Il discorso del presidente

Strategie retoriche nel messaggio di fine anno di Sergio Mattarella

Il messaggio del Presidente della Repubblica, trasmesso dalle maggiori reti televisive il 31 dicembre 2020, dopo la formula introduttiva (“Care concittadine e cari concittadini”), si apre, come ha già rilevato Flavia Trupia (1), con l’ecxusatio propter infirmitatem:

“Avvicinandosi questo tradizionale appuntamento di fine anno, ho avvertito la difficoltà di trovare le parole adatte per esprimere a ciascuno di voi un pensiero augurale” (2).

Una simile affermazione serve alla captatio benevolentiae, con cui l’emittente cerca di ispirare un atteggiamento benevolo verso di sé, manifestando la propria inadeguatezza (o rivolgendosi al ricevente con ammirazione). Spesso risulta artificiosa e si trasforma in un luogo comune. Ma il giudizio non riguarda il nostro Capo dello Stato. Si percepisce la sua sincerità, considerato che l’intervento è interamente dedicato, comprensibilmente, alla situazione sanitaria provocata dal SARS-CoV-2 e alle conseguenze economiche e sociali.

Un po’ più avanti ha osservato:

“Vorremmo tornare a essere immersi in realtà e in esperienze che ci sono consuete. Ad avere ospedali non investiti dall’emergenza. Scuole e Università aperte, per i nostri bambini e i nostri giovani. Anziani non più isolati per necessità e precauzione. Fabbriche, teatri, ristoranti, negozi pienamente funzionanti. Trasporti regolari. Normali contatti con i Paesi a noi vicini e con i più lontani, con i quali abbiamo costruito relazioni in tutti questi anni. Aspiriamo a riappropriarci della nostra vita”.

Si può ipotizzare che, mediante la coniugazione dei verbi alla prima persona plurale e i relativi pronomi personali e aggettivi possessivi, si tenda a diffondere negli ascoltatori la coscienza di essere parte integrante di una collettività. Ciò ovviamente non avverrebbe con uno stile neutro (“Si vorrebbe tornare a essere immersi in realtà e in esperienze che sono consuete”, ”Scuole e Università aperte, per i bambini e i giovani” ecc.).

Successivamente Mattarella ha rammentato:

“Nella prima fase, quando ancora erano pochi gli strumenti a disposizione per contrastare il virus, la reazione alla pandemia si è fondata anzitutto sul senso di comunità”.

Poi ne ha indicato alcuni fattori:

“L’anno che si apre propone diverse ricorrenze importanti. Tappe della nostra storia, anniversari che raccontano il cammino che ci ha condotto ad una unità che non è soltanto di territorio. Ricorderemo il settimo centenario della morte di Dante. Celebreremo poi il centosessantesimo dell’Unità d’Italia, il centenario della collocazione del Milite Ignoto all’Altare della Patria. E ancora i settantacinque anni della Repubblica”.

È indispensabile richiamare certi momenti, perché “memoria e consapevolezza della nostra identità nazionale ci aiutano per costruire il futuro”.

I passi riportati sono incentrati sul mezzo persuasivo di ordine affettivo del pathos, costituito – nella definizione classica di Olivier Reboul – dall’“insieme di emozioni, passioni e sentimenti che l’oratore deve suscitare nel suo uditorio grazie al suo discorso” (3).

In qualche modo, il suo impiego si coglie (per esempio, per il legittimo orgoglio derivante dal riconoscimento del nostro talento) pure nei seguenti estratti:

“Per il vaccino si è formata, anche con il contributo dei ricercatori italiani, un’alleanza mondiale della scienza e della ricerca, sorretta da un imponente sostegno politico e finanziario che ne ha moltiplicato la velocità di individuazione”

“Ora a tutti e ovunque, senza distinzioni, dovrà essere consentito di vaccinarsi gratuitamente: perché è giusto e perché necessario per la sicurezza comune. Vaccinarsi è una scelta di responsabilità, un dovere. Tanto più per chi opera a contatto con i malati e le persone più fragili. Di fronte a una malattia così fortemente contagiosa, che provoca tante morti, è necessario tutelare la propria salute ed è doveroso proteggere quella degli altri, familiari, amici, colleghi”

“Ora le scelte dell’Unione Europea poggiano su basi nuove. L’Italia è stata protagonista in questo cambiamento

“Ognuno faccia la propria parte. La pandemia ci ha fatto riscoprire e comprendere quanto siamo legati agli altri; quanto ciascuno di noi dipenda dagli altri. Come abbiamo veduto, la solidarietà è tornata a mostrarsi base necessaria della convivenza e della società”

“Ci siamo ritrovati nei gesti concreti di molti. Hanno manifestato una fraternità che si nutre non di parole bensì di umanità, che prescinde dall’origine di ognuno di noi, dalla cultura di ognuno e dalla sua condizione sociale. È lo spirito autentico della Repubblica. La fiducia di cui abbiamo bisogno si costruisce così: tenendo connesse le responsabilità delle istituzioni con i sentimenti delle persone”

“La sfida che è dinanzi a quanti rivestono ruoli dirigenziali nei vari ambiti, e davanti a tutti noi, richiama l’unità morale e civile degli italiani. Non si tratta di annullare le diversità di idee, di ruoli, di interessi ma di realizzare quella convergenza di fondo che ha permesso al nostro Paese di superare momenti storici di grande, talvolta drammatica, difficoltà. L’Italia ha le carte in regola per riuscire in questa impresa. Ho ricevuto in questi mesi attestazioni di apprezzamento e di fiducia nei confronti del nostro Paese da parte di tanti Capi di Stato di Paesi amici”.

“Il 2021 deve essere l’anno della sconfitta del virus e il primo della ripresa. Un anno in cui ciascuno di noi è chiamato anche all’impegno di ricambiare quanto ricevuto con gesti gratuiti, spesso da sconosciuti. Da persone che hanno posto la stessa loro vita in gioco per la nostra, come è accaduto con tanti medici e operatori sanitari”.

L’ultimo brano contiene la sollecitazione ad attuare la regola del contraccambio. Essa, secondo Robert B. Cialdini, “dice che dobbiamo contraccambiare quello che un altro ci ha dato” (4).

Rientra fra gli argomenti di reciprocità. Per Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “mirano ad applicare lo stesso trattamento a due situazioni che si fanno riscontro” (5).

Siamo passati al logos, lo strumento retorico razionale, caratterizzato – citiamo nuovamente Reboul – dalla “attitudine a convincere grazie alla sua apparenza di logicità” e che quindi “concerne l’argomentazione propriamente detta” (6).

I due autori, a ragione considerati tra i fondatori della nuova retorica, hanno rilevato: “L’argomentazione non potrebbe procedere di molto senza ricorrere a paragoni, nei quali diversi oggetti siano posti a confronto per essere valutati l’uno in rapporto all’altro” (7).

Per mezzo della tecnica argomentativa in questione, il nostro Presidente della Repubblica ha preso posizione in due punti del suo intervento:

“La scienza ci offre l’arma più forte, prevalendo su ignoranza e pregiudizi

“Il vaccino e le iniziative dell’Unione Europea sono due vettori decisivi della nostra rinascita. L’Unione Europea è stata capace di compiere un balzo in avanti. Ha prevalso l’Europa dei valori comuni e dei cittadini. Non era scontato. Alla crisi finanziaria di un decennio or sono l’Europa rispose senza solidarietà e senza una visione chiara del proprio futuro. Gli interessi egoistici prevalsero. Vecchi canoni politici ed economici mostrarono tutta la loro inadeguatezza. Ora le scelte dell’Unione Europea poggiano su basi nuove”.

Un contrasto distingue pure la figura retorica dell’antitesi, consistente, infatti, nell’accostamento di termini o frasi di significato opposto. Ecco due occorrenze:

“Sono giorni, questi, in cui convivono angoscia e speranza

“Sono emersi segnali importanti, che incoraggiano una speranza concreta. Perché non prevalga la paura e perché le preoccupazioni possano trasformarsi nell’energia necessaria per ricostruire, per ripartire”.

Un ulteriore argomento (nel senso di prova a difesa di una tesi, ragionamento a sostegno di un’opinione), utilizzato da Mattarella, è quello dello spreco, nella sua variante di caso favorevole del quale bisogna approfittare:

“Sarà molto importante, nel prossimo anno, il G20, che l’Italia presiede per la prima volta: un’occasione preziosa per affrontare le grandi sfide globali e un’opportunità per rafforzare il prestigio del nostro Paese”.

Nel seguente estratto si propongono due comunità in funzione di modello. Esso, secondo Perelman e Olbrechts-Tyteca, “permette di promuovere certe condotte” (8) e, per Reboul, “è un esempio che si offre come esempio da emulare” (9):

“Complimenti e auguri ai goriziani per la designazione di Gorizia e Nova Gorica, congiuntamente, a capitale europea della cultura per il 2025. Si tratta di un segnale che rende onore a Italia e Slovenia per avere sviluppato relazioni che vanno oltre la convivenza e il rispetto reciproco ed esprimono collaborazione e prospettive di futuro comune. Mi auguro che questo messaggio sia raccolto nelle zone di confine di tante parti del mondo, anche d’Europa, in cui vi sono scontri spesso aspri e talvolta guerre anziché la ricerca di incontro tra culture e tradizioni diverse”.

A proposito delle “pesanti conseguenze sociali ed economiche” dell’ampia estensione dell’epidemia, mediante la divisione del tutto nelle sue parti, che si usa per “dimostrare l’esistenza dell’insieme” o “l’esistenza o la non esistenza di una delle parti” (10), il Capo dello Stato ha precisato:

“Abbiamo perso posti di lavoro. Donne e giovani sono stati particolarmente penalizzati. Lo sono le persone con disabilità. Tante imprese temono per il loro futuro. Una larga fascia di lavoratori autonomi e di precari ha visto azzerare o bruscamente calare il proprio reddito. Nella comune difficoltà alcuni settori hanno sofferto più di altri”.

La tecnica argomentativa – lo si può facilmente notare – coincide con l’accumulazione, il procedimento stilistico costituito dalla successione di parole o gruppi di parole o frasi allo scopo di rendere più efficace la descrizione, la narrazione, l’argomentazione, giacché si favorisce la percezione dei singoli elementi elencati (persone, oggetti, azioni, avvenimenti, situazioni). Possiamo quindi includerla tra le figure della presenza, che “hanno per effetto di rendere attuale alla coscienza l’oggetto del discorso” (11). Nella fattispecie, è associata all’asindeto, consistente nella soppressione, tra le parole, i gruppi di parole, le frasi, della congiunzione coordinativa (“e”, “ma”) o subordinativa (“perché”, “poiché”, “perciò”, “dunque”) o di termini di collegamento, come i cronologici (“prima”, “dopo”). Ne deriva un ritmo serrato e uno stile incisivo.

Dell’unione delle due peculiari forme espressive si contano varie occorrenze:

“Vorremmo tornare a essere immersi in realtà e in esperienze che ci sono consuete. Ad avere ospedali non investiti dall’emergenza. Scuole e Università aperte, per i nostri bambini e i nostri giovani. Anziani non più isolati per necessità e precauzione. Fabbriche, teatri, ristoranti, negozi pienamente funzionanti. Trasporti regolari. Normali contatti con i Paesi a noi vicini e con i più lontani, con i quali abbiamo costruito relazioni in tutti questi anni. Aspiriamo a riappropriarci della nostra vita”

[Si osservi la costruzione circolare: dal generale (“immersi in realtà e in esperienze che ci sono consuete”) allo specifico (ospedali, scuole, università, fabbriche, teatri, ristoranti, negozi, trasporti) e nuovamente al generale (“la nostra vita”)]

“Il virus, sconosciuto e imprevedibile, ci ha colpito prima di ogni altro Paese europeo. L’inizio del tunnel. Con la drammatica contabilità dei contagi, delle morti. Le immagini delle strade e delle piazze deserte. Le tante solitudini. Il pensiero straziante di chi moriva senza avere accanto i propri cari”

“La pandemia ha scavato solchi profondi nelle nostre vite, nella nostra società. Ha acuito fragilità del passato. Ha aggravato vecchie diseguaglianze e ne ha generate di nuove”

“Abbiamo avuto la capacità di reagire. La società ha dovuto rallentare ma non si è fermata. Non siamo in balìa degli eventi. Ora dobbiamo preparare il futuro. Non viviamo in una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori”

Non sono ammesse distrazioni. Non si deve perdere tempo. Non vanno sprecate energie e opportunità per inseguire illusori vantaggi di parte”.

Nell’ultimo estratto si aggiunge l’anafora, la ripetizione di uno o più vocaboli all’inizio di enunciati, o di loro segmenti, successivi, che produce un parallelismo e conferisce quindi al testo un carattere di semplicità. Per Pierre Fontanier, s’impiegano “più volte gli stessi termini o una stessa costruzione, sia semplicemente per ornare il discorso, sia per esprimere con maggior forza ed energia la passione” (12).

Inoltre, nel nostro caso, la prima e la seconda frase sono meno estese della terza. Per Roman Jakobson, essa è “la miglior configurazione possibile del messaggio” (13).

Ecco ulteriori esempi:

Mai un vaccino è stato realizzato in così poco tempo. Mai l’Unione Europea si è assunta un compito così rilevante per i propri cittadini”

Lo dobbiamo a noi stessi, lo dobbiamo alle giovani generazioni”

Il climax è la figura retorica che consiste in una serie di espressioni disposte in una gradazione ascendente, per suggerire una progressiva amplificazione: si va dalla più debole alla più forte. Lo troviamo nei seguenti brani, in cui il crescendo è dato dal passaggio dal complessivo al particolare:

“Ci accingiamo – sul versante della salute e su quello economico – a un grande compito. Tutto questo richiama e sollecita ancor di più la responsabilità delle istituzioni anzitutto, delle forze economiche, dei corpi sociali, di ciascuno di noi

“La solidarietà è tornata a mostrarsi base necessaria della convivenza e della società. Solidarietà internazionale. Solidarietà in Europa. Solidarietà all’interno delle nostre comunità”.

La parola latina subiectio indica la “risposta data dall’oratore a una domanda fatta da lui stesso” e viene tradotta con l’italiano “soggiunzione” (14). Pure il presidente Mattarella è ricorso allo schema a “domanda e risposta” per attirare l’attenzione e favorire il coinvolgimento del pubblico:

“La pandemia ha accentuato limiti e ritardi del nostro Paese. Ci sono stati certamente anche errori nel fronteggiare una realtà improvvisa e sconosciuta. Si poteva fare di più e meglio? Probabilmente sì, come sempre. Ma non va ignorato neppure quanto di positivo è stato realizzato e ha consentito la tenuta del Paese grazie all’impegno dispiegato da tante parti”.

In conclusione, torniamo al logos. Per Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “si può presumere, fino a prova contraria, che l’atteggiamento precedentemente adottato – opinione espressa, condotta prescelta – continuerà in  avvenire” (15).

Alla strategia del “precedente”, che è considerata una premessa dell’argomentazione, sembra essersi ispirato il Capo dello Stato, quando ha affermato:

“La sfida che è dinanzi a quanti rivestono ruoli dirigenziali nei vari ambiti, e davanti a tutti noi, richiama l’unità morale e civile degli italiani. Non si tratta di annullare le diversità di idee, di ruoli, di interessi ma di realizzare quella convergenza di fondo che ha permesso al nostro Paese di superare momenti storici di grande, talvolta drammatica, difficoltà”.

Note

(1) Flavia Trupia, “I moniti di Mattarella nel discorso di fine anno”, pubblicato nel nostro sito il 1° gennaio 2021.

(2) quirinale.it

(3) Olivier Reboul, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 70.

(4) Robert B. Cialdini, Le armi della persuasione. Come e perché si finisce col dire di sì, Giunti, 1995, p. 24.

(5) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 239.

(6) Olivier Reboul, op. cit., pp. 36 e 70.

(7) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 262.

(8) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 398.

(9) Olivier Reboul, op. cit., p. 221.

(10) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., pp. 255 e 256.

(11) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 189.

(12) Pierre Fontanier, Les figures du discours, 1991, p. 329, citato in Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Bompiani, 1991, p. 196.

(13) Roman Jakobson, Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, 1966, p. 190.

(14) Luigi Castiglioni, Scevola Mariotti, Vocabolario della lingua latina, Loescher, 1967. Nell’opera La retorica a Gaio Erennio, per designare questo procedimento stilistico, si usano i termini “ipofora” e “antipofora”.

(15) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., pp. 114-115.