pubblicato il 3 Settembre 2017 - scritto da Flavia Trupia

Ce l’avete presente l’iperbole?

di Flavia Trupia

Lo spot pubblicitario amato e odiato del Buondì Motta sfrutta un espediente retorico tra i più classici: l’iperbole. La parola viene dal greco, ovviamente. Da hipér “sopra” e bolé “lancio”. Per realizzare un’iperbole bisogna esagerare, deformando la realtà senza tradirla. Insomma nell’iperbole un po’ di verità deve rimanere ma deve essere stravolta: amplificata o minimizzata. “E’ un secolo che ti aspetto” è un’iperbole. “Berrò un goccio di vino” è sempre un’iperbole. Una massimizza, l’altra minimizza. Quante iperboli ci usano nella vita quotidiana senza che nessuno si scandalizzi? Moltissime. “Ti amo da morire”. Qualcuno pensa che ci saranno dei morti? Nessuno. “Se non studi, te la brucio, quella PlayStation”. Ci sono stati incendi da PlayStation? Non ho notizia. Insomma, generalmente tutti sanno riconoscere l’esagerazione, perché è parte del gioco della lingua di cui ogni parlante è complice. Niente di sconvolgente sul fronte occidentale.

Bisognerebbe capire se realmente i bambini siano rimasti turbati da questo spot. Può capitare che gli adulti percepiscano i messaggi in modo diverso. Certo, a giudicare dalla violenza inaudita di molti videogiochi, me ne stupirei. Ma la mamma è sempre la mamma. Attendiamo la risposta degli psicologi e, soprattutto, dei bambini stessi.