L’argomento della divisione del tutto nelle sue parti nel discorso politico

di Giorgio Matza

In un precedente articolo abbiamo parlato dell’inclusione della parte nel tutto, con la quale si riconosce la maggiore importanza dell’insieme in confronto alle sue componenti, giacché le seconde sono comprese nel primo. Ci si basa, in altri termini, sulla superiorità del tutto sulla parte (1).

Per Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, rientra fra gli argomenti quasi-logici, che “pretendono di avere una certa forza di convinzione, in quanto si presentano confrontabili a ragionamenti formali, logici, o matematici”. Nella stessa classe comprendono quello della divisione del tutto nelle sue parti, che consiste nel “dimostrare l’esistenza dell’insieme” oppure “l’esistenza o la non esistenza di una delle parti” (2).

Romano Prodi potrebbe essersi ispirato a esso, quando, nella campagna per le elezioni politiche del 21 aprile 1996, disse: “Abbiamo visitato imprese e opere di solidarietà, abbiamo incontrato donne, uomini, giovani e anziani, lavoratori e disoccupati. Per questo riusciamo sempre più a capire i problemi dell’Italia” (3).

E in una lettera a un quotidiano scrisse: “Sentivo l’obbligo di tenere presente i problemi e gli interessi di tutti gli italiani […] anche i problemi dei milioni di consumatori che debbono far quadrare i conti con stipendi che sono sempre più insufficienti per arrivare alla fine del mese” e “Se mi propongo di governare tutto il Paese, non posso certo dimenticare le parti ‘deboli’ della società, gli immigrati, gli anziani, i giovani disoccupati che, non potendo contare su organizzazioni di categoria, vengono spesso e volentieri abbandonati dalla politica preelettorale” (4).

Così l’“oratore” utilizza la “divisione” come tecnica seduttoria, giacché settorializza l’“uditorio universale” per selezionarne di particolari, identificati con precisione, in quanto risulta più efficace indirizzarsi a essi piuttosto che a tutti gli elettori in maniera indiscriminata. Effettivamente, quando l’uomo politico si rivolge a un gruppo specifico, si crea fra loro un’intesa, una complicità, che deriva proprio dal carattere di esclusività del messaggio e quindi aumenta l’intensità del rapporto comunicativo (5).

Pertanto si ricorre a tale argomento negli appelli agli elettori. L’ha fatto pure Bettino Craxi, in occasione delle elezioni politiche ed europee del 1979: “Ci rivolgiamo ai cattolici, che vogliono superare il muro del pregiudizio nei nostri confronti e acquisire la coscienza che noi abbiamo della conciliabilità di valori del cristianesimo e di valori del socialismo, sapendo che noi siamo uomini che sanno rispettare la libertà di coscienza e la libertà religiosa. Ci rivolgiamo alle donne del nostro paese, le quali non possono dimenticare, e non hanno certamente dimenticato, che nella storia d’Italia, dai tempi antichi fino ad avvenimenti più recenti, il PSI è sempre stato pioniere e protagonista nelle battaglie per i diritti civili e per i diritti della donna. Ci rivolgiamo agli uomini della sinistra, agli elettori della sinistra, perché realizzino con il loro voto un riequilibrio nei rapporti di forza della sinistra nel nostro paese, rafforzando la posizione socialista che rappresenterà, sempre e comunque, un punto di riferimento per l’unità e il progresso delle classi lavoratrici. Ci rivolgiamo ai più giovani perché guardino ad una prospettiva dell’Italia e dell’Europa in cui l’alternativa alla società capitalistica, alle sue disuguaglianze, alle sue contraddizioni, non può essere un’alternativa comunista, ma l’alternativa di un socialismo nella libertà” (6).

Sempre riguardo alla richiesta di voto, un uso originale della divisione del tutto nelle sue parti si trova nel discorso pronunciato in televisione, il 1° giugno 1979, da Luciana Castellina, che la associò alla figura retorica dell’antitesi, con un intento polemico, volendo evidenziare una serie di nette contrapposizioni: “Non mi piacciono gli appelli […] agli elettori, che sono diversi, vogliono cose diverse perché vivono diversamente: ci sono i ricchi, ci sono i poveri, ci sono i padroni e ci sono gli operai, ci sono gli uomini e le donne […] C’è chi il mondo lo vuole cambiare e chi invece gli va bene così perché qui trova la garanzia del proprio privilegio. Perciò non mi rivolgerò a tutti gli elettori ma solo a una parte di loro: a chi vuole […] costruire una nuova società”.

Tuttavia la allora dirigente del Partito di unità proletaria aggiunse: “Ma mi rivolgo anche a quelli che invece sono incerti, rassegnati, diffidenti”.

Come ha osservato Guido Ferraro, “nello sforzo di non respingere nessun possibile portatore di voti, si rivela la natura sostanzialmente retorica dell’artificio introduttivo” (7).

Dalle parole di Luciana Castellina emergono due diversi tipi di elettorato. Roberto Grandi e Cristian Vaccari sono andati oltre la bipartizione. Infatti hanno scritto: “Per definire chi sono i propri destinatari e come rivolgersi a loro, si divide l’elettorato in tre macrosettori: la propria base, gli incerti e la base dell’avversario (o degli avversari)” (8).

Ronald Reagan fece ricorso alla tecnica argomentativa di cui si sta parlando per sostenere la legittimità del coinvolgimento del suo Paese nella guerra del Vietnam. In effetti, nel suo primo discorso da presidente degli Stati Uniti, mentre in televisione si vedeva il cimitero monumentale di Arlington, dove riposano i soldati che morirono per l’America, disse: “Le loro vite si spensero in luoghi chiamati Belleau Wood, Argonne, Omaha Beach, Salerno e […] Guadalcanal, Tarawa, Pork Chop Hill, Chosin e in centinaia di risaie e giungle di un posto chiamato Vietnam”.

Come hanno rilevato Anthony R. Pratkanis e Elliot Aronson, “includendo i caduti della guerra del Vietnam in una sequenza di simboli e immagini che esemplificavano il meglio dell’eroismo americano, Reagan aveva trasformato con una sola vivida immagine la guerra del Vietnam in una missione giusta e onorevole” (9).

Inoltre, come ha raccontato Barack Obama, “con la promessa di schierarsi dalla parte di coloro che lavoravano duramente, obbedivano alle leggi, si prendevano cura delle loro famiglie e amavano il loro Paese, Reagan offrì agli americani il senso di un obiettivo comune che i i liberal non sembravano più in grado di mettere a fuoco” (10).

Nel seguente estratto dalla sua autobiografia, così Bill Clinton evidenzia la presenza di aspetti non solo deplorevoli, ma persino lodevoli nell’azione di un suo predecessore alla presidenza degli Stati Uniti: “Il Watergate era solo una delle tante cose fatte da Nixon su cui non ero d’accordo: la lista dei nemici personali, il prolungamento della guerra del Vietnam e l’escalation dei bombardamenti, i tranelli a scapito degli avversari alla Camera e al Senato in California. Ma Nixon aveva anche aperto la porta alla Cina, firmato disegni di legge per la costituzione dell’Environmental Protection Agency, della Legal Services Corporation e della Occupational Safety and Health Administration e aveva lanciato il primo programma federale delle ‘pari opportunità’” (11).

L’argomento della divisione del tutto nelle sue parti coincide solitamente con l’accumulazione (o enumerazione o elencazione), il procedimento stilistico che consiste nella successione di parole o gruppi di parole, allo scopo di rendere più efficace la descrizione, la narrazione, l’argomentazione. Effettivamente favorisce la percezione dei singoli elementi indicati (persone, oggetti, azioni, avvenimenti, situazioni). Perciò, in base alla classificazione di Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, può essere considerata una figura retorica della presenza (12), in quanto viene utilizzata dall’emittente del messaggio allo scopo di creare un’impressione di realtà, di aumentare il senso, appunto, della presenza dell’oggetto della comunicazione nella coscienza del ricevente.

In alcuni dei passi riportati, è possibile rilevare come tale peculiare forma espressiva certe volte sia associata all’anafora (ripetizione di una o più parole all’inizio di enunciati, o di loro segmenti, successivi). Quello che segue è invece un caso di unione con l’epifora (ripetizione di una o più parole alla fine di enunciati, o di loro segmenti, successivi) e si trova nel discorso tenuto da Nelson Mandela all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel settembre del 1998: “Continuerò a credere che nel mio Paese e nella mia regione, nel mio continente e nel mondo, sia nata una generazione di governanti che non permetteranno che le persone siano private della loro libertà, come è accaduto a noi; che siano trasformate in rifugiati, come è accaduto a noi; che siano condannate a essere affamati, come è accaduto a noi; che siano privati della loro dignità di uomini, come è accaduto a noi” (13).

NOTE

(1) “Papa Francesco e la parte per il tutto”, pubblicato il 29 novembre 2016.

(2) CHAΪM PERELMAN, LUCIE OLBRECHTS-TYTECA, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, pp. 209, 255 e 256.

(3) Riportato in ROBERTO BERTINETTI, ROBERTO WEBER, “Parole in cerca di consenso. Un confronto fra Prodi e Berlusconi”, in Il Mulino, n° 5, 1995.

(4) La Repubblica, 28 marzo 1996, p. 2.

(5) PAOLA DESIDERI, Il potere della parola. Il linguaggio politico di Bettino Craxi, Marsilio, 1987, pp. 58-61 e GUIDO FERRARO, Strategie comunicative e codici di massa, Loescher, 1981, pp. 190-192.

(6) Riportato in PAOLA DESIDERI, op. cit., p. 60.

(7) GUIDO FERRARO, op. cit., p. 191.

(8) ROBERTO GRANDI, CRISTIAN VACCARI, Elementi di comunicazione politica. Marketing elettorale e strumenti per la cittadinanza, Carocci, 2007, p. 28.

(9) ANTHONY R. PRATKANIS, ELLIOT ARONSON, Psicologia delle comunicazioni di massa. Usi e abusi della persuasione, Il Mulino, 1996, pp. 147-148

(10) BARACK OBAMA, L’audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo, Rizzoli, 2007, p. 47.

(11) BILL CLINTON, My Life, Mondadori, 2004, p. 639.

(12) CHAΪM PERELMAN, LUCIE OLBRECHTS-TYTECA, op. cit., pp. 189-192.

(13) Riportato in KOFI ANNAN, “Non dimenticherò mai il suo discorso alle nazioni”, in La Repubblica, 24 settembre 2006, p. 34.