pubblicato il 9 Aprile 2021 - scritto da Giorgio Matza

Da che pulpito! La ritorsione nel discorso politico

Come usare un argomento dell’avversario contro di lui

Nel suo intervento all’assemblea nazionale del Partito democratico, il 7 luglio 2018, Matteo Renzi disse: “Penso però tuttavia che la riscossa partirà, se smetteremo di considerare come principali nemici quelli accanto a noi”. Dalla platea un partecipante ironizzò amaramente: “Come Marino!”. Si riferiva ovviamente all’ex sindaco di Roma, che decadde dalla carica a causa delle dimissioni di un certo numero di consiglieri del suo partito e della sua maggioranza. Il sarcasmo derivava probabilmente anche dalla delusione provocata dal risultato delle successive elezioni, nelle quali prevalse la rappresentante del Movimento 5 Stelle Virginia Raggi con più del 67% delle preferenze e non il democratico (nonché renziano) Roberto Giachetti (meno del 33%).

In questa contestazione, ai fini dell’analisi retorica, può essere interessante rilevare il ricorso alla ritorsione. Come ha ricordato Olivier Reboul, “consiste nel riprendere l’argomento dell’avversario col mostrare che in realtà si applica contro di lui” (1). Ne deriva lo screditamento per mezzo della ridicolizzazione, che è l’arma principale adoperata in funzione polemica nell’argomentazione.

In uno studio sulle campagne elettorali italiane del 1953 e del 1958, Paolo Facchi ha proposto il seguente esempio: “Al comunista che afferma ‘in Italia c’è troppa miseria’ […] la propaganda anticomunista risponde: ‘perché non ci parli della miseria […] in Russia e nei paesi satelliti?’”. Se ne deduce che “i comunisti non hanno il diritto, con quello che fanno oltre cortina, di lamentarsi dell’Italia; i loro sono discorsi incoerenti; e ogni asserzione di gente così incoerente non è attendibile” (2).

Un altro caso si trova nella replica di Mario Segni a un discorso di Silvio Berlusconi alla Camera dei deputati: “Lei ha chiesto che non si remi contro il governo, io chiedo che non sia il governo a remare contro l’interesse dell’Italia” (la Repubblica, 3 agosto 1994, p. 5).

L’efficacia di tale affermazione dipende dall’utilizzazione pure del ragionamento fondato sull’inclusione della parte (“il governo”) nel tutto (“l’Italia”). Secondo Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “il più delle volte la relazione fra il tutto e le sue parti è considerata sotto l’aspetto quantitativo: il tutto comprende la parte ed è in conseguenza più importante di questa” (3).

Forse non è fortuito che poco tempo dopo l’allora premier abbia dichiarato: “C’è molta gente che rema contro l’interesse del Paese” (la Repubblica, 12 agosto 1994, p. 5).

Per il “conflitto d’interessi” tra la sua candidatura alla Presidenza del Consiglio dei ministri e la proprietà di numerose aziende, Silvio Berlusconi fu criticato dai suoi rivali e invitato a risolvere una simile inconciliabilità. Ecco come rispose, riferendosi a uno di loro, durante la campagna elettorale del 1996: “Prendete D’Alema: quando lo hanno messo in mezzo per la vicenda dell’appartamento [da lui affittato da un ente previdenziale ad un prezzo inferiore a quello di mercato], si è messo a fare un quarantotto che non finiva più. E proprio lui, che pretendeva che io in sei mesi vendessi il secondo gruppo italiano, non ha ancora traslocato” (Corriere della Sera, 24 marzo 1996, p. 2).

E contro il suo antagonista, che lo incolpava di aver “usato le sue televisioni per scristianizzare i modelli di vita degli italiani” (La Repubblica, 16 aprile 1996, p. 2), ribatté, impiegando persino una locuzione funzionale a ritorcere l’accusa: “Da che pulpito viene la predica. Fu proprio quando Prodi era presidente dell’IRI e azionista di maggioranza della RAI, che la stessa RAI portò in Italia Dallas e Beautiful” (Corriere della Sera, 18 aprile 1996, p. 3).

Romano Prodi, invece, alludendo a Silvio Berlusconi, che aveva denunciato un’incompatibilità prodotta dalla presenza all’interno del centrosinistra di cattolici, anticlericali e atei, constatò: “Potrei rovesciare l’obiezione e chiedere se non crea imbarazzo votare insieme a Pannella o ai neofascisti” (Famiglia Cristiana, 24 aprile 1996, p. 26).

Particolarmente polemico fu ugualmente Massimo D’Alema, quando in due diverse circostanze osservò: “Ieri Berlusconi è andato un quarto d’ora a Rete 4, che usa come balcone di casa, a spiegare il rischio che si veda in tivù Dini!” (Corriere della Sera, 6 marzo 1996, p. 7) e, chiamando in causa l’esperto di finanza pubblica del centrodestra: “Tremonti era consulente dei ministri socialisti che inventavano i balzelli contro cui adesso guida le marce” (La Repubblica, 12 marzo 1996, p. 4).

Più recentemente si è servito dell’argomento alla base del nostro articolo Matteo Renzi, il quale ha preso spunto da un atto teppistico (sulle prime si è pensato di natura razzista), che ha avuto come vittima una giovane italiana di origini nigeriane: “Salvini ironizza sulla vicenda di Daisy Osakue dicendo che chi lancia uova è un cretino. Condivido la definizione. Sapete per cosa è stato condannato lui nel ’99? Lancio di uova” (4).

Nell’intervento al Senato per la fiducia al primo governo presieduto da Giuseppe Conte (quello giallo-verde) e ricollegandosi all’“armamentario verbale” utilizzato dai suoi membri, Matteo Renzi rilevò: “Quello che nella XVII legislatura era il ‘governo dei non eletti’, da oggi si deve dire ‘governo del cittadino’. Quello che nella XVII legislatura era ‘inciucio’, da oggi si deve chiamare ‘contratto’. Quello che nella XVII legislatura si chiamava ‘trionfo della partitocrazia’, si deve chiamare ‘democrazia parlamentare’. Quello che nella XVII legislatura si chiamava ‘condono’, si deve chiamare ‘pace fiscale’. Quello che nella XVII legislatura si chiamava ‘uomo che tradiva l’alleanza, che lo aveva eletto’, nella XVIII legislatura si deve chiamare ‘cittadino che aiuta il governo a superare la fase di crisi’” (5).

L’obiettivo dell’argomentazione dell’ex segretario del Partito democratico ed ex presidente del Consiglio era duplice: provare che quanto affermato in precedenza dai rivali in effetti si ritorceva contro di loro e, più specificatamente, indurre a credere che il “governo del cambiamento” (come lo definivano alcuni suoi componenti) non volesse cambiare la realtà, ma semplicemente la sua rappresentazione, che veniva addolcita con tutta una serie di eufemismi. Per fare un esempio, ciò che per la Lega e il Movimento 5 Stelle era un “contratto”, dagli avversari era considerato un “inciucio”, ossia un “pateracchio”, un “accordo poco chiaro raggiunto mediante compromessi, opportunismi e simili, specialmente in campo politico” (lo Zingarelli 2017).

La differenza nel significato dei due termini si fonda sul rapporto fra denotazione e connotazione. Con la prima si trasmette un messaggio unicamente informativo, referenziale e perciò percepito come oggettivo. La seconda invece consiste nell’esprimere qualcosa di più, un giudizio o un sentimento personale per mezzo di particolari scelte lessicali.

Attraverso di essa è possibile attribuire a una determinata forma di organizzazione politica dello Stato, per citare un ulteriore caso, un senso positivo o negativo. Alle espressioni “governo del cittadino” e “governo dei non eletti” la gente magari associa l’idea, rispettivamente, di un ordinamento che supera il predominio del sistema dei partiti e di uno basato sull’usurpazione del potere. Infatti “ogni parola”, come ha constatato George Lakoff, “evoca un frame, un quadro di riferimento, che può essere costituito da una serie di immagini o di conoscenze di altro tipo” (6).

Occorrenze della ritorsione si registrano pure nella comunicazione politica statunitense. Riguardo alle elezioni presidenziali del 1992, Bill Clinton ha esposto il seguente episodio: “Nel suo discorso alla convention Bush mi aveva accusato di aver aumentato le tasse in Arkansas in 128 occasioni e di essermene compiaciuto ogni volta. All’inizio di settembre la sua campagna continuò a ripetere quest’accusa incessantemente, benché il ‘New York Times’ la definisse ‘falsa’, il ‘Washington Post’ ‘esagerata’ e ‘sciocca’ e persino il ‘Wall Street Journal’ dicesse che era ‘ingannevole’. La lista di Bush comprendeva la richiesta che i rivenditori di auto usate costituissero un fondo garanzia di 25.000 dollari, l’istituzione di una piccola tassa sui concorsi di bellezza e l’imposizione di un dollaro di spese processuali per i criminali condannati. Il giornalista conservatore George Will disse che, secondo i criteri del presidente, ‘Bush ha aumentato le tasse più spesso negli ultimi quattro anni di quanto non abbia fatto Clinton in dieci’” (7).

In un’intervista rilasciata durante la campagna elettorale del 1996, Clinton difese la moglie dagli attacchi del candidato repubblicano alla Casa Bianca, provocati dalla stesura di un saggio sulla solidarietà sociale. Dimostrò l’implicazione, in una situazione vissuta direttamente dal suo competitore, di ciò a cui si opponeva verbalmente: “Nutro rispetto […] per il modo in cui non si è arreso nonostante le gravi ferite riportate in guerra. Ma quante volte ha raccontato la storia delle persone che lo hanno aiutato in ospedale e di come il paese si sia prodigato per as­sisterlo? Quante volte ha raccontato di quando è tornato a casa, a Russel, nel Kansas e dell’impegno di tutti perché si rimettesse in se­sto? Hillary non ha mai detto che gli individui non so­no responsabili delle loro azioni. Lo crede fermamente e pensa che la famiglia sia il nucleo più importante della società. Nel suo libro It takes a village [“C’è bisogno di un villaggio”] dice che se vogliamo che gli individui e le famiglie si impongano, dobbiamo accollarci quella parte di responsabilità che ci spetta per poter andare avanti. E credo che questa sia davvero la storia della vita del senatore Dole […] Non dubito che il villaggio lo abbia aiutato. Ma anche io sono diven­tato quello che sono grazie anche ad un villaggio” (Panorama, 5 settembre 1996, p. 79).

In un suo libro, Barack Obama analizzò alcune situazioni, per cui sarebbe stato complicato rivolgere critiche ad altri Paesi, senza che si ritorcessero contro gli Stati Uniti: “Quando l’America continua a spendere decine di miliardi di dollari per sistemi d’armamento di dubbio valore, ma è riluttante a spendere denaro per mettere in sicurezza impianti chimici altamente a rischio nei principali centri urbani, diventa più difficile convincere le altre nazioni a fare altrettanto con le loro centrali nucleari. Quando tiene in prigione a tempo indeterminato persone sospette, senza processo o le estrada nel cuore della notte in Paesi dove sa che verranno torturate, indebolisce la sua possibilità di esercitare pressioni sui regimi dispotici a favore dei diritti umani e del governo della legge. Quando l’America, il Paese più ricco della Terra e consumatore del 25 per cento dei carburanti fossili mondiali, non si rassegna ad aumentare almeno in piccola parte gli standard di rendimento energetico, così da diminuire la dipendenza dai campi petroliferi sauditi e rallentare il riscaldamento globale, dovrebbe aspettarsi di incontrare molte difficoltà nel convincere la Cina a non trattare con fornitori di petrolio come l’Iran o il Sudan; e non dovrebbe contare su molta cooperazione nello spingerli ad affrontare i nostri problemi ambientali” (8).

Come hanno ricordato Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “un caso comico […] è fornito dalla storiella del poliziotto, il quale in un teatro di provincia, mentre il pubblico si prepara a cantare la Marsigliese, sale sul palcoscenico per annunciare che è proibito tutto quanto non figura sul manifesto. ‘E lei, interrompe uno degli spettatori, è sul manifesto?’” (9).

In qualche modo alla ritorsione s’ispirò uno dei più grandi comunicatori della storia, come si racconta nel Vangelo secondo San Giovanni: “Or gli scribi e i farisei conducono una donna, sorpresa in adulterio e, postala in mezzo, gli dicono: ‘Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora, nella legge Mosè ci ha comandato di lapidare tali (donne). Tu che ne dici?’. Questo lo dicevano per tendergli un tranello, per avere di che accusarlo. Gesù, però, chinatosi, tracciava dei segni per terra con il dito. Siccome insistevano ad interrogarlo, si drizzò e disse loro: ‘Quello di voi che è senza peccato scagli per primo una pietra contro di lei’. E, di nuovo, chinatosi, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, presero a ritirarsi uno dopo l’altro a cominciare dai più anziani e fu lasciato solo con la donna che stava nel mezzo”.

Note

(1) Olivier Reboul, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 207.

(2) Paolo Facchi (a cura di), La propaganda politica in Italia, Il Mulino, 1960, p. 44.

(3) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 251.

(4) Corriere della Sera, 4 agosto 2018, p. 11. Ne abbiamo palato in un precedente articolo: “Salvini, le uova e i poliziotti”, pubblicato nel nostro sito il 21 agosto 2018.

(5) YouTube – Governo Conte, Renzi attacca Di Maio e Salvini: “Non avete più alibi”. Loro restano impassibili.

(6) George Lakoff, Non pensare all’elefante!, Fusi orari, 2006, p. 17.

(7) Bill Clinton, My Life, Mondadori, 2004, p. 457.

(8) Barack Obama, L’audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo, Rizzoli, 2007, p. 324.

(9) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 221.