La regola del contraccambio in politica

di Giorgio Mazta (seconda parte, vai alla prima parte)

Nella comunicazione politica – lo abbiamo visto in un precedente articolo – spesso ci si ispira alla regola del contraccambio per influenzare la decisione di voto (1). Tuttavia, per raggiungere questo obiettivo, è possibile che il riferimento ad essa venga non dal candidato ad un’elezione, ma da un suo sostenitore. Nella sua autobiografia Bill Clinton ha rammentato alcuni episodi in proposito:
“Un tale seduto sul fondo si alzò e disse che voleva parlare. John Lee Wilson era il sindaco di Haynes, una cittadina di circa 150 abitanti […] Non lo conoscevo bene e non avevo la minima idea di cosa avrebbe detto, ma non dimenticherò mai le sue parole […] ‘Quando Bill Clinton diventò governatore, nella mia città […] i miei figli si ammalavano perché non esistevano fogne. Non gliene fregava niente a nessuno. Quando lui terminò il suo incarico, noi avevamo la fognatura e i miei bambini non si sono più ammalati. Se non sosteniamo quelli che sostengono noi, chi ci porterà ancora un po’ di rispetto?’ […] Si scatenò il putiferio, uno di quei rari momenti in cui le parole di un uomo possono realmente cambiare le menti e i cuori”
“Una leader dei neri che apprezzavo particolarmente, Emily Bowens, era sindaco della piccola comunità di Mitchellville, nell’Arkansas sudorientale. L’avevo aiutata durante il mio primo incarico e lei ripagò pienamente il suo debito: nel ballottaggio delle primarie conquistai Mitchellville con 196 preferenze contro le 8 di Purcell. Quando la chiamai per ringraziarla di avermi fatto ottenere il 96% dei voti, mi chiese scusa per gli otto voti persi. ‘Governatore, troverò quelle otto persone e le raddrizzerò entro novembre’, mi promise. Il 2 novembre vinsi a Mitchellville 256 a 0. Emily aveva trovato gli otto voti promessi, più altri cinquantadue” (2).
Nel discorso pronunciato a Concord, nel New Hampshire, il 2 settembre 2007, per appoggiare la candidatura della sua consorte Hillary alla presidenza degli Stati Uniti, ha parlato di un suo incontro con un capitano dei vigili del fuoco della città di New York: “Mi ha raccontato che quel giorno terribile, ‘l’11 settembre, quando andammo a fare il nostro dovere, quando alcuni di noi persero la vita, quando respirammo tutte quelle sostanze, sua moglie si rese conto immediatamente che molti di noi si sarebbero ammalati e sarebbero morti per quello che avevamo respirato facendo il nostro dovere. E sua moglie ha iniziato immediatamente a battersi per noi e da allora non ha mai smesso. Quando il governo ha ripetutamente negato, per mesi e mesi, per oltre un anno, che qualcosa poteva effettivamente averci fatto del male per quello che avevamo respirato quel giorno, sua moglie Hillary ha continuato a difenderci, a battersi per noi. Voglio pertanto che lei sappia che alcuni di noi che avrebbero potuto morire grazie a lei e alle sue battaglie oggi sono vivi’. Poi ha concluso: […] ‘Quando eravamo spacciati lei si è messa dalla nostra parte […] Alla Casa Bianca ci occorre qualcuno che pensi alla gente come noi, che non dimentichi. Io non dimenticherò mai quello che Hillary ha fatto per noi e farò tutto ciò che è in mio potere per farla eleggere presidente’” (3).
Perfino un aneddoto è utile per capire l’efficacia della strategia persuasiva di cui stiamo trattando: “Quando arrivammo in Illinois eravamo in ritardo, come sempre, a causa delle numerose fermate fuori programma. Non avremmo voluto farne altre, ma a un certo punto ci trovammo davanti un piccolo gruppo di persone ferme a un incrocio con un grosso cartello che diceva: ‘Dateci otto minuti e vi daremo otto anni!’. Ci fermammo” (4).
Talvolta Barack Obama, richiamandosi alla regola del contraccambio, chiedeva ai cittadini di prendere coscienza di avere non solo dei diritti, ma pure dei doveri:
“Voglio aggiungere che anche se mi batto per una maggiore uguaglianza nell’allocazione dei fondi alle scuole, non serve a molto se poi i genitori non spengono la tv quando i figli tornano da scuola e non si accertano che si mettano seduti a fare i compiti, se non vanno a parlare con gli insegnanti per capire cosa combinano, e se non cominciamo a infondere nei nostri ragazzi l’idea che non c’è niente di cui vergognarsi in un buon rendimento scolastico”
“Certo, il governo deve guidarci verso l’indipendenza energetica, ma ognuno di noi dovrà fare la sua parte per evitare gli sprechi in casa e in ufficio. Certo, dobbiamo dare più opportunità di realizzazione ai giovani che si lasciano andare a una vita criminosa e disperata. Ma dobbiamo anche ammettere che i programmi di governo da soli non possono rimpiazzare i genitori; che non può essere il governo a spegnere la tv e a convincere una bambina a fare i compiti; che i padri devono assumersi più responsabilità per dare ai figli l’amore e la guida di cui hanno bisogno” (5).
Una variante dell’“arma della persuasione”, alla quale è dedicato il nostro articolo, potrebbe essere sintetizzata nella formula “insieme nella buona e nella cattiva sorte”. Il racconto che segue si deve a Bill Clinton: “Il 28 agosto [1998], giorno del 35° anniversario del celebre discorso di Martin Luther King, ‘I have a dream’, mi recai a una cerimonia commemorativa alla Union Chapel di Oak Bluffs, da più di un secolo meta di pellegrinaggio di molti afroamericani. Condivisi il palco con il deputato John Lewis, che aveva lavorato con King e dal punto di vista morale era uno dei personaggi carismatici più potenti della politica americana. Eravamo amici da molto tempo, da ben prima del 1992. Era stato uno dei miei primi sostenitori e aveva tutto il diritto di condannarmi [per la vicenda Monica Lewinsky]. Invece, quando prese la parola, John disse che ero suo amico e fratello: era stato al mio fianco nel successo e non mi avrebbe abbandonato adesso che avevo toccato il fondo, ero stato un buon presidente e se fosse dipeso da lui avrei continuato a esserlo. John Lewis non immaginerà mai quale spinta abbia dato al mio morale quel giorno” (6).
Un caso analogo è esposto nel romanzo Colori primari. In una situazione difficile per il protagonista, che possiamo facilmente identificare in Bill Clinton, un suo fautore, presentandolo in una manifestazione e riferendosi evidentemente alla sua precedente opera a favore della loro comunità, dice: “Noi tutti sappiamo chi è Jack Stanton e che tipo di governatore è stato… e non tagliamo la corda se il nostro amico è nei guai” (7).
Un simile principio si afferma nella Retorica a Erennio (1, II, § 25). Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca lo hanno illustrato così: “Chi è stato generoso nell’opulenza, misericordioso quando era potente, avrà il diritto […] di fare appello alla generosità e alla misericordia, quando la fortuna gli è divenuta sfavorevole” (8).
È possibile perfino contraccambiare un torto. Al riguardo nell’autobiografia di Bill Clinton leggiamo: “Un sabato mattina mi recai in un diner di Manchester, a quell’ora gremito di cacciatori di cervi iscritti alla National Rifle Association. Parlando a braccio, dissi di essere al corrente del fatto che avevano bocciato Dick Swett, membro democratico del Congresso, nel 1994 perché aveva votato a favore della legge Brady e della messa al bando delle armi da assalto. Molti di loro annuirono. Quei cacciatori erano brave persone che erano state intimidite dall’Nra e che lo sarebbero state ancora nel 1996 se nessuno avesse spiegato loro l’altra faccia della medaglia in un linguaggio comprensibile. Ci provai così: ‘So che l’Nra vi ha detto di eliminare Dick Swett. Bene, se per colpa della legge Brady o della messa al bando delle armi d’assalto avete perso un solo giorno o una sola ora di caccia al cervo, allora voglio che votiate anche contro di me, perché sono stato io a chiedergli di sostenere quelle leggi. Se invece così non è, vi hanno mentito e dovete rendere loro la pariglia’” (9).
In uno dei tanti momenti della campagna elettorale americana del 2004, mentre passava il pullman del candidato repubblicano e presidente uscente George W. Bush, per augurargli di non essere rieletto, un bambino sollevava un cartello, sul quale molto probabilmente un adulto aveva scritto: “Mio nonno ha perso il lavoro. Adesso tocca a te”. L’esplicitazione del messaggio non presenta difficoltà: chi è rimasto disoccupato a causa della tua politica, ora provocherà la tua “disoccupazione”, non votandoti.

NOTE
(1) <a href=”https://www.perlaretorica.it/la-regola-del-contraccambio-in-politica/”>“La regola del contraccambio in politica”, pubblicato il 20 dicembre 2017</a>.
(2) BILL CLINTON, My Life, Mondadori, 2004, pp. 319-320 e 324. Ecco come, da comandante in capo degli Stati Uniti d’America, espresse la sua gratitudine nei confronti del suo “grande elettore” protagonista della prima vicenda: “Purtroppo, John Lee Wilson morì prima che fossi eletto presidente. Verso la fine del mio secondo incarico […] raccontai per la prima volta in pubblico la storia di quell’intervento di John Lee Wilson. Il mio discorso fu trasmesso dalle televisioni dell’Arkansas orientale. Fra gli spettatori, nella sua piccola casa di Haynes, c’era la vedova di John Lee Wilson. Mi scrisse una lettera molto commovente, dicendomi che John sarebbe stato molto orgoglioso di ascoltare il presidente parlare bene di lui. Ovviamente, non potevo fare altro che parlarne bene. Se non fosse stato per John Lee, adesso, invece di questo libro, probabilmente starei scrivendo testamenti e atti di divorzio”.
(3) Riportato in la Repubblica, 4 settembre 2007, p. 23.
(4) BILL CLINTON, op. cit., p. 449.
(5) BARACK OBAMA, La promessa americana. Discorsi per la presidenza, Donzelli, 2008, pp. 87-88 e 175-176.
(6) BILL CLINTON, op. cit., p. 868.
(7) ANONIMO, Colori primari, Garzanti, 1996, p. 151.
(8) CHAΪM PERELMAN, LUCIE OLBRECHTS-TYTECA, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 241.
(9) BILL CLINTON, op. cit., pp. 753-754.