Schifani, Rosaria – Discorso al funerale del marito Vito Schifani e di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Palermo, 25 maggio 1992

 

Il discorso di Rosaria Schifani ai funerali del marito è il “discorso dell’anti-fasullo”. Rosaria non riesce a usare parole false, parole di circostanza. Non ce la fa perché il suo intero corpo si ribella.

Il testo preparato che le vogliono far leggere le sta stretto. Fin dall’inizio, quando si presenta (“Io Rosaria Costa…”), emerge la sua voglia di stravolgere il testo preparato per farlo proprio. Di uscire dalle parole di circostanza. Con un singhiozzo dice “Vito mio” e con aria di sconforto e di rassegnazione pronuncia le parole: “lo Stato…”. Quello Stato che ha abbandonato suo marito.

Già nell’incipit Rosaria buca la maglia fitta del testo preconfezionato. All’inizio è un piccolo foro, un sussulto timido, detto tra sé e sé, poi diventa uno strappo; infine una voragine da cui la verità esplode in faccia all’uditorio.

“Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio… di cambiare… loro non cambiano [pausa, il sacerdote al fianco di Rosaria Schifani suggerisce: «se avete il coraggio…»] di cambiare, di cambiare, loro non vogliono cambiare loro [applauso]”

Quando Rosaria parla dei mafiosi che non si pentono, si rompono gli argini e la verità dilaga. Una verità disarticolata, frutto di uno stato quasi di trance. Una verità che imbarazza chi è abituato alla cultura del decoro. Una verità che colpisce nel segno per la purezza fanciullesca con la quale viene proferita. Una verità che travolge il cerimoniale, contrapponendo il dire selvaggio della profezia biblica al rito solenne ma abitudinario: “I mafiosi  sono qua dentro”.

Fanciullesca è la ripetizione di «però» e «loro» all’inizio e alla fine della frase: «però vi dovete mettere in ginocchio, però»; «loro non vogliono cambiare, loro». Malgrado il tratto infantile, non c’è nulla d’ingenuo in queste parole. Nulla che possa far guardare questa donna con superiorità e indulgenza, attribuendo lo sfogo alla disperazione di una povera vedova che domani nessuno ricorderà.

Rosaria Schifani sembra una madonna ai piedi della Croce. Il suo viso è stravolto dal dolore ma non perde mai la dignità. Il discorso di Rosaria Schifani è lo Stabat mater di Pergolesi e la Pietà di Michelangelo trasformati in parole.

Rosaria vive con noi un momento intimo. Un dolore che generalmente viene nascosto. Lei invece lo mostra a tutti e quelle immagini creano commozione, ma anche imbarazzo. Un prete accanto a lei esprime questo imbarazzo. Le toglie il microfono quando va sopra le righe, le suggerisce le parole del discorsetto scritto. Ma Rosaria non ci sta. Si ribella per sfogare tutto il suo dolore. Rosaria, quel giorno, in quella chiesa, ha spezzato le catene del decoro.

“Non c’è amore, non ce n’è amore, non c’è amore per niente”

Con “non c’è amore per niente” ripetuta tre volte Rosaria ci lascia senza parole. Ci lascia senza parole perché tutti noi, in quel momento, abbiamo pensato fosse la pura e semplice verità.

Guarda il commento di Flavia Trupia in Grandi discorsi su Rai Play.
Leggi il testo del discorso di Rosaria Schifani (testo)