pubblicato il 4 Agosto 2020 - scritto da Giorgio Matza

La strategia retorica dell’eziologia

Possiamo chiamarla l'”argomentazione del perché”. Raccontare all’uditorio il perché di una scelta. Una strategia usata dalla senatrice americana Alessandra Biaggi, dal premier spagnolo Pedro Sánchez, dalla rivelazione della politica Usa Alexandria Ocasio-Cortez e da tanti altri

“Durante la Grande Depressione il mio bisnonno fu cacciato da un circolo democratico di East Harlem, dov’era andato a cercare lavoro: gli italiani non erano i benvenuti. Questa storia mi ha ossessionato per tutta la vita e l’ho trasformata in una promessa: nessun bisognoso sarà mai cacciato via” (1). Raccontando un momento difficile dell’esistenza del suo bisavolo, Alessandra Biaggi ha associato la ragione di una scelta personale a un principio particolarmente elevato: la solidarietà nei confronti dei più deboli. La rappresentante del Partito democratico, eletta al Senato dello Stato di New York con il voto di mid term nel 2018, si è avvalsa dell’eziologia, ossia l’“evidenziazione delle cause”. Secondo Armando Plebe e Pietro Emanuele, “si tratta del dirigere la propria argomentazione nella direzione dell’attribuire uno o più fatti accaduti alle cause che si ritiene opportuno evidenziare in luogo di altre possibili cause degli stessi effetti” (2).

Così si attua un ragionamento fondato sulla relazione di causa ed effetto e, come ha rilevato Olivier Reboul, consistente nel “mostrare il valore dell’effetto a partire da quello della causa, o l’inverso” (3).

È quanto si coglie più recentemente pure in un’intervista concessa da Pedro Sánchez, segretario generale del Partito socialista e capo del governo spagnolo, a un quotidiano italiano, della quale si riporta un estratto.

Domanda: “Nel libro ‘Manual de Resistencia’ lei racconta di suo nonno che imparò a scrivere solo dopo la fine della dittatura…”

Risposta: “Sì, e io bambino lo accompagnavo alla scuola per adulti […] Se ripenso a quando ho deciso di fare politica, credo che l’origine sia lì: nelle ferite aperte. Nel pensiero dei nonni analfabeti” (4).

Comprensibilmente l’uomo politico spiega la decisione di prodigarsi a favore della collettività per mezzo d’ideali, funzionali a ottenere i migliori risultati in termini di credibilità. Barack Obama utilizzò frequentemente tale strategia retorica nella campagna per le elezioni presidenziali del 2008:

“Sono convinto che gli americani vogliano ritrovarsi di nuovo uniti attorno a un obiettivo comune. Gli americani vogliono riprendersi il sogno americano. Ecco perché mi sono candidato alla presidenza degli Stati Uniti. È lo stesso motivo per il quale feci fagotto e me ne andai a Chicago. Perché in questo paese, quel sogno merita il nostro impegno, non soltanto per noi stessi, ma per tutti gli altri”

“Questo è ciò che dobbiamo fare per riprenderci il sogno americano. Sappiamo che non sarà facile. Ce lo ricorderà la compagnia dei ‘non si può’, ‘non ci riesci’, ‘non ci provare nemmeno’, laggiù a Washington – quella degli interessi particolari e delle loro lobby, della mentalità che vuole questo paese troppo diviso per fare progressi. Non mi sono candidato alla presidenza per adeguarmi a questa mentalità: l’ho fatto per sfidarla”

“Non mi sono candidato alla presidenza per soddisfare un’ambizione coltivata da tempo, o perché credevo che in qualche modo mi fosse dovuto. Ho deciso di candidarmi per quello che Martin Luther King definiva ‘la feroce urgenza dell’adesso’. Perché siamo a un passaggio cruciale della nostra storia: il paese è in guerra, il pianeta è in pericolo, il nostro sistema sanitario non funziona, l’economia è sbilanciata, il sistema educativo lascia indietro troppi ragazzi e il nostro sistema pensionistico è allo sfascio […] Perché sono convinto che gli americani di qualunque parte hanno voglia di una politica nuova, concentrata non sul ‘come’, ma sul ‘perché’ vincere, concentrata sui valori e gli ideali che abbiamo in comune in quanto americani; una politica che faccia prevalere il buonsenso sull’ideologia, il parlare chiaro sulla propaganda”

“Ho deciso di correre per la presidenza in questo momento della storia perché sono profondamente convinto che non si possono affrontare le sfide del nostro tempo senza farlo tutti insieme – senza perfezionare la nostra Unione, senza capire fino in fondo che se anche abbiamo storie diverse, le nostre speranze sono comuni; che se anche abbiamo un aspetto diverso e non veniamo dallo stesso posto, vogliamo tutti quanti avviarci nella stessa direzione – verso un futuro migliore per i nostri figli e i nostri nipoti”

“È questa promessa che ha sempre contraddistinto il nostro paese – la promessa che, a costo di fatica e sacrifici, ognuno di noi può inseguire il suo personale sogno ma sempre restando unito agli altri come in un’unica famiglia americana, per far sì che la generazione successiva possa a sua volta inseguire i propri sogni. Ecco perché sono qui stasera. Perché per duecentotrentadue anni, ogni volta che questa promessa è stata messa a repentaglio, uomini e donne comuni […] hanno trovato il coraggio di mantenerla viva. Oggi ci troviamo in uno di quei momenti decisivi – un momento in cui la nazione è in guerra, l’economia in subbuglio, e la promessa americana è di nuovo minacciata”

“Per noi è il tempo di cambiare l’America. Ecco perché sono in corsa per la presidenza degli Stati Uniti” (5).

Nel discorso pronunciato a Denver, il 25 agosto 2008, Michelle Obama disse: “È questo il motivo per cui lui si è candidato – per mettere fine in modo responsabile alla guerra in Iraq, per costruire un’economia che permetta a ogni famiglia di risollevarsi, per essere sicuri che ogni americano possa beneficiare di assistenza sanitaria, per essere certi che ogni bambino di questo Paese abbia un’educazione degna di questo mondo, dall’asilo fino al college” (6).

Inoltre in un libro del primo presidente nero degli Stati Uniti leggiamo: “Non mi preoccupa sentirmi in obbligo verso gli infermieri a domicilio che si prendono cura dei malati tutti i giorni per poco più del minimo sindacale, o verso gli insegnanti che lavorano in alcune delle scuole più difficili del Paese, molti dei quali all’inizio dell’anno comprano matite e libri per gli studenti. Sono entrato in politica per combattere per queste persone” (7).

Dei valori che hanno ispirato il suo impegno pubblico, Bill Clinton tratta nella sua autobiografia:

“Quando sono entrato in politica, ho sempre pensato che il mio lavoro consistesse nell’offrire alla gente la possibilità di avere storie più belle”

“Il 28 agosto [1963], nove giorni dopo il mio diciassettesimo compleanno, da solo nello studiolo, […] ascoltai alla televisione il più importante discorso che abbia mai sentito, quello di Martin Luther King, che in piedi davanti al Lincoln Memorial descriveva il suo sogno per l’America […] Più di qualsiasi altra mia esperienza, tranne forse la forza dell’esempio del nonno, quel discorso rese ferrea la mia determinazione a fare il possibile per il resto della vita affinché il sogno di Martin Luther King diventasse realtà”

“Oltre a quello che avevo imparato crescendo in Arkansas, ciò che vidi nei quartieri poveri di Washington fu abbastanza per convincermi che l’opera caritatevole del volontariato non sarebbe mai bastata da sola a sconfiggere l’opprimente combinazione di povertà, discriminazione e mancanza di opportunità che impediva a molti miei concittadini di uscire dalla loro condizione. Ciò rafforzò ancora di più il mio sostegno alle iniziative di Lyndon Johnson per estendere i diritti civili e di voto e per combattere la povertà”

“Conclusi citando la lezione che avevo imparato al corso di Civiltà occidentale della professoressa Carroll Quigley, più di venticinque anni prima, ossia che il futuro può essere migliore del passato e che ognuno di noi ha la responsabilità personale e morale di renderlo tale: ‘È questo il significato di nuove opportunità ed è per questo che siamo qui a Cleveland. Non per salvare il Partito democratico ma gli Stati Uniti d’America’”

“Parlai per oltre mezz’ora, ringraziando la mia famiglia, gli amici e i sostenitori per avermi dato la forza ‘di lasciarmi alle spalle una vita e un lavoro che amo per impegnarmi in una causa di portata più ampia: salvaguardare il sogno americano, rinnovare le speranze del ceto medio dimenticato, reclamare un futuro per i nostri figli’. Concludendo, ribadii il mio impegno a ‘dare nuova vita al sogno americano’ e a stringere un ‘nuovo patto’ con la gente: ‘più opportunità per tutti, più responsabilità da parte di tutti e maggiore consapevolezza di un obiettivo comune’”

“Mi ero recato nel New Hampshire per celebrare il 7° anniversario delle primarie che mi avevano portato alla vittoria […] Un giovane mi confidò che ero la persona a cui aveva dato il primo voto della sua vita e che avevo fatto esattamente le cose che avevo promesso di fare e incontrai una donna che mi disse che le avevo dato lo stimolo per rinunciare al sussidio e tornare a scuola per diventare infermiera. Nel 1999 faceva addirittura parte del New Hampshire Board of Nursing, il comitato degli infermieri del New Hampshire. Erano queste le persone per cui ero entrato in politica” (8).

Nel romanzo Colori primari, dedicato a una competizione per la presidenza degli Stati Uniti, l’io-narratore racconta: “Nel locale faceva il turno di notte un ragazzo disabile, con il quale Stanton aveva legato già da qualche tempo. Il governatore, ormai, ci andava quasi ogni sera; l’amalgama di zucchero e solidarietà umana era travolgente. Danny Scanlon era diventato la sua stella polare, incarnava il motivo fondamentale delle elezioni. Aveva una gamba fuori uso, difficoltà di parola e Dio solo sa cos’altro, ma era perennemente allegro e teneva sempre in serbo per lui un sorriso sbilenco. Lavorava sodo e non si lamentava mai; serviva frittelle di mele sempre calde e meritava un paese migliore: questo doveva essere il motivo fondamentale di quelle elezioni […] Certe volte […] il governatore mi diceva: ‘Adesso dobbiamo tenere duro per Danny. Questo è importante’”.

Più avanti, nel corso di una riunione con il suo staff in un momento di difficoltà, Jack Stanton afferma: “In questi ultimi tempi ho pensato a Danny Scanlon […] A guardare il programma di Harris, si legge solo di sacrifici […] Ma in quel programma non c’è niente, non c’è un cazzo di niente per Danny… né per tutta la gente come lui, o per chi sta un po’ meglio e magari non sarà storpio, ma si fa un mazzo così dalla mattina alla sera e lo stato non gli dà mai niente in cambio. Quella è la nostra gente. È per loro che ci stiamo dando da fare. Bisogna che qualcuno pensi a loro” (9).

Come si evince da vari passi, è possibile associare l’eziologia alla personalizzazione, in quanto l’emittente del messaggio si richiama alla propria realtà. Ciò avviene anche nella seguente dichiarazione: “L’America non è grande perché una persona ricca e privilegiata può fare politica, ma perché anche una bambina nata povera può diventare quel che vuole”. E si sottintende: quando avrà appena 29 anni, può perfino candidarsi al Congresso e venire eletta. Si riferisce ovviamente a sé stessa, Alexandria Ocasio-Cortez, una delle sorprese del Partito democratico nel voto di mid term del 2018. La giovane ha ricordato la sua “storia di portoricana del Bronx che alla morte del padre interrompe gli studi, si mantiene servendo ai tavoli, fa attivismo” (10).

In una diversa circostanza, ancora una volta mostrandosi orgogliosa delle sue umili origini, così ha spiegato gli attacchi del presidente statunitense nei suoi confronti: “Credo che per Trump sia davvero insopportabile che una donna, giovane e figlia di una collaboratrice domestica stia contribuendo alla battaglia per accedere ai suoi documenti finanziari. Al danno si aggiunge la beffa” (11).

Il fenomeno della trasposizione di valore dalla causa all’effetto emerge in una vicenda che ha avuto per protagonista una donna franco-senegalese. Ecco come l’ha presentata un settimanale italiano: “Pochi conoscono Emmanuel Macron come lei. Sibeth Ndiaye fa parte della ‘banda dei mormoni’, com’è stato soprannominato il piccolo gruppo di collaboratori che ha aiutato il giovane leader a conquistare l’Eliseo con una vocazione e una fedeltà quasi religiose. Nata in Senegal 40 anni fa, Ndiaye è stata la responsabile comunicazione di Macron al ministero dell’Economia, in campagna elettorale e infine all’Eliseo fino al marzo scorso, quando è stata nominata sottosegretaria e portavoce del governo”.

Sibeth ha individuato la ragione del suo impegno pubblico in un ideale di giustizia, trasmessole dal padre: “La mia coscienza politica è stata forgiata quando ero una bambina, a Dakar. Mio padre era un musulmano abbastanza devoto. Dopo la grande preghiera del venerdì mi portava con lui a fare la carità. Ricordo il tintinnio delle monetine dentro alle scatole di latta che i bambini scuotevano imploranti. Un giorno chiesi a mio padre: perché sono da questa parte e loro dall’altra? Lui mi rispose: ‘Fai in modo che tutto ciò non esista più’” (12).

Note

(1) Riportato in il venerdì di Repubblica, 2 novembre 2018, p. 24.

(2) Armando Plebe, Pietro Emanuele, Manuale di retorica, Universale Laterza, 1988, pp. 123-124.

(3) Olivier Reboul, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 211.

(4) Corriere della Sera, 8 luglio 2020, p. 3.

(5) Barack Obama, La promessa americana. Discorsi per la presidenza, Donzelli, 2008, pp. 112, 118-119, 121-122, 134, 166, 170).

(6) Riportato in Luciano Clerico, Barack Obama. Come e perché l’America ha scelto un nero alla Casa Bianca, Edizioni Dedalo, 2008, p. 197.

(7) Barack Obama, L’audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo, Rizzoli, 2007, pp. 127.

(8) Bill Clinton, My Life, Mondadori, 2004, pp. 18, 67, 85, 390, 398, 930-931.

(9) Anonimo, Colori primari, Garzanti, 1996, pp. 124-125, 163.

(10) Riportato in la Repubblica, 6 novembre 2018, p. 3.

(11) Riportato in Huffpost, 6 marzo 2019.

(12) Anais Ginori, “Macron c’est moi”, in il venerdì di Repubblica, 7 febbraio 2020, p. 32.