pubblicato il 8 Novembre 2020 - scritto da Flavia Trupia

Il discorso della sconfitta

Ce la farà Trump a pronunciare il concession speech, il discorso della sconfitta? Oppure farà come Fonzie di Happy Days che non riusciva a dire “ho sbagliato” senza un conato di vomito?

Gli americani hanno fatto del discorso della sconfitta una vera e propria arte, partendo dall’amara consapevolezza che vincere è difficile, ma perdere con grazia lo è ancora di più. Lo schema retorico richiede due passaggi obbligati: il candidato ringrazia i suoi sostenitori per l’impegno profuso poi, anche se a malincuore, fa le congratulazioni al vincitore. E la pillola va giù.

Lo sa bene il democratico Adlai Stevenson, sconfitto nel 1952 da Eisenhower, che viene considerato il nonno del genere, il primo a dover pronunciare il suo concession speech in televisione. “Ciò che ci unisce come cittadini americani è molto più grande di ciò che ci divide come partiti politici. Vi esorto tutti a dare al generale Eisenhower il sostegno di cui avrà bisogno per portare a termine il grande compito che lo attende. Gli prometto il mio. Noi votiamo in tanti. Ma preghiamo come uno solo”. Non manca un filo di ironia nella citazione di Lincoln: “Gli chiedevano come si sentiva dopo una elezione persa. Come un bambino dopo aver urtato il dito del piede nel buio. Troppo vecchio per piangere, ma troppo dolore per ridere“.

Nel 1976 Gerald Ford, successore di Nixon, accompagnato dalla sua famiglia, ammette la vittoria di Carter con la voce stanca e l’aria mesta.

Un’uscita di scena in grande stile, invece, quella di George H.W. Bush sconfitto da Bill Clinton nel novembre 1992. Bush beve un bicchiere d’acqua, sorride e rassicura gli americani: “L’America deve sempre venire prima di tutto […]. Il popolo ha parlato, e noi rispettiamo la sovranità del sistema democratico”. “Chiedo di sostenere il nostro nuovo presidente. A prescindere dalle nostre differenze, tutti gli americani condividono lo stesso scopo: rendere questa, la più grande nazione del mondo”.

Un maestro del genere è John McCain, battuto nel 2008 da Barack Obama. Nel suo discorso della sconfitta, alza le mani per raffreddare gli animi dei suoi fan delusi. Assume su di sé tutta la responsabilità della mazzata elettorale, salvando i suoi sostenitori: “Il fallimento è mio, non vostro”.

Aspettiamo fiduciosi le parole di Donald Trump. Userà anche in questa occasione i suoi aggettivi preferiti: huge, tremendous, great?

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