L’apodìssi nella comunicazione politica in Italia

Quando la retorica argomenta con prove evidenti. Mario Draghi e gli altri

“È impensabile tenere chiusa l’Italia anche per tutto il mese di aprile. Chiediamo al premier Draghi che si riapra in sicurezza e si ritorni alla vita”. Alla richiesta di Matteo Salvini il presidente del Consiglio ha risposto con un rigore di ragionamento, tipico dello scienziato (al quale non è interessato chi si limita a rincorrere l’elettorato per catturarne il consenso): “Che continuare a tenere chiuso sia pensabile o impensabile dipende solo dai dati. Le misure prese hanno dimostrato di non essere campate in aria” (1).

Nella sua replica, nell’ottica della retorica, il capo del Governo ha impiegato l’apodìssi o prova evidente (apodixis, evidens probatio), un procedimento derivante dalla logica aristotelica e pertanto particolarmente connesso all’argomentazione, consistente nel riferimento a qualcosa di reale, a cui non possiamo rifiutarci di credere (magari ne abbiamo avuto addirittura una conoscenza diretta).

Si adopera, per citare Paolo Facchi, “tutte le volte che, volendo persuadere un uditorio ad approvare una tesi come vera o a disapprovarla come falsa, si adducono uno o più fatti a sua conferma o smentita”, giacché “la verità dei fatti viene trasferita alla tesi”. Per essere più efficace, l’appello ad atti concreti deve contenere sempre pure una loro descrizione. Dunque, per riprendere un suggerimento dell’autore, “la propaganda del partito al potere dirà: ‘In questi anni la nostra rete stradale è aumentata del tanto per cento’ […] per accreditare la tesi ‘il nostro Paese ha progredito’. Il partito all’opposizione risponderà: ‘In tanti anni la nostra rete stradale è ancora inferiore a quella del Paese vicino’”, con l’intento, attraverso un paragone, di “identificare la tesi ‘il nostro Paese non ha progredito’” (2).

Nella teoria elaborata da Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca si considera il fatto un oggetto di accordo preliminare fra l’oratore e l’uditorio, una premessa costituita da quanto ammesso dal secondo e utilizzata dal primo per ottenerne l’adesione, giacché – ha osservato Olivier Reboul – “è impossibile che l’uno si rivolga all’altro se tra loro non c’è […] un minimo di intesa” (3).

In un libro dedicato al grande pubblicitario Bill Bernbach si può leggere: “In una realtà stracarica di fatti era sempre pronto a dire: ‘Facts are not enough’. E passava agli esempi. ‘Quando i sostenitori del senatore McCarthy andavano a bussare alle porte dicendo: – Sono un sostenitore di McCarthy: quello contro il Viet Nam, la gente gli sbatteva la porta in faccia. Allora cominciarono a dire: – Il Viet Nam costa ogni giorno come le tasse del New Hampshire di un intero anno. Divennero tutti pacifisti’” (4).

Dell’apodìssi, Henry Peacham ha scritto che “di tutte le forme di discorso non ve n’è una più adatta o più potente per confermare o confutare di questa, basata sui sicuri fondamenti dell’esperienza di ogni tempo” (5).

I rappresentanti dei partiti impegnati nella competizione per le elezioni politiche del 21 aprile 1996, che fu piuttosto combattuta, s’ispirarono largamente a essa a sostegno delle loro tesi.

Romano Prodi:

“La riforma delle pensioni ha dimostrato che solo con la coesione sociale e il dialogo tra sindacati, imprese e categorie si possono ottenere risultati duraturi” (La Repubblica, 23 marzo 1996, p. 6).

Lamberto Dini:

“È evidente che Fini ha ormai preso il sopravvento nel Polo. Lo dimostrano i fatti: a ottobre la polemica su Mancuso, a dicembre la battaglia per mandar via il governo dei tecnici, a gennaio gli ostacoli al tentativo di Berlusconi per un dialogo sulle riforme istituzionali, a febbraio il no al governo Maccanico” (L’Espresso, 5 aprile 1996, p. 70).

Gerardo Bianco:

“Le dichiarazioni di Berlusconi chiariscono definitivamente la pericolosa spregiudicatezza della destra italiana in tutti i suoi approcci a questa delicata materia [il progetto di modificare la Costituzione]” (La Repubblica, 4 aprile 1996, p. 3).

Antonio Maccanico:

“L’avvio della loro campagna elettorale conferma quello che già era emerso nel corso dei miei tentativi di formare il governo: c’è una destra che tenta di prevaricare sulle forze moderate di quella coalizione” (Corriere della Sera, 21 marzo 1996, p. 2).

Silvio Berlusconi confutò un assunto degli avversari, affermando l’impossibilità per loro di avvalorarlo con la segnalazione di azioni concrete:

“Nessuno, dico nessuno, ha potuto indicare un solo atto mio o di miei collaboratori in cui l’interesse dello Stato e quello della Fininvest siano stati mescolati o confusi” (Panorama, 7 marzo 1996, p. 19).

In qualche maniera si ricollegò alle “fallacie di rilevanza dette ad ignorantiam”, le quali – nella spiegazione di Franca D’Agostini – “sono argomenti che dimostrano una tesi facendo appello all’ignoranza della tesi contraria”. Essi “non vengono usati di solito in modo scoperto. Ma funzionano indirettamente per veicolare la persuasione di chi ascolta” (6).

Nello specifico il parlante espone un’opinione (“l’interesse dello Stato e quello della Fininvest non sono stati mai mescolati o confusi”) e contemporaneamente sostiene che la proposizione che vi si contrappone (l’antitesi) è inammissibile.

Il capo dello schieramento di centrodestra mirava, sia a comprovare, sia a contraddire, rispondendo a una domanda di un intervistatore:

“Riteniamo che debbano essere diminuite le aliquote. L’osservazione che ci viene fatta è che se diminuiscono le aliquote diminuiscono anche le entrate dello Stato. L’esperienza di altri Paesi dimostra invece che abbassando le aliquote si allarga la base imponibile. Infatti se le tasse sono ragionevoli, per numero e consistenza, aumenta il numero delle persone che pagano. Con un fisco equo ma severo i cittadini preferiscono stare tranquilli e pagare tutte le tasse. In questo modo, dunque, le entrate dell’erario dovrebbero addirittura aumentare. Così è avvenuto, per esempio, negli Stati Uniti, durante il periodo della presidenza di Ronald Reagan. In questo modo si combatte anche l’evasione” (Gente 18 aprile 1996, p. 9).

Ecco, all’opposto, la posizione di Romano Prodi:

“Tutti i punti del programma del Polo hanno la stessa soluzione: abbassare le imposte. Ma come fanno a quadrare i conti? Il Polo propone la detassazione dei Bot, misure da incoscienti, di chi vuol sfasciare lo Stato. Chi credeva che le riduzioni d’imposta si finanziassero da sole con un rilancio dell’economia è stato sbugiardato dai fatti. Ci credeva Reagan e ha lasciato il più grande deficit di bilancio della storia americana. Tremonti ci crede ancora e ha lasciato una legge che ha creato un buco di migliaia di miliardi nel bilancio” (La Repubblica, 23 marzo 1996, p. 6).

Al di là della finalità strettamente logica, si ricorre all’apodìssi per accreditare sé medesimi e gli alleati. Ciò è attestato dagli interventi, sempre relativi alla campagna del 1996, che qui si citano.

Massimo D’Alema, adoperando pure lui l’“appello all’ignoranza”:

“[A un elettore esitante] direi di guardare i fatti. Abbiamo dimostrato di avere capacità di gestire la Cosa pubblica. Nessuno può contestare che le Regioni, le città, gli enti da noi amministrati funzionano meglio rispetto a quelli diretti da altre forze politiche” (Gente, 4 aprile 1996, p. 8)

Walter Veltroni:

“Dal pacifismo al debito pubblico, allo stato sociale, è lo stesso Galli della Loggia a elencare i campi in cui il PDS ha dato prova di coerenza politica e di cultura di governo” (Corriere della Sera, 23 febbraio 1996, p. 3)

Lamberto Dini:

“Il mio governo sta a dimostrare che si possono prendere impegni e rispettarli scrupolosamente […] Penso […] al contenimento delle spese. Per la prima volta, ripeto: per la prima volta, è stato raggiunto l’obiettivo che il governo si era dato” (L’Espresso, 5 aprile 1996, p. 70)

Romano Prodi:

 “Ho dimostrato che ci si può arrangiare benissimo anche senza essere i padroni delle televisioni” (Corriere della Sera, 14 aprile 1996, p. 3)

“Fino ad oggi sono stato onesto, credo di averlo dimostrato con il mio modo di comportarmi tutti i giorni e per lo stile di vita della mia famiglia” (Corriere della Sera, 19 aprile 1996, p. 5)

Gianfranco Fini:

“Certo Silvio [Berlusconi] dimostra di essere un vero uomo politico, uno che non fa tutto in ragione del suo profitto personale, quando dice: discutiamo, perché la mia candidatura potrebbe dare pretesti agli avversari” (Corriere della Sera, 19 febbraio 1996, p. 3).

Ma ancor più frequente è l’impiego della figura retorica, di cui stiamo parlando, per mettere in cattiva luce i rivali.

Romano Prodi:

“Gli italiani hanno già avuto prova delle sue [di Berlusconi] bugie” (Corriere della Sera, 23 marzo 1996, p. 6)

a proposito di una contestazione nei suoi confronti: “Si è visto cos’è la destra. Proprio non la credevo così becera. Ma quel che è successo è servito a far capire agli italiani cosa li aspetta se la destra vince le elezioni. È stata la prova del nove, ora non ci sono dubbi” (Corriere della Sera, 5 marzo 1996, p. 5)

Walter Veltroni:

“A loro il presidenzialismo serve per fare la guerra al resto della società. Lo dimostra uno [Silvio Berlusconi] che paragona il pool di Milano alla banda della Uno bianca” (La Repubblica, 4 aprile 1996, p. 4)

“Berlusconi, con quello che va dicendo, dimostra di aver perso la testa” (Corriere della Sera, 14 aprile 1996, p. 3)

Lamberto Dini:

“Berlusconi ha detto che se perde le elezioni si ritira. Questa è la prova che gli interessa solo il potere” (Corriere della Sera, 4 aprile 1996, p. 3)

Enrico Boselli:

“Credevamo che su questo punto [la modifica della Costituzione con il consenso unanime] Berlusconi fosse d’accordo con il centrosinistra. Le sue ultime prese di posizione dimostrano, invece, come il cavaliere sia ormai un semplice portavoce di Fini” (La Repubblica, 4 aprile 1996, p. 3)

Gianfranco Fini (particolarmente polemico con il premier allora in carica):

“Dini ha dimostrato di avere ambizione e spregiudicatezza sufficienti per essere arruolato alla corte dell’Ulivo, dimostri anche, se è capace, di avere sufficiente dignità e coerenza per dire pubblicamente ciò che ha sempre detto in privato: di non ritenere né seri né possibili accordi o desistenze di qualsiasi natura con Rifondazione e Lega. Il suo silenzio al riguardo sarebbe una ulteriore dimostrazione della assoluta inaffidabilità del personaggio” (La Repubblica, 24 febbraio 1996, p. 3)

“[Dini] non creda di presentarsi al Paese come l’uomo moderato che chiede i voti del centro, perché la nostra campagna elettorale sarà tesa a dimostrare che lui è, come realmente è, il cavalier servente di D’Alema in sostituzione di Prodi” (Corriere della Sera, 27 febbraio 1996, p. 4)

“È Dini a dover dimostrare che la dichiarata neutralità del governo non è solo una buona intenzione. Perché di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno e vedremo nei prossimi giorni se sarà effettivamente neutrale” (Corriere della Se­ra, 3 marzo 1996, p. 4)

“Dini dimostra di non amare le critiche, sfugge ai contraddittori, perde la calma: non mi sembra sia un esempio di moderazione. Soprattutto, mi sembra sia un esempio di coda di paglia… Dini ha assunto un atteggiamento da propagandista politico e non da presidente del Consiglio” (Corriere della Sera, 22 marzo 1996, p. 5).

Dai brani riportati emerge l’associazione dell’apodìssi alla veridizione, ossia alla costruzione di un effetto di verità. Essa si ottiene collegando un testo a un extratesto, a qualcosa di estraneo all’insieme degli enunciati linguistici, di precedente, per mezzo dei verbi “dimostrare”, “confermare”, “indicare”, “chiarire” o delle espressioni “essere la prova”, “dare prova”, “avere prova” e similari. Ne scaturisce un potenziamento del messaggio e la comunicazione raggiunge quindi una maggiore incisività.

I seguenti rilievi si devono a Silvio Berlusconi:

“Finalmente è ben chiaro a tutti gli italiani chi sia Dini. Disse che faceva un governo tecnico e invece l’ha trasformato in un partito; diceva che si sarebbe gettato anima e corpo negli affari europei, ricordate il mito del Semestre intangibile? e invece eccolo tuffarsi nella campagna elettorale. A me aveva detto e ridetto che mai e poi mai sarebbe andato a sinistra: e invece adesso si allea con l’Ulivo. Insomma, quel che è certo è che da oggi in poi qualunque cosa dirà il dottor Dini, io […] non crederò a una sola parola” (La Repubblica, 28 febbraio 1996, p. 4)

“Gli italiani dovrebbero mettere a confronto l’operato del mio governo e quello di Dini. Le famiglie, alla fine del 1994, non pagarono una lira in più. Alla fine del 1995, tra manovre, manovrine e manovrette, hanno pagato 800 mila lire in più di tasse” (Famiglia Cristiana, 24 aprile 1996, p. 27).

Nel primo, assai elaborato retoricamente, si nota immediatamente la duplice anafora, prodotta dalla ripetizione all’inizio di frasi coordinate, per tre volte (e dunque con un ritmo ternario), rispettivamente, di una voce del verbo “dire” e dell’avverbio “invece”. Dall’opposizione tra parole e atti deriva l’incompatibilità (e l’accusa d’incoerenza), che “consiste – nella definizione di Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca – in due asserzioni tra le quali bisogna scegliere, a meno di rinunciare ad entrambe” (7).

Osserviamo ancora che con il raddoppiamento di certi termini (è un iconismo morfologico) si evidenziano la ripetitività (“detto e ridetto”) e l’intensità (“mai e poi mai”). Infine, attraverso l’uso del linguaggio in funzione fàtica, l’emittente accentua il contatto con il ricevente per coinvolgerlo maggiormente nel discorso (“ricordate il mito del Semestre intangibile?”).

Il secondo passo contiene l’affermazione: “Gli italiani hanno pagato 800 mila lire in più di tasse”. È un’occorrenza della propensione del leader del centrodestra a rendere manifesta – l’ha constatato Francesco Marsciani – “la propria competenza, letteralmente riempiendo il proprio discorso di riferimenti ad una realtà fatta di cifre, di statistiche, di numeri, secondo un tipico movimento oggettivante proprio dei discorsi scientifici”. Così “la realtà appare per quella che è, non interpretabile a piacimento, ma dotata di sue caratteristiche imprescindibili cui il discorso deve fare riferimento. La adeguazione del discorso ai caratteri di una tale realtà, e soprattutto il suo menzionarli, produce precisamente quell’effetto veridittivo per il quale quel discorso appare ‘vero’”. Inoltre “esporre cifre significa al contempo esporre dati incontrovertibili e, pertanto, chiunque se ne discosti non può a sua volta che risultare menzognero, proprio perché non sa adeguare il proprio discorso alla realtà. Non solo, ma i numeri hanno anche la caratteristica di costruire sequenze necessarie, e il modello di un discorso che espone numeri è quello di un discorso che sviluppa le conseguenze, quello di un discorso conseguente, costruito secondo logica e argomentativamente saldo”. Ne discende che l’ascoltatore “deve egli stesso accettare una realtà che si impone per se stessa, scommettendo nella maggior parte dei casi (in tutti quei casi in cui non si è economisti o matematici) sulle competenze specifiche che rimangono presupposte” (8).

Ciò caratterizza, però, pure due interventi di Romano Prodi, che rievoca la sua presidenza dell’IRI e della Commissione europea:

“Ho gestito un’organizzazione complessa: 550 mila dipendenti, sono passato da 3000 miliardi di passivo a 1800 di attivo, ho gestito la privatizzazione di 34 aziende, una ristrutturazione basata sull’accordo e senza un giorno di sciopero. Ho fatto il 70 per cento delle privatizzazioni. Ed è per questo che i mercati credono in noi” (Linea Tre, Rai-Tre, 12 aprile 1996)

“Con l’allargamento dell’Unione abbiamo esteso e garantito un presente e un futuro di pace, di libertà e di sicurezza a 450 milioni di donne e di uomini che diventeranno 500 con l’ingresso di Bulgaria, Romania, Croazia. Il negoziato per l’adesione della Turchia, la riconosciuta vocazione europea degli altri paesi balcanici, l’aspirazione a un futuro europeo da parte di paesi come l’Ucraina e la Georgia, sono la testimonianza più forte e concreta del potere di attrazione esercitata dall’Unione Europea. Ma l’impegno dell’Europa si estende ben oltre questa cerchia di paesi. Con 30 miliardi di euro destinati ogni anno a combattere povertà e sottosviluppo in oltre 160 paesi e amministrati per un quinto dalla Commissione Europea, l’Europa è il maggior donatore del mondo. Con oltre 70 mila soldati impegnati sotto le bandiere dell’Onu, della Nato e dell’Unione, dalla Bosnia al Kossovo, dall’Aghanistan all’Africa, l’Europa ha portato e porta un contributo essenziale alla sicurezza internazionale” (“Cosa chiede l’Europa al presidente Bush”, in la Repubblica, 20 febbraio 2005, pp.1 e 15).

Al di là della politica, nella comunicazione strategica, mirante al conseguimento dell’obiettivo della persuasione, il richiamo all’apodìssi può guidare la creatività (nell’accezione di capacità di associare idee in maniera originale) in direzione del problem solving. In pratica la retorica ha perfino una funzione euristica, giacché, secondo Olivier Reboul, “contribuisce, là dove nessuna soluzione è scritta in anticipo, a trovare una soluzione” (9).

È possibile che accada provvidenzialmente, magari assistendo a una scena quotidiana. Una conferma viene dalla storia di un caso: il sostegno a scopo pubblicitario di un’importante manifestazione sportiva da parte della Procter & Gamble. Mark Pritchard, top marketer della società – ha raccontato Alberto De Martini – “si forzò di ragionare in modo semplice […] Se il protagonista della sponsorizzazione doveva essere P&G bisognava trovare un concetto che legasse P&G, e non ogni singolo brand, alle Olimpiadi […] Adesso si apriva una nuova era. Quelle due lettere collegate da una ‘e’ commerciale dovevano assumere un ruolo e un senso nella vita delle persone comuni, come quella signora là, che stava attraversando la strada di corsa, tenendo un bambino per mano”. Ed ecco la sua intuizione: “Noi non saremo lo sponsor degli atleti, ma delle loro mamme. E questo per due ragioni: sono loro che hanno permesso ai loro figli di diventare campioni, svegliandoli ogni mattina, portandoli agli allenamenti, comprando loro magliette, tute e attrezzi, premiandoli per i loro successi, consolandoli per le loro sconfitte, nutrendoli, lavandoli e coccolandoli, spesso con i nostri prodotti. E questo è il secondo motivo: sono loro, le mamme, il target di P&G. E poiché i ragazzi delle Olimpiadi rappresentano tutti i ragazzi, le loro mamme rappresenteranno, nella nostra comunicazione, tutte le mamme del mondo. Cioè tutto il target di P&G” (10).

A proposito di com’è nato un simile concept, torna alla mente una domanda che si poneva Joseph Conrad: “Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo dalla finestra io sto lavorando?”.

Note

(1) Corriere della Sera, 28 marzo 2021, p. 3.

(2) Paolo Facchi (a cura di), La propaganda politica in Italia, Il Mulino, 1960, pp. 36 e 37.

(3) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 1989, pp. 73-75 e Olivier Reboul, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 182.

(4) Mara Mancina, Bill Bernbach e la rivoluzione creativa. Il mito di un personaggio e di un movimento che hanno cambiato la storia della pubblicità, Franco Angeli, 2007, pp. 237-238.

(5) Henry Peacham, The Garden of Eloquence, 1577, p. 87 (riportato in Brian Vickers, Storia della retorica, Il Mulino, 1994, p. 416).

(6) Franca D’Agostini, Verità avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico, Bollati Boringhieri, 2010, pp. 120 e 121.

(7) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 212.

(8) Francesco Marsciani, “Tra Berlusconi e Prodi. Giochi di credibilità”, in Marino Livolsi, Ugo Volli (a cura di), Il televoto. La campagna elettorale in televisione, Franco Angeli, 1997, pp. 199-200.

(9) Olivier Reboul, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 24.

(10) Alberto De Martini, Brand Narrative Strategy, Franco Angeli, 2017, pp. 32-33.