pubblicato il 13 Ottobre 2019 - scritto da Giorgio Matza

Il caso invalidante nel discorso politico negli Stati Uniti

A cosa serve il caso invalidante? A dare forza al dire. Nei discorsi politici degli Stati Uniti, gli esempi sono tanti. Cominciamo con J. F. Kennedy

“Ci sono molte persone al mondo che non capiscono, o che dicono di non capire, quale sia la grande differenza tra il mondo libero e il mondo comunista. Che vengano a Berlino. Ce ne sono alcune che dicono che il comunismo è l’onda del progresso. Che vengano a Berlino. Ce ne sono alcune che dicono, in Europa come altrove, che possiamo lavorare con i comunisti. Che vengano a Berlino. E ce ne sono anche certe che dicono che, sì, il comunismo è un sistema malvagio, ma permette progressi economici. Che vengano a Berlino”: è uno degli estratti più noti della memorabile allocuzione, tenuta da John Fitzgerald Kennedy, il 26 giugno 1963, a Berlino Ovest e divenuta famosa con il titolo “Io sono un berlinese” (1).

Si rendeva impossibile l’espressione di un giudizio positivo sul comunismo, perché era inconciliabile con la condizione della città ospitante il presidente degli Stati Uniti. La forza persuasiva del contenuto di tale passo deriva dal ricorso a un argomento (nel senso di prova portata a favore di una tesi, ragionamento fatto a sostegno di un’opinione): il caso invalidante o exemplum in contrarium, “che – hanno osservato Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca – impedisce una generalizzazione indebita dimostrandone l’incompatibilità con quello e che indica dunque quale sia la sola direzione ammessa per la generalizzazione” (2).

Lo utilizzò pure il fratello di John, Edward, in polemica con gli avversari del suo partito, intervenendo alla Convention nazionale democratica del 1980, a New York: “Gli stessi repubblicani che parlano di problemi urbani hanno nominato un uomo che ha detto – cito le sue parole – ‘nelle mie preghiere del mattino e della sera ho incluso anche la preghiera che il governo federale non tiri fuori dai guai la città di New York’. E quel candidato non è un amico di questa città e dei nostri grandi centri urbani. Gli stessi repubblicani che, parlando di sicurezza per gli anziani, hanno appena nominato un uomo che soltanto quattro anni fa ha detto che la partecipazione alla Sicurezza Sociale ‘dovrebbe essere su base volontaria’. E quel candidato non è amico dei pensionati. Gli stessi repubblicani che parlano di protezione dell’ambiente hanno nominato un uomo che l’anno scorso ha fatto una dichiarazione assurda – cito le sue parole – ‘l’80% dell’inquinamento atmosferico viene dalle piante e dagli alberi’. E quel candidato non è amico dell’ambiente. E gli stessi repubblicani che invocano Franklin Roosevelt hanno nominato un uomo che nel 1976 ha detto – riporto le sue stesse parole – ‘il Fascismo ha costituito le basi del New Deal’” (3).

Il riferimento era a Ronald Reagan, che però vinse le elezioni e nel Discorso dell’Inaugurazione del 1981, impiegò la medesima forma di argomentazione: “Chi dice che viviamo in un’epoca senza eroi semplicemente non sa dove guardare. Potete vedere eroi ogni giorno entrare e uscire dai cancelli delle fabbriche. Altri (…) producono abbastanza cibo da alimentare noi e poi il mondo” (4).

Una simile strategia retorica non poteva mancare nell’elocuzione di un oratore incisivo, come Bill Clinton, che, parlando davanti al Congresso, nel 1994, affermò: “Lo so che qui c’è gente che dice che non c’è crisi nell’assistenza sanitaria. Andatelo a dire ai 58 milioni di americani che, ogni anno, per un certo periodo, non hanno nessuna copertura. Andatelo a dire agli 81 milioni di americani che hanno quelle famose ‘condizioni preesistenti’ [malattie croniche o che richiedono cure costose]; a quelli che devono pagare di più o non riescono a ottenere per niente l’assicurazione […] Se c’è qualcuno fra voi che ritiene non ci sia nessuna crisi, vada lui a dirglielo, perché io non me la sento” (5).

Un’analoga struttura discorsiva si trova nell’intervento di Tony Blair al congresso dei laburisti a Blackpool: “Di tanto in tanto, sento ancora il controsenso che i laburisti non dovrebbero occuparsi della criminalità […] Ma provate voi a dire a una pensionata di 92 anni, che ha sostenuto i laburisti per gli scorsi 70 anni, che dovrà aspettare che i Tory puniscano i giovani malavitosi che l’hanno pestata. È una conversazione che vorrei evitare” (in sito web).

Il caso invalidante si ripresenta in diverse parti dell’autobiografia clintoniana:

“Alla fine del comizio scesi dal palco e cominciai a parlare con la gente. Rimasi sorpreso quando vidi una donna bianca che portava una spilla a favore dell’aborto e teneva in braccio una bambina nera. Quando le domandai di chi fosse figlia, sorrise radiosa e disse: ‘È mia. Si chiama Jamiya’. La donna mi raccontò che la bambina era nata sieropositiva in Florida e lei l’aveva adottata, malgrado fosse divorziata e lottasse per crescere da sola due figli. Non dimenticherò mai quella donna, con in braccio Jamiya, che proclamava orgogliosamente: ‘È mia’. Anche lei era a favore della vita”

“Nella tarda mattinata [del 19 aprile 1995] venni a sapere che un camion carico di tritolo era esploso davanti all’Alfred P. Murrah Federal Building di Oklahoma City, riducendo il palazzo a un cumulo di macerie e uccidendo un numero imprecisato di persone […] Da ogni parte del paese giunsero a Oklahoma City pompieri e altri soccorritori che aiutarono a scavare tra le macerie nel disperato tentativo di trovare qualche sopravvissuto […] La domenica successiva Hillary e io volammo a Oklahoma City per presenziare a una funzione commemorativa all’Oklahoma State Fairgrounds […] In un discorso toccante, [il governatore Frank] Keating disse che se qualcuno pensava che gli americani avessero perso la capacità di amare, di aiutare il prossimo e di essere coraggiosi, doveva venire in Oklahoma”

“Il faccia a faccia con [Bob] Dole ebbe toni civili […] Qualche scintilla ci fu quando Dole […] ribadì quanto aveva già affermato alla convention e cioè che avevo riempito la pubblica amministrazione di giovani figli di ‘un’élite che non è mai cresciuta, che non ha mai fatto niente di concreto, non si è mai sacrificata, non ha mai sofferto e non ha mai imparato’ […] Ribattei dicendo che uno dei nostri giovani elitari, mio collaboratore alla Casa Bianca, era cresciuto in una roulotte”

“Sabato 6 gennaio [2001] Hillary e io organizzammo un ricevimento di addio sul South Lawn assieme a Al e Tipper [Gore] per salutare e ringraziare tutti quelli che avevano lavorato come dipendenti o come volontari alla Casa Bianca negli ultimi otto anni. Vennero centinaia di persone, molte da lontano […] Quando Al invitò tutte le persone che si erano sposate o avevano avuto dei figli durante il nostro periodo alla Casa Bianca ad alzare la mano, fui sorpreso del loro numero. Contrariamente a quanto raccontavano i repubblicani, eravamo decisamente un partito favorevole alla famiglia” (6).

Pure dall’elocuzione di Barack Obama è possibile ricavare un’antologia di passi contenenti l’argomento di cui stiamo trattando. Nei primi due, relativi a interventi del 27 dicembre 2007 e del 19 febbraio 2008, si sviluppa lo stesso tema:

“Alcuni dei miei avversari, sembrano disprezzare questa parola [la parola “speranza”] credono che denoti ingenuità, arrendevolezza, pie illusioni. Ma la speranza non è questo. La speranza non è cieco ottimismo, non significa ignorare l’enormità del compito che ci aspetta o degli ostacoli che troveremo sul nostro cammino […] La speranza è stata il motore dei cambiamenti più impensabili in questo paese. Di fronte alla tirannia, la speranza ha spinto un manipolo di coloni a ribellarsi a un impero. Di fronte alla schiavitù, ha sostenuto la resistenza degli schiavi e degli abolizionisti, e ha spinto un presidente a tracciare un percorso accidentato ma in grado di garantire che il paese non restasse per metà schiavo e per metà libero. Di fronte alla guerra e alla Grande Depressione, la speranza ha guidato la più grande delle generazioni a liberare un continente e a guarire una nazione. Di fronte all’oppressione, la speranza ha indotto giovani donne e uomini a sedersi al bancone di un locale, a sfidare gli idranti e a marciare nelle strade di Selma e Montgomery in nome della libertà. È questa la forza della speranza: immaginare e impegnarsi per ciò che prima sembrava impossibile” (7).

“Mi accusano di usare a vuoto la parola speranza, perché è una parola non politica che esprime un indefinito ottimismo senza fornire le risposte concrete che invece la politica richiede. Io dico che non è così […] Io questo so, Houston: se mai qualcosa di buono è avvenuto nella storia di questa nazione è stato perché da qualche parte qualcuno credeva nella propria speranza. È questo il modo in cui la nostra nazione è stata fondata, un gruppo di patrioti che hanno dichiarato la propria indipendenza contro il potente impero britannico. Nessuno dava loro una sola possibilità, ma loro avevano speranza. La stessa per cui gli schiavi e gli abolizionisti si opposero a un sistema perverso; la stessa per cui un giovane presidente aprì un nuovo corso per assicurare che noi non saremmo mai più stati mezzi schiavi e mezzi liberi. Ed è la stessa speranza della generazione migliore, quella di mio nonno e delle migliaia di suoi coetanei che combatterono nell’esercito del generale Patton, e quella di mia nonna rimasta a casa a guardare una bambina e nello stesso tempo a lavorare in una fabbrica per assemblare bombe; la stessa per cui questa grande generazione sconfisse Hitler e il fascismo, e risollevò se stessa dalla grande depressione. È la stessa per cui i pionieri partirono verso il West. La stessa per cui milioni di emigranti scelsero di correre un grande rischio abbandonando terre lontane. La stessa che ha portato le donne a conquistare il loro diritto di votare, che ha portato milioni di lavoratori a conquistare il loro diritto a organizzarsi. La stessa per cui giovani degli anni ’60 viaggiarono verso sud, alcuni marciarono, altri organizzarono sit-in, alcuni furono picchiati, alcuni finirono in prigione, alcuni morirono per la causa della libertà. Questo significa la parola speranza. Significa immaginare e poi lottare per ciò che prima non sembrava possibile” (8).

“Quando abbiamo cominciato dieci mesi fa, dicevano che non avremmo potuto condurre una campagna elettorale diversa. Dicevano che non potevamo competere senza prendere soldi dalle lobby di Washington. Ma voi avete dimostrato che si sbagliavano, quando abbiamo raccolto il maggior numero di piccole sottoscrizioni da parte del maggior numero di americani di qualunque altra campagna elettorale della storia. Dicevano che non ce l’avremmo fatta senza il pieno appoggio dell’establishment di Washington. Ma voi avete dimostrato che si sbagliavano, quando abbiamo messo in piedi un movimento di base che potrebbe cambiare per sempre la faccia della politica americana. Dicevano che non avremmo avuto alcuna possibilità in questa campagna a meno di ricorrere ai soliti attacchi personali. Ma abbiamo resistito, anche quando gli altri si sono scagliati contro di noi, e abbiamo condotto una campagna elettorale positiva che ha messo in luce le vere differenze e ha rifiutato la politica dello scontro e dell’insulto”

“Malgrado la tentazione di leggere la mia candidatura solo attraverso la lente della razza, abbiamo ottenuto vittorie schiaccianti in alcuni degli Stati con più popolazione bianca del paese. Nel South Carolina, dove sventola ancora la bandiera sudista, abbiamo costruito una solida coalizione di afroamericani e americani bianchi”

“La prossima settimana ci sentiremo anche raccontare di tutte quelle volte che lui ha rotto col partito, a dimostrazione di quanto egli sia in grado di promuovere il cambiamento di cui abbiamo bisogno. Ma resta un dato di fatto: John McCain ha votato come George Bush nel novanta per cento dei casi. Al senatore McCain piace tanto parlare di saggezza, ma diciamoci la verità: che ne è della tua saggezza se nel novanta per cento dei casi concordi con George Bush? Non so voi, ma a me non sta bene accontentarmi di un dieci per cento di possibilità di cambiamento. La verità è che, su ogni questione in grado di fare la differenza per la vostra vita – la sanità, l’istruzione, l’economia –, il senatore McCain è stato tutto meno che indipendente […] Quando uno dei suoi principali consiglieri […] ha accennato all’ansia degli americani, lui ha detto che la nostra era solo ‘una recessione mentale’, e che siamo diventati, cito testualmente, ‘una nazione di piagnucoloni’. Una nazione di piagnucoloni? Prova a dirlo ai fieri metalmeccanici di un impianto del Michigan che, appena saputo dell’imminente chiusura, hanno continuato a presentarsi in fabbrica tutti i giorni e a lavorare sodo come al solito, perché sapevano che c’era gente che aspettava quei freni che fabbricavano loro. Prova a dirlo alle famiglie dei militari che si trascinano in silenzio il loro fardello, mentre vedono i loro cari partire per il terzo, quarto o quinto richiamo alle armi. Questi non sono piagnucoloni. Lavorano duro, fanno la loro parte e vanno avanti senza lamentarsi. Sono questi gli americani che conosco io” (9).

“Se c’è ancora qualcuno che nutre dubbi sul fatto che l’America sia il luogo dove tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri Padri Fondatori sia vivo nella nostra epoca, che ancora dubita sulla forza della nostra democrazia, ebbene questa notte è la vostra risposta. È la risposta fornita dalle file di persone che pur di votare hanno aspettato tre, quattro ore intorno alle scuole e alle chiese in cui si votava, file mai viste prima in questo Paese, persone che in molti casi hanno votato per la prima volta in vita loro, e sono rimaste in coda per ore perché convinte che questa volta doveva essere diverso, e la loro voce poteva fare la differenza. È la risposta data da giovani e vecchi, ricchi e poveri, Democratici e Repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, gay, etero, disabili e non disabili. Americani che hanno inviato al mondo questo messaggio: noi americani non siamo mai stati semplicemente una sommatoria di individui, un insieme di Stati Rossi e Stati Blu. Noi siamo e saremo sempre gli Stati Uniti d’America” (10).

L’exemplum in contrarium – lo si evince dalle sue occorrenze – ha essenzialmente una funzione polemica nei confronti degli avversari, giacché attraverso di esso si contestano le loro tesi. È dunque caratteristico di un’argomentazione confutatoria. Si configura quindi come l’irruzione della realtà oggettiva all’interno di una rappresentazione da considerarsi ingannevole.

Inoltre, con tale tipo di ragionamento, si può ottenere il cosiddetto “effetto defusing”, ovvero il disinnesco di un’immagine controproducente, magari determinata da un comportamento condannabile. La prima volta che correva per la presidenza degli Stati Uniti d’America, come hanno ricordato Alberto Cattaneo e Paolo Zanetto, Bill Clinton “era visto come un donnaiolo, che aveva tradito la moglie, che aveva mentito per saltare il servizio militare. E ancora: un ragazzino senza senno, che aveva studiato in buone scuole e con cui la vita era stata generosa. A fine aprile 1992 la prestigiosa rivista Time dedicò la copertina al candidato democratico, con un titolo spiacevole: ‘Perché gli elettori non si fidano di Clinton’”. Perciò “si trattava di mostrare il lato serio di Clinton”. Concretamente, “secondo un’indagine di verifica dell’ipotesi condotta da Greenberg, dire agli elettori che Clinton era il figlio senza padre di una famiglia povera, che si era fatto avanti da solo fino a diventare governatore dell’Arkansas, ufficio in cui aveva puntato sulla creazione di nuovi posti di lavoro e sull’educazione, poneva la questione del suo carattere in un contesto completamente diverso e permetteva alla gente di focalizzare finalmente l’attenzione sulle idee di Clinton per il paese” (11).

È possibile impiegare il caso invalidante anche in un testo multiplo, come un servizio televisivo, costruito per mezzo di diversi codici (verbale, iconico, gestuale), che interagiscono. In occasione delle elezioni presidenziali americane del 4 ottobre 1984, lo fece suo malgrado, in quanto smentiva sé stessa, la nota giornalista Lesley Sthal, che sferrò un duro attacco contro Ronald Reagan nel notiziario serale della CBS. Il parlato era accompagnato da filmati, relativi al suo primo mandato, in cui il presidente appariva, mentre inaugurava una casa per anziani, partecipava alle Olimpiadi dei disabili, commemorava i soldati americani morti in Normandia. Il commento della Casa Bianca fu: “Gran bel pezzo!”. La redattrice, che, incredula, chiese: “Ma avete sentito quello che ho detto?”, si sentì rispondere: “Lesley, quando tu fai vedere quattro minuti e mezzo di grandi immagini di Ronald Reagan, nessuno ascolta quello che dici. Non sai che le immagini sovrastano il tuo messaggio perché lo contraddicono? Il pubblico vede quelle immagini e blocca il tuo messaggio” (12).

NOTE

(1) Cfr. “Sono un berlinese”, pubblicato il 17 luglio 2018.

(2) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 386. Su questa tecnica argomentativa si vedano: “Il caso invalidante in pubblicità” e “Il caso invalidante nel discorso politico in Italia”, pubblicati rispettivamente l’8 ottobre 2018 e il 2 maggio 2019.

(3) Riportato in Mario Rodriguez, Una parola vale più di mille immagini, in sito web.

(4) Riportato in Franca Roncarolo, Controllare i media. Il presidente americano e gli apparati nelle campagne di comunicazione permanente, Franco Angeli, 1994, p. 153. Sull’esistenza di un eroismo quotidiano della gente comune (tema caro ai comandanti in capo americani) si veda: “Exempla e figure-esemplari nel discorso politico negli Stati Uniti (prima parte)”, pubblicato il 16 febbraio 2017.

(5) Riportato in Franca Roncarolo, op. cit., p. 172.

(6) Bill Clinton, My Life, Mondadori, 2004, pp. 450; 700, 701, 702; 785; 1021.

(7) Barack Obama, La promessa americana. Discorsi per la presidenza, Donzelli, 2008, pp. 126-127.

(8) Riportato in Luciano Clerico, Barack Obama. Come e perché l’America ha scelto un nero alla Casa Bianca, Edizioni Dedalo, 2008, pp. 137-138.

(9) Barack Obama, op. cit., pp. 127, 135, 168-169.

(10) Riportato in Luciano Clerico, op. cit., pp. 258-259.

(11) Alberto Cattaneo, Paolo Zanetto, Elezioni di successo. Manuale di marketing elettorale, Etas, 2003, pp. 274-275 e 294.

(12) Franca Roncarolo, op. cit., p. 77.