Ugo Foscolo, A Zacinto, 1803

A Zacinto di Ugo Foscolo: testo, analisi e commento

A Zacinto, conosciuto anche come Né più mai toccherò le sacre sponde, è uno dei più famosi sonetti endecasillabi di Ugo Foscolo. Il tema centrale del componimento dedicato all’isola Zacinto (l’odierna Zante), luogo di nascita del poeta, è quello dell’esilio e della nostalgia verso la madrepatria. Foscolo si paragona al ramingo Ulisse, il quale tuttavia riuscì a ritornare alla sua Itaca, al contrario del poeta, condannato ad una “illacrimata sepoltura” lontana dall’isola. Vediamo analisi, spiegazione, commento e figure retoriche del sonetto di Ugo Foscolo.

Testo di A Zacinto di Ugo Foscolo

Né più mai toccherò le sacre sponde

ove il mio corpo fanciulletto giacque,

Zacinto mia, che te specchi nell’onde

del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde

col suo primo sorriso, onde non tacque

le tue limpide nubi e le tue fronde

l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio

per cui bello di fama e di sventura

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,

o materna mia terra; a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

Analisi metrica

A Zacinto è un sonetto, un componimento poetico costituito da quattordici versi endecasillabi, riuniti in due quartine e in due terzine, ma con un’irregolarità nella rima, che segue lo schema ABAB ABAB CDE CED e dunque non è alternata nelle ultime due strofe.

Analisi delle figure retoriche

Il motivo centrale, definito da Olivier Reboul “procedimento retorico […] che funge da principio organizzatore del testo” (Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 197) e pertanto lo contraddistingue, è la figura retorica dell’apostrofe, alla quale si associa la personificazione. L’autore si appella all’isola di Zacinto (o Zante), che, quando egli vi nacque, politicamente apparteneva all’Italia. L’opera si caratterizza pure per la sua costruzione circolare, dovuta all’epanadiplosi. Nello specifico, all’inizio e alla fine si ripete il tema fondamentale dell’esilio (“Né più mai toccherò le sacre sponde / ove il mio corpo fanciulletto giacque” nei versi 1-2 e “a noi prescrisse / il fato illacrimata sepoltura” nei versi 13-14). A esso è strettamente connesso quello dell’amore per la patria.

L’espressione “esilio”, nella variante letteraria “esiglio”, si trova nel nono verso, ma è contenuta, sebbene non integralmente, in “isole” nel quinto verso (cinque fonemi su sei), in “Ulisse” nell’undicesimo verso (quattro fonemi) e in “prescrisse il” nei versi 13-14 (cinque fonemi). L’altro concetto viene sviluppato chiaramente nell’undicesimo verso (“baciò la sua petrosa Itaca, Ulisse”) e nel quattordicesimo (“o materna mia terra”: si ama il luogo della propria nascita come una madre), ma vocaboli o, per quanto brevi, frasi semplici relativi a esso si nascondono in vari punti: più precisamente, “amor” in “greco mar” (v. 4), “ti amo” in “mai toccherò” (v. 1) e in “Zacinto mia” (v. 3), “amo te” in “o materna” (v. 13).

Anche in questo testo si registra quindi il fenomeno, per cui una parola, solitamente tematica (o, come appena visto, addirittura una proposizione), può essere “inclusa” o “sovrainclusa”, cioè inserita rispettivamente in un termine o a cavallo di due contigui. In tal modo si rafforza il senso del messaggio: infatti, consciamente o incon­sciamente, si fa risuonare e se ne fa avvertire la presenza subliminalmente, al di sotto della soglia della coscienza.

Ci sono dei nomi che formano un’isotopia semantica (serie di elementi omogenei sul piano del contenuto): “sponde” (v. 1), “onde” (v. 3), “mar” (v. 4), “isole” (v. 5), “nubi” (v. 7), “fronde” (v. 7), “acque” (v. 8). Indicano aspetti del paesaggio, per mezzo del quale Ugo Foscolo rammenta dove è nato. Inoltre, verosimilmente per accentuarne la bellezza, ricorre alla litote*: “non tacque / le tue limpide nubi e le tue fronde / l’inclito verso” (vv. 6-8). È come se intendesse dichiarare che è impossibile evitare di parlarne.

Nel passo appena citato si contano tre occorrenze della sineddoche, “nubi”, “fronde” e “verso”, utilizzata probabilmente allo scopo di rendere il discorso più icastico e favorire la percezione grazie a una maggiore concretezza delle nuove immagini, concernenti un dettaglio, in confronto alle corrispondenti “cielo”, “boschi” e “poema”. Sulla base di un rapporto di maggiore estensione (il tutto per la parte) o –  nel nostro caso – di minore estensione (la parte per il tutto), distinguiamo la sineddoche generalizzante e la sineddoche particolarizzante.

C’è una rima a eco fra “sponde” e “onde”, che per di più rappresentano un interessante esempio di isomorfismo: non solo si somigliano per il suono, ma si equivalgono morfologicamente (sono di genere femminile e di numero plurale), sintatticamente (svolgono la funzione di sostantivo) e semanticamente (appartengono al medesimo campo di significato dell’ambiente naturale). Tra “sventura” (v. 10) e “sepoltura” (v. 14) abbiamo invece una rima ricca.

Una certa musicalità si crea pure grazie alla paronomasia (fra “vergine” nel quarto verso e “Venere” nel quinto e, per inclusione, fra “verso” nell’ottavo e “diverso” nel nono) e all’enjambement. Ecco i casi più facilmente rilevabili: nei vv. 3-4 si dividono il sostantivo e il complemento di specificazione (“onde / del greco mar”), nei vv. 6-7 il predicato verbale e il complemento oggetto (“non tacque / le tue limpide nubi”), nei vv. 7-8 il complemento oggetto e il soggetto (“le tue fronde / l’inclito verso”), nei vv. 10-11 il predicativo del soggetto e il predicato verbale (“bello di fama e di sventura / baciò”), nei vv. 13-14 il predicato verbale e il soggetto (“prescrisse / il fato”).

È meno comune la separazione fra due strofe. Nel sonetto A Zacinto ciò avviene fra la prima e la seconda (“nacque / Venere”: predicato verbale e soggetto) e fra la seconda e la terza (“l’acque / cantò”: complemento oggetto e predicato verbale). Così un unico periodo, composto da una proposizione principale e da sei proposizioni relative, occupa undici versi. Ne deriva l’impressione dello spontaneo scaturire di vari ritratti: da quello di Venere a quello di Ulisse attraverso quello di Omero. Egli non è designato direttamente, ma con la circonlocuzione (o perifrasi), che si estende dall’ottavo fino all’undicesimo verso e riportiamo solo in parte: “Colui che l’acque cantò / fatali, ed il diverso esiglio” (vv. 8-9). Essa è classificata da Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca fra le figure della scelta, perché “l’effetto o uno degli effetti […] è quello di imporre o suggerire una scelta” (Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 187). Nella fattispecie lo si vuole ricordare quale autore dell’Odissea. Nel secondo verso il poeta descrive l’isola di Zacinto come il posto “ove il mio corpo fanciulletto giacque”. Forse il suo intento è di indurre il lettore a pensare alla patria come a una culla.

Troviamo l’anastrofe nei versi 4-5 con il predicato verbale al centro fra il predicativo del soggetto e il soggetto (“vergine nacque / Venere”), nei versi 8-9 con il sostantivo e l’aggettivo disgiunti per mezzo del verbo (“l’acque / cantò fatali”), nel verso undicesimo con il soggetto posposto al predicato verbale e al complemento oggetto (“baciò la sua petrosa Itaca, Ulisse”). Possiamo considerarla come un espediente per la soluzione di problemi legati alla rima: nello specifico, “nacque” (v. 4) e “l’acque” (v. 8) rimano con “giacque” (v. 2) e “tacque” (v. 6); “Ulisse” (v. 11) con “prescrisse” (v. 13) e quindi si devono collocare alla fine del verso. Inoltre, riguardo al metro, serve ad attuare la sinalefe* per una riduzione del numero delle sillabe, la quale si ottiene anche con la sineresi. Per esempio, mediante simili accorgimenti, nel verso undicesimo, che, come tutti gli altri, è un endecasillabo, si passa da quattordici sillabe grammaticali a undici sillabe metriche: “baciò la sua petrosa Itaca, Ulisse”.

Nell’opera a cui è dedicata la nostra analisi, è implicita la similitudine fra Ulisse e Foscolo, in quanto entrambi hanno conosciuto la lontananza dalla loro terra nativa. Ma affiora parimenti una differenza: il primo, dopo tante vicissitudini, “baciò la sua petrosa Itaca”; mentre il secondo prevede per sé stesso una “illacrimata sepoltura”, in conseguenza della morte in un Paese straniero.

Bibliografia

  • Gianfranca Lavezzi, Breve dizionario di retorica e stilistica, Carocci, 2004.
  • Angelo Marchese, Dizionario di retorica e di stilistica, Oscar Studi Mondadori, 1978.
  • Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Bompiani, 1988.
  • Federico Roncoroni, Testo e contesto, Arnoldo Mondadori Editore, 1985.