“Recante” e “a mezzo raccomandata”: basta linguaggio tribale

Senato della repubblica retoricaEvviva. E’ stato siglato un accordo tra l’Università di Pavia e il Senato, con l’obiettivo di semplificare le leggi. Attualmente il linguaggio giuridico è semplicemente tribale. Sì, perché è comprensibile solo al numero ristretto degli appartenenti alla “tribù” degli addetti ai lavori.

Chiediamo agli adolescenti di non usare – al di fuori delle loro cerchie di amici – espressioni come “zio”, per intendere “amico”, o “stai sciallato”, per “non mi scocciare”, ma abbiamo sopportato per anni diavolerie giuridiche molto peggiori. Qualche esempio? “ricadere”, che nel gergo delle leggi non significa, come ci possiamo umanamente aspettare, “cadere due volte”, ma “essere presente in un luogo”. Oppure “dettare”, che non ha nulla a che vedere con il pronunciare lentamente per fare in modo che qualcuno scriva, ma, nel contesto giuridico, significa “imporre”, “prescrivere”, “stabilire”.

Altra incredibile espressione è “appuntare” per dire, molto semplicemente, concentrarsi solo su alcuni aspetti: Non ci credete? Guardate qui: “Nell’affrontare il merito delle questioni sollevate dal giudice a quo, le censure della Corte si sono appuntate su due aspetti del sistema elettorale.” E lasciamo perdere il “giudice a quo”.

Mi direte che ogni settore ha il suo linguaggio tecnico. Sono d’accordo: ci sono espressioni complesse che non possono essere evitate, ma basta prendersi la briga di spiegarle. Per il resto, sarebbe una sana abitudine cercare di attenersi ai significati che si trovano nei vocabolari della lingua italiana, non nei vocabolari giuridici.

Ci sono, poi, parole che creano subito quell’atmosfera polverosa e burocratica. A questo proposito mi permetto di dare un umile consiglio: lasciate perdere “ovvero”. Usate “o”, come fanno tutti. E lo fate anche voi, ammettetelo. Non credo che la sera a cena abbiate l’abitudine di chiedere ai vostri commensali: “volete le penne rigate ovvero gli spaghetti?”. Non credo.

FT