 1, 6-7.