pubblicato il 15 Novembre 2019 - scritto da Giorgio Matza

Azioni, persone e politica

Nella classificazione delle tecniche argomentative, che si deve a Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca – lo abbiamo visto in un precedente articolo, dedicato a uno spot pubblicitario (1) – sono compresi “gli argomenti basati sulla struttura della realtà”. Essi includono “i legami di coesistenza”, come fra “la persona e le sue azioni”.

I due studiosi parlano di “influsso degli atti sulla concezione della persona”, in quanto “il valore che attribuiamo all’atto ci incita ad attribuire un certo valore alla persona” (2). Ne era convinto Alessandro Manzoni. Infatti nel capitolo VII del romanzo I Promessi Sposi, l’oste del paese dice a Renzo: “Le azioni, caro mio: l’uomo si conosce all’azioni”.

A tale rapporto, spesso in funzione polemica, si ricorre nella politica. Per mezzo di esso, si cerca di mettere in cattiva luce l’avversario senza dover necessariamente formulare un’accusa, che viene oggettivata, derivandola inevitabilmente dai suoi comportamenti. La più frequente, nella campagna per le elezioni del 21 aprile 1996, fu probabilmente quella di agire in maniera manipolatoria per assicurare la vittoria alla propria parte. E così Massimo D’Alema rilevò:

“C’è un esponente politico che pur di vincere le elezioni è diventato campione di demagogia. Questo è Gianfranco Fini. A Torino Fini ha detto ai commercianti di non pagare le tasse. Viene a Roma e difende i dipendenti dei ministeri, gli stessi che poi attacca a Milano. Nel Mezzogiorno invece dice ai cittadini che bisogna aumentare la spesa pubblica” (Corriere della Sera, 7 marzo 1996, p. 3)

“La verità è che la destra non è la medicina, è la malattia. Va dai commercianti e dice: sì, bisogna diminuire le tasse. Va al Sud e dice: sì, bisogna aumentare la spesa sociale. Va dagli artigiani veneti e dice che nei ministeri dove ci sono dieci impiegati ne bastano tre. Va davanti ai ministeri e dice che il lavoro non si tocca. Questo fa la destra […] punta a solleticare tutte le spinte particolaristiche” (La Repubblica, 20 marzo 1996, p. 4) (3).

Lo schieramento guidato da Silvio Berlusconi cercava di settorializzare l’elettorato, ma un simile tentativo era destinato al fallimento a causa dei mezzi di comunicazione di massa, che evidenziavano l’inconciliabilità delle differenti proposte.

Come ha scritto Donna R. Miller, “ad ogni minoranza e special interest group bisogna rendere omaggio e mostrare comprensione e sostegno. D’altra parte, però, essi vanno unificati, amalgamati in un’unità intera e organica che risulta più grande, più forte e, in ultima analisi, più vitale della somma degli addendi” (4).

A tal fine, ha osservato Franca Roncarolo, “il leader s’impegna su temi universalistici (come la pace e la prosperità) e tendenzialmente propone politiche che possono raccogliere un consenso trasversale nella nazione” (5).

Riguardo al voto che riportò alla Casa Bianca nel 2004 George W. Bush, un suo consulente, Mark McKinnon, ha ricordato: “Noi avevamo due o tre messaggi chiave, mentre loro [i Democratici] ne avevano trenta. Hanno esagerato nel targeting, parlavano di sussidi alle coltivazioni di zucchero in Louisiana, di aiuti all’industria automobilistica a Detroit, mentre noi abbiamo resistito a questa tentazione, anche se c’era una grande pressione perché facessimo altrettanto. C’erano gruppi nei vari stati che continuamente ci dicevano: ‘Dobbiamo mandare in onda degli spot sull’industria agroalimentare in Iowa’, ma noi rispondevamo che questo genere di comunicazione è adeguata per una campagna per il Congresso, non per un’elezione presidenziale. Per questo ci siamo concentrati su temi di rilevanza nazionale in un quadro nazionale e abbiamo enfatizzato quelle caratteristiche personali che sono importanti per gli elettori. Da questo punto di vista abbiamo avuto una grande disciplina, anche se non è stato facile dal momento che molte persone al di fuori della campagna elettorale chiedevano di cambiare strategia” (6).

In un’epoca condizionata dai mass media, dell’esigenza di privilegiare l’“uditorio universale” era consapevole il leader laburista inglese Harold Wilson. Come ha raccontato Barry Day, grande pubblicitario, “nel corso di una campagna elettorale, si rivolgeva ad un pubblico di apatici sostenitori raccolti in un tipico municipio di paese. Nel bel mezzo di una serie di facezie, i suoi occhi si illuminarono improvvisamente. Le dita grassocce scorsero rapidamente le pagine del discorso già preparato. Poi, agitando la pipa, egli si lanciò in una diatriba contro gli ‘anni di malgoverno conservatore’. Gli spettatori rimasero allibiti […] e furono altrettanto stupiti allorché, qualche minuto più tardi, il fervore si attenuò, il processo si invertì e si trovarono nuovamente per mano ad ‘Alice nel paese degli aneddoti’. La spiegazione di questo fatto è semplice: Wilson aveva visto la luce della telecamera che lo avvertiva di essere in ‘diretta’ su tutta la rete nazionale. All’improvviso si era trovato di fronte non a poche centinaia di persone, ma a diversi milioni” (7).

Un esempio analogo è stato esposto in un saggio di Roberto Grandi e Cristian Vaccari, dedicato alle elezioni comunali bolognesi del 2004: “‘Grazie dell’aiuto che ci avete dato. Grazie del conforto. Grazie dell’energia’ […] Sergio Cofferati sta parlando ormai da circa mezz’ora, nel suo primo intervento pubblico da neo-sindaco […] Da sotto il palco uno dei senior dello staff cerca di attirare l’attenzione del sindaco, gli rivolge gesti vistosi […] Intanto Cofferati prosegue: ‘Insieme agli altri, ai cittadini delle città che riandranno al voto nelle prossime giornate, costruiremo questa condizione. Qui, come a Milano, come a Firenze, come a Bari, come è stato fatto in tantissimi comuni di questa regione, costruiremo le condizioni per governare bene in questi territori. E poi per poter avere la stessa efficacia nel costruire la proposta per le regionali e quella per le elezioni politiche…’. ‘Ancora? Ma non l’ha già detta, questa cosa?’ si mormora dietro le quinte. Espressioni un po’ stupite anche nel pubblico che gremisce la piazza. Ma quell’appello, la ripetizione di quel riferimento alle altre città che voteranno tra dieci giorni per il secondo turno delle amministrative, non sono per loro, ma per i microfoni e le telecamere di Primo Piano, lo speciale del Tg3 che questa sera concede circa cinque minuti di diretta a Bologna […] Queste sono le regole, la legge di ferro della televisione. Parli quando te lo dicono loro, di quello che vogliono loro. O ti adegui o non esisti. Sono loro, i media, a fare l’agenda, a decidere chi passa e chi non passa. Certo, piazza Maggiore è piena di gente, ma vuoi mettere quanti spettatori fa Primo Piano?” (8).

Torniamo alla campagna del 1996. Anche Romano Prodi biasimò la strumentalità della settorializzazione dell’elettorato attuata dagli avversari:

“È da irresponsabili girare per l’Italia facendo promesse grandi e diverse di fronte ad ogni platea, sapendo che queste promesse non hanno alcuna possibilità di essere mantenute tutte insieme. Sapendo, addirittura, che queste promesse sono tra di loro in contraddizione. Non si possono promettere detassazioni a tutti e su tutto. Non si può al Sud promettere sicurezza per ogni posto di lavoro pubblico e al Nord bollare come ‘improduttivi’ sette dipendenti pubblici su dieci” (La Repubblica, 28 marzo 1996)

“Il Polo promette tutto a tutti. A Torino, Fini, per compiacere i commercianti, ha detto loro che licenziava sette dipendenti pubblici su dieci, poi è andato a Roma e ha promesso ai dipendenti pubblici di salvaguardare il loro posto di lavoro” (La Repubblica, 9 aprile 1996, p. 4).

Nei due estratti si contano tre occorrenze del sostantivo “promesse” e quattro del verbo “promettere” variamente coniugato. Un’osservazione della linguista Paola Desideri, concernente l’elocuzione di Bettino Craxi, è parimenti pertinente nel nostro caso: “Il locutore esprime […] una implicita sanzione negativa nei riguardi della cattiva abitudine dei politici di promettere, azione questa che, realizzantesi solo nel futuro (ammesso che ciò avvenga), giuoca sull’attivazione di speranze e lusinghe. Nel discorso politico, comunque, la promessa è un termine ‘spento’, frusto e logorato da decenni di impiego indiscriminato” (9).

Nelle dichiarazioni di Prodi e D’Alema, riportate finora, il legame fra la persona e le sue azioni è associato all’incompatibilità, che, per Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “assomiglia ad una contraddizione, in quanto consiste in due asserzioni tra le quali bisogna scegliere, a meno di rinunciare ad entrambe” (10).

Pure in altre circostanze gli esponenti del centrosinistra stigmatizzarono l’incoerenza, provocata dalle scelte contraddittorie dei loro antagonisti, con

Massimo D’Alema: “Tremonti era consulente dei ministri socialisti che inventavano i balzelli contro cui adesso guida le marce” (La Repubblica, 12 marzo 1996, p. 4)

e Walter Veltroni: “Si vergognano delle loro idee. Dicono: pressione fiscale uguale per tre anni e poi si pentono. Dicono: abolizione dei contratti nazionali e poi si smentiscono. Attaccano Di Pietro e lo difendono. Fini ha passato metà di una sua serata in tv a correggere Berlusconi”  (La Repubblica, 4 aprile 1996, p. 4) e “Quando Berlusconi dice che bisogna fare le riforme istituzionali a colpi di maggioranza, intanto dice una cosa assolutamente contraria a quella che ha detto fino a un mese fa,  quando lo incontrammo con Prodi e fu detto che bisognava fare le regole tutti insieme” (La Repubblica, 7 aprile 1996, p. 6).

Sempre sulla base del trasferimento di valore dall’atto all’agente, così due rappresentanti del centrodestra (rispettivamente Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi) accusarono lo schieramento opposto di tendenziosità:

“Finalmente sentiamo dire dal ministro delle Finanze [Augusto Fantozzi] che è possibile abolire lo scontrino e la ricevuta fiscale. Ci fa molto piacere. Peccato che non l’abbia fatto quando non c’era la campagna elettorale. Ora lo fa e il sospetto che siano misure per trovare consenso è più che legittimo” (Corriere della Sera, 28 marzo 1996, p. 3).

“Il cosiddetto conflitto d’interessi è stato studiato da tre saggi e per mia iniziativa avviato a soluzione attraverso un disegno di legge già approvato al Senato ma poi arenatosi alla Camera. In due settimane avrebbe potuto essere approvato, se chi grida da tanto tempo avesse avuto intenzioni serie e non puramente propagandistiche. E soprattutto se non avesse voluto conservarsi questi spunti demagogici proprio per la campagna elettorale. Questi conflitti si risolvono per legge, non demonizzando una persona” (Panorama, 7 marzo 1996, p. 19).

Uno degli obiettivi preferiti dal leader di Forza Italia fu probabilmente l’allora presidente del Consiglio, da lui incolpato di voler perseguire il suo particolare tornaconto:

“Dini presiederà il vertice di Torino a fine marzo e trasformerà inevitabilmente in uno spot personale, dopo il suo ingresso in politica, quella che avrebbe dovuto essere un’occasione per la politica estera italiana. Quello stesso tecnico il quale non voleva che si votasse durante il semestre europeo per non indebolire il prestigio internazionale dell’Italia adesso sfrutta questa occasione per farne una passerella elettorale per sé e per i suoi ministri candidati. Un caso evidente di doppiezza che gli elettori sapranno valutare” (Panorama, 7 marzo 1996, p. 19)

“Finalmente è ben chiaro a tutti gli italiani chi sia Dini. Disse che faceva un governo tecnico e invece l’ha trasformato in un partito; diceva che si sarebbe gettato anima e corpo negli affari europei, ricordate il mito del Semestre intangibile? e invece eccolo tuffarsi nella campagna elettorale. A me aveva detto e ridetto che mai e poi mai sarebbe andato a sinistra: e invece adesso si allea con l’Ulivo. Insomma, quel che è certo è che da oggi in poi qualunque cosa dirà il dottor Dini, io, e con me milioni di italiani, non crederò a una sola parola” (La Repubblica, 28 febbraio 1996, p. 4) (11).

Il secondo estratto conferma una tesi di Chaim Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca: “È raro che la reazione dell’atto sulla persona si limiti a una valorizzazione o a una svalutazione di quest’ultima. Il più delle volte la persona serve, per così dire, come tappa intermedia, che permette di passare dagli atti noti a quelli ignoti, dalla conoscenza di atti passati alla previsione di quelli futuri” (12), attenendosi al principio di stabilità. È possibile presupporla per mezzo di determinate espressioni, come il verbo “aspettarsi”, nel senso di “prevedere che qualcosa succeda” (lo Zingarelli 2017).

Lo dimostrano le seguenti occorrenze, che si devono a Mario Segni: “Da Bossi ci si possono aspettare solo pugnalate” (L’Unione Sarda, 23 febbraio 1996, p. 2) e a Walter Veltroni: “Con Di Pietro la destra ha fatto del vero e proprio giustizialismo. L’hanno sbattuto in prima pagina sui loro giornali per impedirgli di candidarsi. Hanno usato molta violenza. D’altra parte cosa ci si può aspettare da uno [Silvio Berlusconi] che dice che il Pool di Milano è come la Uno bianca?” (Corriere della Sera, 3 aprile 1996, p. 4).

L’argomentazione fondata sulla prevedibilità di un’azione fu utilizzata anche da Bill Clinton, come emerge nella sua autobiografia: “Alla fine della campagna il mio avversario Sheffield Nelson […] realizzò uno spot televisivo ingannevole ma efficace. L’annunciatore poneva una serie di problemi e chiedeva che cosa intendessi fare in proposito. A ogni domanda, la mia voce rispondeva: ‘Raccogliere fondi e spenderli’. La campagna di Nelson aveva estrapolato le mie parole da un passo del discorso sullo stato della nazione in cui paragonavo il budget dell’Arkansas a quello del governo federale. Mentre Washington poteva spendere aumentando il disavanzo; se noi non avevamo soldi, dovevamo ‘raccogliere fondi e spenderli, oppure non spendere affatto’. Per controbattere, realizzai uno spot che metteva a confronto quanto sostenuto da Nelson con quello che avevo detto veramente e avvisava gli elettori che, se non potevano fidarsi di lui perché li ingannava durante la campagna, allo stesso modo non si sarebbero potuti fidare se fosse stato eletto governatore. Un paio di giorni dopo fui rieletto con il 57% dei voti” (13).

Particolarmente grave, in termini di screditamento degli antagonisti a causa dei loro atti, fu l’accusa contestata da Romano Prodi:

“Da un esame del programma del Polo è risultata una cosa scioccante: ci troviamo di fronte a pezzi interi copiati dal documento programmatico dell’Ulivo. Se andate a leggere quello che abbiamo scritto noi sul commercio, la bozza è stata resa nota il 7 dicembre, vedrete che il loro testo è totalmente riprodotto dal nostro. Un caso di plagio di dimensioni bibliche. Nel programma del Polo ci sono intere frasi identiche, ma con qualche congiuntivo sbagliato, con un italiano peggiore” (Corriere della Sera, 21 marzo 1996, p. 2)

(rivolgendosi al giornalista che lo intervistava) “Sa qual è la mia grande soddisfazione? Sentire Berlusconi che un anno dopo copia pari pari le mie parole sullo Stato sociale” (Corriere della Sera, 19 aprile 1996, p. 5).

Bill Clinton ha ricordato una situazione analoga: “In Texas, George W. Bush, che aveva battuto agevolmente il mio vecchio amico Garry Mauro, pronunciò il suo discorso di vittoria davanti a uno striscione che diceva OPPORTUNITÀ, RESPONSABILITÀ, due terzi dello slogan della mia campagna elettorale del 1992” (14).

Secondo Perelman e Olbrechts-Tyteca, “un atto è […] un elemento che permette di costruire e di ricostruire la nostra immagine della persona” (15).

Silvio Berlusconi fu protagonista di una vicenda, che gli offrì lo spunto per proporre una ben precisa identità. A tal fine sfruttò la sua reazione davanti all’aggressione da parte di un simpatizzante dello schieramento opposto. Una simile studiata operazione è stata analizzata con grande acutezza da Luca Ricolfi: “Riflettiamo sull’episodio del Capodanno 2004. Un giovane muratore ferisce il presidente del Consiglio scagliandogli contro il treppiede della sua macchina fotografica. Dice di essere di sinistra e di averlo fatto perché lo odia. Berlusconi reagisce telefonando alla famiglia, fa due chiacchiere con il padre, da padre a padre e infine invita il giovane muratore a passarlo a trovare una volta o l’altra, quando gli capita di essere a Roma. Potremo parlarci a tu per tu, vedrà che il presidente del Consiglio non odia nessuno. Adesso dite pure che è stata un’incredibile sceneggiata. Che Berlusconi ha semplicemente seguito i consigli dei suoi curatori d’immagine. Ha valutato minuziosamente costi e benefici delle varie mosse possibili e ha scelto quella elettoralmente più conveniente. Può darsi. Ma proviamo a vedere le cose da un’altra angolatura. Smettiamo di chiederci a qual fine i politici fanno quel che fanno, essendo del tutto ovvio – da Schumpeter in poi – che il fine dei politici, di tutti i politici, è di massimizzare il consenso. Chiediamoci piuttosto: qual è il messaggio che, con quella mossa, Berlusconi ha inviato agli elettori? Si potrebbe supporre che il messaggio centrale sia un messaggio di bontà, generosità, apertura, magnanimità. Il presidente del Consiglio ferito perdona il suo assalitore, anche se è un ragazzo di sinistra. Questo è indubbiamente il nucleo del messaggio. Ma c’è anche un’altra parte del messaggio, essenzialmente implicita, che è forse ancora più importante. Questa parte dice due cose: primo, che Berlusconi, pur detestando i dirigenti della sinistra e le loro idee, non detesta gli elettori di sinistra e anzi ha nei loro confronti un atteggiamento di (più o meno paternalistica) benevolenza; secondo, che Berlusconi è sicuro di poter convincere delle proprie buone ragioni persino chi lo odia e quel che potrebbe bastare allo scopo è uno scambio di idee in un contesto amichevole, in stile ‘venga a prendere il caffè da noi’” (16).

Note

(1) “Retorica e brand”, pubblicato il 30 maggio 2019.

(2) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, pp. 321 e 322.

(3) Nell’estratto troviamo tre figure retoriche, ossia peculiari forme linguistiche utilizzate per potenziare il messaggio e dunque per rendere più incisivo il discorso: più precisamente, una metafora, introdotta da un’espressione di veridizione (“la verità è che la destra non è la medicina, è la malattia”), una personificazione (si rappresenta una compagine politica, “la destra”, come se fosse una persona, che cammina e parla) e una duplice anafora, ripetuta quattro volte (“Va… e dice…”). Essa determina una struttura parallelistica, che dà al testo un carattere di semplicità. Inoltre, come diversi tipi di iterazione, produce un’impressione di realtà: in effetti al lettore sembra di vedere i candidati della coalizione oggetto di critica spostarsi di luogo in luogo e di sentire le loro affermazioni.

(4) Donna R. Miller, “Visioni polifoniche: la (ri)costruzione linguistica del paradigma consensuale nella propaganda elettorale statunitense”, in Quaderni Costituzionali, anno XVI, n° 3, dicembre 1996, p. 357.

(5) Franca Roncarolo, Controllare i media. Il presidente americano e gli apparati nelle campagne di comunicazione permanente, Franco Angeli, 1994, p. 99.

(6) Cristian Vaccari (a cura di), “La campagna elettorale Usa 2004 vista dai protagonisti”, in Comunicazione Politica, vol. VI, n. 1, Primavera 2005, p. 93.

(7) Barry Day, E questa la chiamate creatività?, Lupetti, 1987, pp. 9-10.

(8) Roberto Grandi e Cristian Vaccari, Cofferati Anch’io. Un anno di campagna elettorale a Bologna, Baldini Castoldi Dalai, 2004, pp. 263-264.

(9) Paola Desideri, Il potere della parola. Il linguaggio politico di Bettino Craxi, Marsilio, 1987, pp. 32-33.

(10) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., 2013, p. 212.

(11) Osserviamo nuovamente la presenza di una duplice anafora (cfr. la nota 3), costituita dalla ripetizione all’inizio di frasi coordinate, per tre volte, rispettivamente di una forma del verbo “dire” e dell’avverbio “invece”. L’impressione di realtà, prodotta dall’iterazione, si rafforza con l’avverbio “ecco”, unito al pronome personale “lo” e con la metafora “tuffarsi”.

Il raddoppiamento di alcuni termini è usato come iconismo morfologico per evidenziare caratteri come la ripetitività (“detto e ridetto”) e l’intensità (“mai e poi mai”).

Attraverso la funzione fàtica del linguaggio (“ricordate il mito del Semestre intangibile?”), l’emittente del messaggio accentua il contatto con il ricevente per coinvolgerlo maggiormente. Più avanti, fra i due poli della comunicazione si stabilisce una comunione  (“e con me milioni di italiani”).

(12) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 323.

(13) Bill Clinton, My Life, Mondadori, 2004, pp. 383-384.

(14) Bill Clinton, op. cit., 2004, p. 886.

(15) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 322.

(16) Luca Ricolfi, Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori, Longanesi, 2005, pp. 142-143.