Strumenti retorici nella risposta di Matteo Renzi a un attacco di Beppe Grillo

di Giorgio Matza

I giornali hanno dedicato ampio spazio all’inchiesta giudiziaria sugli appalti della Consip (la centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana), nella quale è stato coinvolto anche Tiziano Renzi, padre di Matteo. Quest’ultimo, ospite del programma televisivo Otto e mezzo, condotto da Lilli Gruber su LA 7, ha affermato: <Se mio padre ha commesso qualcosa non solo è giusto che vada subito a processo, se è colpevole ritengo sia giusto che abbia una pena doppia> (1).

Ne è seguito un ruvido attacco da parte di Beppe Grillo (<L’unica notizia vera è la frase più infelice e stupida della storia, quella del rottamatore che riuscì a rottamare solo il padre>) (2) e la risposta in forma di lettera (3), con la quale ancora una volta l’ex presidente del Consiglio ha dato prova di una certa abilità nell’uso degli strumenti della comunicazione persuasiva.

Innanzitutto è possibile rilevare la costruzione circolare del testo per la presenza sia all’inizio sia alla fine della medesima tecnica argomentativa: il confronto per opposizione, caratteristico del discorso polemico. Secondo Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, <l’argomentazione non potrebbe procedere di molto senza ricorrere a paragoni, nei quali diversi oggetti siano posti a confronto per essere valutati l’uno in rapporto all’altro> (4).

Ecco come l’ex premier evidenzia la differenza prima fra se stesso e poi fra il padre da una parte e dall’altra il leader del Movimento 5 Stelle:

<Quando è stata indagata Virginia Raggi io ho difeso la sua innocenza che tale rimane fino a sentenza passata in giudicato. E ho difeso il diritto-dovere del Sindaco di Roma di continuare a lavorare per la sua città. Ma noi siamo diversi e sinceramente ne vado orgoglioso>

<Spero che i tuoi nipoti possano essere orgogliosi di te come lo sono di Tiziano Renzi i suoi nove nipoti Mattia, Francesco, Gabriele, Emanuele, Ginevra, Ester, Maddalena, Marta e Maria>.

In quest’ultimo passo il contrasto è espresso in modo più vago, ma è rafforzato per mezzo del chiasmo, che consiste nella disposizione incrociata, nella collocazione speculare di termini fra loro collegati. Il rapporto fra i primi due elementi è ripreso e rovesciato negli altri due, si ha una sua ricomparsa in ordine inverso e quindi una rottura del comune parallelismo (5). Nella fattispecie abbiamo: “i tuoi nipoti” + “te”, “Tiziano Renzi” + “i suoi nove nipoti”. È possibile considerare tale figura retorica come un iconismo sintattico, con cui si sfruttano le potenzialità imitative della realtà, possedute, per l’appunto, dalle strutture sintattiche della lingua. Infatti con una costruzione a croce si cerca, più o meno consapevolmente, di ricreare un aspetto del contenuto, quale la diversità, sul piano dell’espressione (6).

Al chiasmo si oppone l’isocòlo (o parisòsi), che si fonda sulla perfetta simmetria fra due o più membri di un costrutto o di una proposizione o di un periodo per numero di parole e per struttura sintattica. Ne deriva il ritmo, ossia una cadenza uniforme, dovuta alla ricomparsa regolare di elementi omogenei, che era considerato dagli antichi come la musica del discorso, in quanto lo rende armonioso. Un caso si trova nella lettera: <Ti scrivo da padre. Ti scrivo da figlio. Ti scrivo da uomo>.

Giorgio Fedel ha osservato che <dal punto di vista ritmico, le accumulazioni con più di tre membri possono risultare poco incisive per eccesso, le strutture binarie lo possono essere per difetto. Quelle ternarie invece sembrano le più “armoniche”>. E ha citato la seguente affermazione di Adam Smith (Lezioni di retorica e belle lettere, 1993, p. 420): <“Tre… è il numero più appropriato… questo numero viene molto più facilmente compreso e appare molto più completo di due o quattro. Nel numero tre, infatti, c’è un centro e vi sono due estremi, mentre nei numeri due e quattro non c’è alcun centro sul quale l’attenzione si possa fissare di modo che ciascuna parte sembri legata ad esso”> (7). Sulla base di quanto appena riportato, è chiaro ciò che risulta più evidente nel messaggio dell’ex presidente del Consiglio.

Un’altra particolare forma espressiva, da lui utilizzata, è la preterizione, che consiste nel dichiarare di voler tacere o di non poter dire ciò che in realtà si afferma, sebbene brevemente, dandogli così maggiore rilievo: <Non sono qui per discutere di politica. Non voglio parlarti ad esempio di garantismo, quello che il tuo partito usa con i propri sindaci e parlamentari indagati e rifiuta con gli avversari>.

Effettivamente particolari formule, come, appunto, “non voglio parlarti di…”, “meglio non parlare di…”, “non starò a raccontare…”, “avrei anche potuto dirvi…”, “per non dire…” ecc., hanno una funzione enfatica, ma nello stesso tempo, per mezzo di esse, si ha un’attenuazione e si produce, come hanno osservato Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, <un’impressione favorevole di ponderatezza, di sincerità e concorrono a distogliere dall’idea che l’argomentazione sia un espediente, un artificio>. In altri termini tale procedimento stilistico <è l’immaginario sacrificio di un argomento. Si dà uno schizzo di quest’ultimo annunciando che vi si rinuncia>. Così <il sacrificio soddisfa le convenienze, lascia credere inoltre che gli altri argomenti siano abbastanza forti da poter fare a meno di quello> (8).

Complessivamente gli stessi effetti persuasivi si possono ottenere con l’allusione, per mezzo della quale si dice una cosa per farne intendere un’altra più profonda e nascosta, che non si vuole dichiarare apertamente e quindi si sottintende, ma comunque si evoca. Nella replica dell’ex premier a Grillo se ne contano due occorrenze. Ecco la prima: <Da giorni il tuo blog e i tuoi portavoce attaccano mio padre perché ha ricevuto qualche giorno fa un avviso di garanzia per “concorso esterno in traffico di influenza”. È la seconda volta in 65 anni di vita che mio padre viene indagato. La prima volta fu qualche mese dopo il mio arrivo a Palazzo Chigi: è stato indagato per due anni e poi archiviato perché – semplicemente – non aveva fatto niente>.

Il significato implicito è chiaro: “Attraverso di lui, vogliono colpire me”. Per di più, in qualche modo, emerge un richiamo all’argomento del precedente. Riguardo a esso, gli autori del Trattato dell’argomentazione hanno rilevato l’esigenza per l’oratore di beneficiare dell’<accordo dell’uditorio>. Perciò bisogna prestare attenzione a <quanto si ritiene ammesso da parte degli ascoltatori>. Per esempio, <si può presumere, fino a prova contraria, che l’atteggiamento precedentemente adottato – opinione espressa, condotta prescelta – continuerà in  avvenire> (9). In effetti Matteo Renzi ha aggiunto: <Vedremo che cosa accadrà […] Personalmente spero che quando arriverà la parola fine di questa vicenda ci sia la stessa attenzione mediatica che c’è oggi. La verità arriva, basta saperla attendere>.

E più avanti, per tornare all’allusione, si può leggere: <Per decidere chi è colpevole e chi no, fa fede solo il codice penale, codice che pure tu dovresti conoscere, caro Beppe Grillo>.

Per l’ex presidente del Consiglio non è necessario parlare esplicitamente del leader del Movimento 5 Stelle come di un pregiudicato con diverse condanne, perché il pubblico ne è comunque al corrente. Nella classificazione delle figure retoriche, fatta da Perelman e Olbrechts-Tyteca sulla base della loro funzione, l’allusione rientra fra quelle della comunione, <con le quali l’oratore si sforza di far partecipare attivamente l’uditorio alla sua esposizione, prendendolo a parte di essa, sollecitando il suo consenso, assimilandosi a lui> (10).

Nella fattispecie il rapporto di complicità, che s’instaura così tra i due poli della comunicazione, è rafforzato da un certo grado di derisione. In proposito appare particolarmente appropriato ciò che ha sostenuto Olivier Reboul: <Senza dubbio rientra sempre un pizzico di gioia sadica nell’ironia, il “piacere maligno” di vedere la boria sgonfiarsi, le pretese del potere, del sapere, della virtù cedere per il fatto stesso che chi fa ironia sembri prenderle sul serio> (11).

Ma il procedimento di cui si sta trattando, viene utilizzato dall’ex premier pure come strategia di delegittimazione dell’avversario e perciò possiamo considerarlo come una figura del pathos, uno dei due strumenti di persuasione di ordine affettivo, quello con cui si suscitano emozioni. Tuttavia generalmente, così come la preterizione, suscita una sensazione di prudenza e perciò attiene anche all’altro, l’ethos, ovvero <il carattere che deve assumere l’oratore per accattivarsi l’attenzione e guadagnarsi la fiducia dell’uditorio>. Infatti <quali che siano i suoi argomenti logici, essi non hanno alcun potere senza questa fiducia> (12).

Il ricorso a tale elemento della retorica è più esplicito in altri passi, nei quali Renzi offre di sé prima una rappresentazione istituzionale e poi una famigliare, con l’elencazione, riguardo a quest’ultima, di alcune esperienze vissute con il genitore, che, come si può intuire, ne hanno plasmato la personalità:

<Da uomo delle istituzioni ho detto che sto dalla parte dei giudici. Ho detto provocatoriamente che se mio padre fosse colpevole meriterebbe – proprio perché mio padre – il doppio della pena di un cittadino normale. E ho detto che spero si vada rapidamente a sentenza perché le sentenze le scrivono i giudici, non i blog e nemmeno i giornali>

<Quando hai giurato sulla Costituzione, quando ti sei inchinato alla bandiera, quando hai cantato l’inno nazionale davanti a capi di stato stranieri rimani uomo delle Istituzioni anche se ti sei dimesso da tutto>.

<Mio padre è un uomo di 65 anni, tre anni meno di te. Probabilmente ti starebbe anche simpatico, se solo tu lo conoscessi. È un uomo vulcanico, pieno di vita e di idee (anche troppe talvolta). Per me però è semplicemente mio padre, mio babbo. Mi ha tolto le rotelline dalla bicicletta, mi ha iscritto agli scout, mi ha accompagnato trepidante a fare l’arbitro di calcio, mi ha educato alla passione per la politica nel nome di Zaccagnini, mi ha riportato a casa qualche sabato sera dalla città, mi ha insegnato l’amore per i cinque pastori tedeschi che abbiamo avuto, mi ha abbracciato quando con Agnese gli abbiamo detto che sarebbe stato di nuovo nonno, mi ha pianto sulla spalla quando insieme abbiamo accompagnato le ultime ore di vita di nonno Adone, mi ha invitato a restare fedele ai miei ideali quando la vita mi ha chiamato a responsabilità pubbliche> (13).

In tutti e tre i brani si cerca di rendere più efficace il messaggio attraverso un “linguaggio per immagini”. In concreto contengono l’accumulazione, che consiste nella successione, per asindeto o per polisindeto, di parole o gruppi di parole. Così, favorendo la percezione dei singoli elementi enumerati (persone, oggetti, azioni, avvenimenti, situazioni), l’emittente crea un’impressione di realtà, aumenta il senso dell’esistenza dell’oggetto della comunicazione nella coscienza del ricevente. Perciò possiamo classificarla fra quelle che Perelman e Olbrechts-Tyteca considerano figure della presenza. Inoltre, negli esempi citati, si associa all’anafora, il procedimento stilistico basato sulla ripetizione di uno o più termini all’inizio di frasi successive: più precisamente, “ho detto”, per tre volte nel primo; “quando”, per tre volte nel secondo; “mi ha”, per ben nove volte nel terzo, con la produzione dunque di un ritmo ternario o novenario.

Il pathos e l’ethos, come detto, sono strumenti di persuasione di ordine affettivo, quello di carattere razionale è invece il logos, contraddistinto dalla <attitudine a convincere grazie alla sua apparenza di logicità e al fascino del suo stile> e <concerne l’argomentazione propriamente detta del discorso> (14).

Una tecnica argomentativa che, al pari del confronto per opposizione, ha una funzione fortemente polemica è il trasferimento di valore dall’atto alla persona. Esso non può mancare, quando ci si propone di mettere in cattiva luce l’antagonista. Infatti si trova nella risposta dell’ex presidente del Consiglio a Beppe Grillo:

<Oggi hai fatto una cosa squallida: hai detto che io rottamo mio padre. Sei entrato nella dinamica più profonda e più intima – la dimensione umana tra padre e figlio – senza alcun rispetto. In modo violento>

 

<Tu hai cercato di violare persino la dimensione umana della famiglia. Non ti sei fermato davanti a nulla, strumentalizzando tutto>.

Gli autori del Trattato dell’argomentazione hanno scritto: <Il valore che attribuiamo all’atto ci incita ad attribuire un certo valore alla persona>. E più avanti hanno precisato: <Intendiamo per atto tutto ciò può essere considerato come emanazione della persona, che si tratti di azioni, di modi di esprimersi, di reazioni emotive, di tic involontari o di giudizi> (15).

La critica dell’ex premier nei confronti del leader del Movimento 5 Stelle è ancora più dura in alcuni passaggi finali della sua lettera, nei quali si ricorre all’argomento ad personam, ossia ad <un attacco contro la persona dell’avversario, mirante essenzialmente a squalificarlo> (16):

<Buttati come sciacallo sulle indagini, se vuoi, caro Beppe Grillo. Mostrati per quello che sei. Ma non ti permettere di parlare della relazione umana tra me e mio padre>

<E spero che un giorno ti possa vergognare – anche solo un po’ – per aver toccato un livello così basso>

<Ti auguro di tornare umano, almeno quando parli dei valori fondamentali della vita, che vengono prima della politica>.

Nell’ultimo passo emerge un riferimento alla gerarchia di valori, che Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca classificano tra gli oggetti di accordo dell’uditorio, ossia <quanto si ritiene ammesso da parte degli ascoltatori>. Secondo i due studiosi, <accanto a gerarchie concrete, come quella che esprime la superiorità degli uomini sugli animali, esistono gerarchie astratte, come quella che esprime la superiorità del giusto sull’utile> (17) e, nella fattispecie, della vita sulla politica.

 

NOTE

(1) Riportato in Corriere della Sera, 4 marzo 2017, p.5.

(2) BEPPE GRILLO, <Oggi a me e domani al mi babbo>, in Il blog di Beppe Grillo.

(3) <Caro Beppe Grillo ti scrivo>, in Il blog di Matteo Renzi.

(4) CHAΪM PERELMAN, LUCIE OLBRECHTS-TYTECA, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 262.

(5) Sul chiasmo e sulle figure retoriche analizzate più avanti si vedano: ANGELO MARCHESE, Dizionario di retorica e di stilistica, Mondadori, 1978; BICE MORTARA GARAVELLI, Manuale di retorica, Bompiani, 1991; OLIVIER REBOUL, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996; GIANFRANCA LAVEZZI, Breve dizionario di retorica e stilistica, Carocci, 2004.

(6) FERNANDO DOGANA, Le parole dell’incanto. Esplorazioni dell’iconismo linguistico, Franco Angeli, 1990.

(7) GIORGIO FEDEL, Saggi sul linguaggio e l’oratoria politica, Giuffrè, 1999, pp. 129-139.

(8) CHAΪM PERELMAN, LUCIE OLBRECHTS-TYTECA, op. cit., p. 503 e 524.

(9) CHAΪM PERELMAN, LUCIE OLBRECHTS-TYTECA, op. cit., pp. 114-115 e 395.

(10) CHAΪM PERELMAN, LUCIE OLBRECHTS-TYTECA, op. cit., p. 193.

(11) OLIVIER REBOUL, op. cit., p. 163.

(12) OLIVIER REBOUL, op. cit., pp. 21 e 69.

(13) Riguardo all’ultimo estratto, si potrebbe parlare di erlebnis. In filosofia si usa questa parola tedesca per indicare <l’esperienza vissuta, che resta presente nella coscienza anche in modo inconscio> (Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli, Zanichelli, 2016).

(14) OLIVIER REBOUL, op. cit., pp. 36 e 70.

(15) CHAΪM PERELMAN, LUCIE OLBRECHTS-TYTECA, op. cit., pp. 322-323.

(16) CHAΪM PERELMAN, LUCIE OLBRECHTS-TYTECA, op. cit., p. 121.

(17) CHAΪM PERELMAN, LUCIE OLBRECHTS-TYTECA, op. cit., pp. 71 e 87.