pubblicato il 2 Gennaio 2019 - scritto da Giorgio Matza

Fiorello, il Natale e la regola di giustizia

Il messaggio pubblicitario televisivo che ha dato l’avvio alla campagna di fine anno di Wind, in onda da novembre 2018, si divide in tre parti. Inizialmente si presenta Rosario Fiorello, prima in un giardino innevato: “Ecco lo spot di Natale perfetto! Ma la gente vuole ancora tutto questo? Ancora l’alberello illuminato? Ancora con il pupazzo di neve?”; poi si trasferisce all’interno di una casa: “Ancora con la famigliola felice?”, provocando la sparizione di ogni cosa con un semplice schioccare delle dita. Infatti “la gente vuole solo i regali!”. Successivamente si sente la voce fuori campo dello speaker e si vede una tabella per illustrare l’offerta, che è oggetto della comunicazione. Alla fine torna lo showman e aggiunge: “Ancora Fiorello che fa…”, accompagnando le parole con il solito atto magico e producendo addirittura la sua scomparsa, ovviamente da lui non prevista e non voluta (“Dove sono?… Ricordatevi che ho un contratto…”) (1).

Evidentemente bisogna considerare perfino il riaffacciarsi dello storico testimonial sugli schermi, al pari delle tradizioni natalizie, come qualcosa di vieto. Sul piano retorico, ma chiaramente con un “tono di voce” umoristico, sembra che i creativi abbiano seguito un ragionamento, basato sulla “regola di giustizia”. Essa, per Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “esige l’applicazione di un identico trattamento ad esseri o situazioni integrati in una stessa categoria” (2): nella fattispecie quella dell’anacronismo.

È possibile sviluppare una simile argomentazione pure a partire da un’ipotesi. Ciò avvenne in un annuncio-stampa sulla contraccezione, ideato nel 1970 dall’agenzia inglese Saatchi & Saatchi per l’Health Education Council e rivolto al pubblico maschile. L’headline riportava una domanda: “Staresti più attento se fossi tu a rimanere incinto?”. La foto mostrava un uomo in “stato interessante” con un viso che esprimeva tristezza.

Analogamente Bill Clinton nella sua autobiografia rammenta la proposta di un caso ipotetico a sostegno del principio di equità: “Peter King, con cui avevo lavorato al problema dell’Irlanda del Nord, dovette resistere a settimane di pressioni enormi, fra cui varie minacce di distruggerlo politicamente se non avesse votato a favore dell’impeachment. In diverse interviste televisive, King diede ai suoi compagni di partito una motivazione molto semplice: sono contrario all’impeachment perché, se Clinton fosse repubblicano, sareste contrari anche voi. I repubblicani favorevoli all’impeachment che parteciparono con lui ai talk show non trovarono mai una risposta valida a questo argomento” (3).

In Italia alla tecnica argomentativa di cui stiamo parlando, ricorse Bettino Craxi al processo Cusani, nel dicembre del 1993: “Qualcuno può credere che il ravennate Gardini che aveva grandi interessi in Emilia (…) e il cui gruppo aveva grandi interessi in Unione Sovietica, non abbia mai dato un contributo al PCI? Sarebbe come credere che il presidente del Senato – faccio un esempio – Senatore Spadolini, essendo stato dieci anni segretario del Partito repubblicano, abbia sempre avuto un finanziamento assolutamente regolare e che le irregolarità e le illegalità siano state commesse dal vecchio La Malfa e dal giovane La Malfa. O sarebbe come credere […] che il presidente della Camera, Onorevole Giorgio Napolitano, che è stato per molti anni ministro degli esteri del PCI e aveva rapporti con tutte le nomenklature dell’Est a partire da quella sovietica, non si fosse mai accorto del grande traffico che avveniva sotto di lui tra i vari rappresentanti e amministratori del PCI e i paesi dell’Est” (4).

La tesi difensiva del leader socialista si fondava dunque sulla necessità di affrontare una questione, che riguardava l’intero sistema dei partiti, senza creare disparità.

La medesima esigenza di evitare un divario, in polemica con un uomo politico, avvertì un commentatore, nella sua rubrica pubblicata in un settimanale: “Cinque mesi or sono L’Unità incappò in un incidente di percorso imbarazzante. Scrisse che il padre di Storace aveva picchiato, tanto tempo fa, un ex deportato. Fu facile a Storace dimostrare che si trattava di un falso. Il direttore dell’Unità, Antonio Padellaro, si scusò. Il ministro Gasparri, indignato, si autosospese dall’Ordine dei giornalisti e chiese provvedimenti contro il direttore dell’Unità. Poi Panorama è stato costretto a pubblicare la sentenza che definisce diffamatorio un articolo di Lino Jannuzzi contro il giudice Ilda Boccassini. Né Jannuzzi né il direttore di Panorama si sono scusati. È assordante il silenzio dell’ex ministro Gasparri. Come mai non ha nulla da chiedere all’Ordine dei giornalisti? Come mai non si autosospende anche stavolta? Meglio: come mai è ancora iscritto all’Ordine dei giornalisti?” (5).

Nel romanzo Imperium, scritto da Robert Harris, un grande oratore romano si appella a un criterio di equanimità: “Cicerone si alzò, senza tradire la minima emozione. ‘Il senatore sembra non aver letto la mozione’ disse fingendosi perplesso. ‘Quando mai, infatti, viene citato Gaio Verre? Non sto chiedendo, signori, di giudicare Gaio Verre durante la sua assenza, non sarebbe equo giudicare Gaio Verre in sua assenza, Gaio Verre non è qui per potersi difendere. Ora che abbiamo stabilito questo principio, Ortensio sarebbe così gentile da estenderlo al mio cliente e accettare quindi che nemmeno lui venga giudicato in contumacia? Oppure esiste una legge per gli aristocratici e un’altra per tutti gli altri?’ […] ‘Propongo quindi un emendamento: Dal momento che si è proceduto in contumacia contro Stenio, si conviene ora che nessun giudizio sarà celebrato in sua assenza e se dovesse già avere avuto inizio non sarà considerato valido. Votiamo su questa mozione, vi dico adesso e nel solco delle eccelse tradizioni del Senato romano salviamo un uomo dall’orribile castigo della crocifissione’” (6).

Secondo Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “la regola di giustizia fornirà il fondamento che permette di passare da casi precedenti a casi futuri e permetterà di presentare l’uso del precedente come argomentazione quasi-logica” (7).

Tale meccanismo persuasivo si riscontra in un’opera di Alessandro Manzoni, l’ode civile Marzo 1821: più precisamente nel passo nel quale il poeta condanna gli Austriaci, colpevoli di aver rinnegato, occupando la Lombardia, il rispetto del sentimento nazionale, dopo essersi richiamati a esso durante la dominazione francese nel loro Paese. Inoltre si evoca l’intervento di Dio, sempre a favore dei perseguitati e contro i persecutori: “Se la terra ove oppressi gemeste / preme i corpi de’ vostri oppressori, / se la faccia d’estranei signori / tanto amara vi parve in quei dì; / chi v’ha detto che sterile, eterno / saria il lutto dell’itale genti? / chi v’ha detto che ai nostri lamenti / saria sordo quel Dio che v’udì? // sì, quel Dio che nell’onda vermiglia / chiuse il rio che inseguiva Israele, / quel che in pugno alla maschia Giaele / pose il maglio, ed il colpo guidò” (vv. 57-68).

Una nuova occorrenza si rileva nella prima sequenza del capitolo VI de I Promessi Sposi, nella quale si riporta il colloquio fra padre Cristoforo e don Rodrigo. Quando si rende conto che il signorotto non è disposto a porre fine alla persecuzione di Lucia, il frate gli ricorda: “Il cuore di Faraone era indurito quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo”, sottintendendo che ciò sarebbe potuto succedere anche a lui.

NOTE

(1) “All inclusive 100 giga”. Agenzia: TBWA. Regia: Sidney Sibilia. Casa di produzione: Alto Verbano.

(2) CHAΪM PERELMAN, LUCIE OLBRECHTS-TYTECA, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 237.

(3) BILL CLINTON, My Life, Mondadori, 2004, p. 900.

(4) Citato in SANDRA CAVICCHIOLI, “Processi in televisione”, in PIER PAOLO GIGLIOLI, SANDRA CAVICCHIOLI, GIOLO FELE, Rituali di degradazione. Anatomia del processo Cusani, Il Mulino, 1997, p. 107-108.

(5) “La mosca al naso di CLAUDIO SABELLI FIORETTI”, in Io Donna-Il femminile del Corriere della Sera, 3 settembre 2005, p. 14.

(6) ROBERT HARRIS, Imperium, Mondadori, 2006, pp. 37-39.

(7) CHAΪM PERELMAN, LUCIE OLBRECHTS-TYTECA, op. cit., p. 238.