Il topos dell’opposizione tra parole e fatti nel discorso politico

 

 

di Giorgio Matza

<Stiamo lavorando per trovare un sostituto, soprattutto una persona che parli di meno e lavori di più> (1). È quanto la sindaca di Roma ha dichiarato ai giornalisti, dopo le critiche a lei rivolte dal suo assessore all’urbanistica, dimissionario, Paolo Berdini.

È evidente il carattere inventivo di tale affermazione. Per mezzo di esso l’emittente colpisce l’attenzione e suscita l’interesse del ricevente, potenzia il messaggio e rende più efficace la comunicazione come presupposto della persuasione. Questa è la proprietà di ogni figura retorica. Quella utilizzata da Virginia Raggi è un’antitesi, ossia l’accostamento di due parole o frasi di senso opposto. Più precisamente ha fatto ricorso all’opposizione tra parole e fatti, divenuta ormai un tópos del discorso politico come strategia di screditamento dell’avversario.

In precedenza aveva detto: <Adesso basta. Abbiamo anche sorvolato sui pettegolezzi da bar, ora prendiamo atto che l’assessore preferisce continuare a fare polemiche piuttosto che lavorare. Noi andiamo avanti> (2). Così la sindaca di Roma ha dimostrato che chi governa può manifestare una propensione verso il “fare”, ovvero una personalità caratterizzata da operosità, dinamismo, efficienza, concretezza.

È ciò che la linguista Paola Desideri ha individuato pure nella produzione discorsiva di Bettino Craxi. Come conseguenza della sua predilezione per l’azione, egli riteneva, già nel 1976, che <i fatti debbono essere tenuti più in conto delle paro­le>, da lui considerate vane e implicitamente attribuiva una inutile verbosità ai suoi antagonisti (3).

Altri uomini politici hanno esplicitato questa at­tribuzione. Nel corso della campagna per le elezioni politiche del 21 aprile 1996, Silvio Berlu­sconi, ospite del programma di Enzo Biagi <Il fatto>, trasmesso su Rai-Uno il 22 febbraio, sostenne: <È in crisi da tempo la politica delle chiacchiere con i suoi protagonisti, piccoli o grandi che siano. Per questo sono sceso in campo: per cambiare il modo di fare politi­ca, per cambiare il modo di affrontare i problemi nel concreto e non a parole, per cambiare davvero questo Paese> (4).

E, in un’intervista rilasciata a un quotidia­no, specificò, rife­rendosi ovviamente a se stesso e ai suoi antagonisti: <Sono sempre più convinto che uno che lavora serva molto più di tanti che chiac­chierano> (5).

In diversi programmi televisivi (Porta a porta dell’11 marzo, Telecamere del 17 marzo, Maurizio Costanzo Show del 18 marzo), polemizzando con <esperti di partito, che sono esperti sì, ma in chiacchiere, in comizi>, il concetto fu ulteriormente sviluppato da Berlusconi così:

<Non si può affidare un lavoro come questo a un funzionario di partito che è esperto in comizi, non si può affidare a un politicante esperto in chiacchiere; non si può affidare a un professore di università esperto in teorie; non si può affidare a un burocrate esperto in regolamenti. Si può affidarlo a gente del fare, a della gente che con la propria vita abbia dimostrato di avere quella cultura dell’azienda, quella cultura delle cose concrete>

<Ma c’è bisogno di uomini diversi, uomini del fare, che abbiano fatto nella vita, che abbiano realizzato programmi, perché se lei prende un politico di carriera, un funzionario di partito che sono esperti in chiacchiere, è difficile che possano veramente essere capaci di realizzare un programma; se prende un professore esperto in teorie…>

<Non possono più esserci i burocrati, i professori, ma uomini che hanno dimostrato di saper realizzare: quindi degli uomini del fare> (6).

Ma l’antitesi parole-fatti venne utilizzata più volte anche contro il capo del centrodestra: da Massimo D’Alema (<Berlusconi ogni giorno inventa una battuta nuova […] che serve a sorridere ma non a risolvere i problemi del Paese>) e, prima ancora, quando Berlusconi era Presidente del Consiglio, dal segretario della Lega Nord Umberto Bossi (<Ha detto di essere in grado di dare un milione di posti di lavoro. E allora che si dia da fare>) e dal leader del movimento per le riforme Mario Segni (<Basta con le chiacchiere. Se lira e mercati sono crollati è perché Berlusconi con le sue incertezze e debolezze non ha governato. Avrebbe dovuto fare una Finanziaria seria e rigorosa già da parecchie settimane. La faccia subito>) (7).

Invece Walter Veltroni, da candidato alla segreteria del PDS, la impiegò contro gli avversari interni: <Mi interessa la sinistra che prova a fare, non quella che ri­esce a dire> (8).

L’opposizione tra parole e fatti si ritrova già nella produzione discorsiva di Benito Mus­solini, come dimostrano queste sue formule:

<Preferisco l’azione alle parole>

<Al Paese non daremo ulteriori parole, ma fatti>

<Le mie parole vengono dopo i fatti>

<I fatti sono sempre più eloquenti dei discorsi>

<Non gettate, signori, altre chiacchiere vane alla Nazio­ne>.

Inoltre Mussolini sostiene la necessità di trasformare le parole in fatti, cioè di realizzare una corrispondenza fra il <dire> e il <fare>, come nei seguenti passi:

<Le parole possono essere dei fatti>

<Il mio discorso sarà un fatto>

<Quando parlo, non faccio che prean­nunziare delle azioni> (9).

L’affermazione di tale coincidenza si osserva pure nell’intervento di Tony Blair al congresso del Partito laburista di Blackpool: <Stiamo investendo pesantemente nella strategia antipovertà più grande del Dopoguerra. Oltre a investimenti record nell’educazione, abbiamo introdotto il New Deal, detrazioni fiscali per le famiglie lavoratrici, aumenti record degli sgravi commisurati al carico familiare, e il Sure Start [programma di assistenza ai nuovi genitori]. Per la maggioranza delle persone benestanti, queste sono solo parole. Ma possono cambiare la vita di chi ne ha bisogno. Ecco cosa intendo con redistribuzione di potere, benessere e opportunità ai molti e non ai pochi> (10).

Quello che si riporta di seguito è invece un estratto da un discorso di Barack Obama: <C’è chi nella corsa alla presidenza sostiene che questo genere di cambiamento può andare, ma che io non sono abbastanza arrabbiato o aggressivo per realizzarlo. Non ho bisogno di lezioni su come attuare il cambiamento, perché non mi limito a parlarne in campagna elettorale. È una vita che mi batto per il cambiamento> (11).

 

È possibile riferirsi al contrasto tra parole e fatti non solo in generale, ma anche relativamente a questioni specifiche. Alla Convention nazionale democratica del 1980, a New York, Edward Kennedy disse: <Mentre altri parlavano di libera impresa, è stato il Partito Democratico che ha agito – e posto fine – a una legislazione eccessiva nell’ambito del trasporto aereo e stradale. Abbiamo reintrodotto la concorrenza nel mercato. E sono soddisfatto che questa deregulation sia stata un’azione legislativa che ho sostenuto e votato al Congresso degli Stati Uniti> (12).

Bill Clinton nella sua autobiografia ha ricordato:

<Il 5 febbraio [1993] firmai la mia prima legge, riuscendo così a mantenere un altro impegno preso in campagna elettorale. Con il Family and Medical Leave Act, gli Stati Uniti si unirono finalmente agli oltre 150 paesi che garantivano ai lavoratori la possibilità di prendersi un breve congedo per la nascita di un figlio o quando un familiare era malato […] Bush aveva posto il veto due volte, sostenendo che sarebbe stato eccessivamente oneroso per le aziende […] Agli inizi del 2001, quando per la prima volta presi un volo navetta da New York a Washington come privato cittadino, una delle assistenti di volo mi raccontò di aver avuto entrambi i genitori gravemente malati nello stesso periodo, uno di cancro e l’altro di Alzheimer. Non c’era nessuno che potesse occuparsi di loro durante gli ultimi giorni di vita tranne lei e la sorella, che non avrebbero mai potuto farlo se non ci fosse stata la Family Leave Law. “Sa, i repubblicani parlano tanto di valori familiari”, disse “ma penso che il modo in cui muoiono i tuoi genitori ne sia un aspetto molto importante”> (13).

In occasione delle elezioni del 2008, Barack Obama osservò: <Sono l’unico candidato in questa corsa alla presidenza che non si è limitato a proporre a parole un contenimento delle lobby, ma l’ho concretamente realizzato>.

Inoltre l’allora candidato democratico così polemizzò con il suo competitore repubblicano: <John McCain ama dire che inseguirà Bin Laden fino alle porte dell’inferno: basterebbe andare nella caverna in cui vive> (14).

Riguardo alla campagna per le elezioni presidenziali americane del 1992, la storia di un caso particolarmente interessante di delegittimazione dell’avversario, attraverso il tópos dell’opposizione tra parole e fatti, è stata raccontata da Alberto Cattaneo e Paolo Zanetto: <Vennero realizzati molti spot per promuovere Clinton […] Ma lo spot più efficace nel distruggere l’immagine del presidente uscente era quello che citava proprio il capolavoro di Bush nel 1988 […] una battuta che divenne il marchio di fabbrica della sua campagna: “Leggete le mie labbra: niente – nuove – tasse!” […] Mandy Grunwald voleva che lo diventasse anche nel 1992, ma in senso negativo. Infatti Bush nel 1990 aveva firmato una legge finanziaria che comportava uno dei più grandi aumenti di tasse degli ultimi anni, rompendo in modo spettacolare la sua promessa elettorale […] Nacque così lo spot capolavoro di Clinton. Mostrava spezzoni della convention repubblicana di quattro anni prima, montati con delle scritte che apparivano sullo schermo. Una voce fuori campo annunciava: “1988”. Andava in onda il vecchio filmato di Bush: “Leggete le mie labbra: niente nuove tasse!”. Tornava la voce esterna: “E così George Bush ha varato il secondo più grande aumento delle tasse della storia americana”. Di nuovo un filmato di Bush: “Niente nuove tasse!”. E di nuovo fuori campo: “George Bush ha aumentato le tasse alla classe media”. Lo spot si chiudeva senza diretti riferimenti a Clinton, con un payoff duro: “Non possiamo permetterci altri quattro anni”. Ebbe un successo tale che la sua programmazione fu intensificata negli ultimi giorni prima del voto> (15).

NOTE

 

(1) sky TG24, 15 febbraio 2017.

(2) Riportato in Corriere della Sera, 15 febbraio 2017, p. 9.

(3) PAOLA DESIDERI, Il potere della parola. Il linguaggio politico di Bettino Craxi, Marsilio, 1987, pp. 91 e 95.

(4) Riportato in Corriere della Sera, 23 febbraio 1996, p. 4.

(5) La Repubblica, 25 febbraio 1996, p. 2.

(6) Riportato in MARIA SQUARCIONE, <Il “flusso” retorico del cavaliere: Berlusconi tra ieri e oggi>, in sito web.

(7) Riportato in Corriere della Sera, 1 marzo 1996, p. 5; La Repubblica, 9 agosto 1994, p. 5; La Repubblica, 11 settembre 1994, p. 4.

(8) Riportato in La Repubblica, 1 luglio 1994, p. 5.

(9) PAOLA DESIDERI, Teoria e prassi del discorso politico, Bulzoni, 1984, pp. 62-66.

(10) Riportato in sito web.

(11) BARACK OBAMA, La promessa americana. Discorsi per la presidenza, Donzelli, 2008, p. 124.

(12) Riportato in MARIO RODRIGUEZ, Una parola vale più di mille immagini, in sito web.

(13) BILL CLINTON, My Life, Mondadori, 2004, pp. 523 e 524.

(14) BARACK OBAMA, op. cit., pp. 125 e 176.

(15) ALBERTO CATTANEO, PAOLO ZANETTO, Elezioni di successo. Manuale di marketing elettorale, Etas, 2003, pp. 304-305. Nel team della campagna elettorale di Bill Clinton, Mandy Grunwald era la consulente per i media.