Barack Obama pronuncia un discorso
L’apparenza e la realtà

Come valorizzare la realtà invece dell’apparenza

La tecnica argomentativa basata sulla dissociazione di una nozione consiste, come abbiamo visto, nell’eliminazione di un’incompatibilità, originando la coppia gerarchizzata apparenza/realtà, che deriva proprio dall’inconciliabilità fra due aspetti, uno ritenuto ingannevole e uno vero: ne consegue ovviamente la valorizzazione del secondo rispetto al primo (1).

Ne abbiamo trattato in riferimento alla comunicazione politica. Però un esempio particolarmente interessante si trova nel capitolo ottavo del romanzo I Promessi Sposi; più precisamente nella prima sequenza, dedicata al matrimonio per sorpresa. Il narratore, intervenendo sullo scambio dei ruoli dei personaggi, che è indicativo dei contrasti della vita, osserva: “Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi s’era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l’apparenza d’un oppressore; eppure, alla fin de’ fatti, era l’oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a’ fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un sopruso”. Nel caso specifico si annulla l’incongruenza tra la simpatia provata per il giovane e il compimento da parte sua di un atto violento, perché quest’ultimo non lo è effettivamente, ma costituisce la reazione a un’ingiustizia, nasce dall’aspirazione a ottenere qualcosa che spetta di diritto.

È possibile che la forma di ragionamento, di cui stiamo parlando, coincida con la figura retorica del paradosso, che è stato oggetto di due precedenti articoli (2).

Ciò avviene anche in un testo multiplo, come il comunicato pubblicitario televisivo, costruito per mezzo di diversi codici (verbale, iconico, gestuale, musicale), che interagiscono. Naturalmente è assurdo mostrarsi gentili con qualcuno per cui si nutre antipatia. Comunque succede in alcuni spot di comunicazione sociale, classificati nella categoria più generale della “pubblicità intelligente” e dell’“ironia in pubblicità” da Maria Angela Polesana, che ne riassume il contenuto così:

“Nel primo compaiono due tifosi, di squadre avversarie, che aspettano il bus. Improvvisamente, uno dei due offre all’altro una sigaretta”

“Nel secondo due ragazze, che non si piacciono, si incontrano in un centro commerciale e una offre all’altra una sigaretta”

“Nel terzo una coppia fa all’amore ma il rapporto sessuale, guidato dal ragazzo, è troppo veloce. Alla ragazza non resta che sdraiarsi vicino al compagno che, a differenza sua, sembra piuttosto compiaciuto. E lei, allora, gli offre una sigaretta” (3).

L’illogicità delle situazioni viene meno con il payoff: “Incoraggia a fumare chi odi. Il fumo uccide”. La cortesia dunque è apparente, l’ostilità è invece reale.

Un passaggio dall’apparenza alla realtà fu attuato da un politico statunitense allora pressoché sconosciuto. Ecco il racconto di un suo ammiratore, divenuto poi uno dei suoi speechwriter: “Il 4 giugno 2005 un giovane, magrissimo senatore tenne il discorso di apertura della cerimonia di consegna delle lauree al Knox College, in Illinois […] Alcuni fra il pubblico si chiedono certamente chi sia. E, con la storiella che apre il discorso, l’oratore riconosce di essere una novità assoluta sulla scena nazionale. ‘Non avevo ancora partecipato a una votazione, non avevo presentato nessuna proposta di legge, non mi ero nemmeno seduto alla mia scrivania e questo serissimo giornalista alza la mano e mi dice: Senatore Obama, qual è il suo posto nella Storia?’. Qui il giovane membro del Congresso fa una pausa, un indizio di quella capacità di scegliere i tempi che gli tornerà utile negli anni. ‘Ho fatto quello che avete appena fatto voi: ho riso di gusto’. Ma se il senatore appare genuinamente divertito, si dimostra subito anche sincero. Infatti, dopo avere riflettuto sulla domanda del giornalista, sorprende gli studenti affrontando l’argomento centrale del suo discorso. ‘Quale sarà’, chiede, ‘il vostro posto nella Storia?’. In questo c’è qualcosa che mi ha sempre attratto in lui: la capacità di pensare in grande. Perché, come disse ai laureandi del Knox College, per gran parte della storia dell’umanità il tuo destino era segnato nell’attimo in cui venivi al mondo. L’America ha cambiato questo stato di cose. Ciò che ci ha reso speciali – ciò che ci ha reso eccezionali – è stata la promessa che la gente comune potesse incidere sulla vita della nazione. Per 229 anni è stato il pubblico, non gli oratori, a fare grande il nostro paese. Quale sarà il vostro posto nella Storia? In America, dopotutto, non è una domanda tanto stupida” (4).

Una variante di “apparenza/realtà” può essere considerata “opinione/verità”. In polemica con i suoi avversari Bill Clinton sostenne: “Lo so che qui c’è gente che dice che non c’è crisi nell’assistenza sanitaria. Andatelo a dire ai 58 milioni di americani che, ogni anno, per un certo periodo, non hanno nessuna copertura. Andatelo a dire agli 81 milioni di americani che hanno quelle famose ‘condizioni preesistenti’ [malattie croniche o che richiedono cure costose]; a quelli che devono pagare di più o non riescono a ottenere per niente l’assicurazione […] Se c’è qualcuno fra voi che ritiene non ci sia nessuna crisi, vada lui a dirglielo, perché io non me la sento” (5).

Un’analoga struttura frastica contiene il seguente estratto da un discorso, in cui Barack Obama contesta il suo antagonista repubblicano nella corsa del 2008 per la Casa Bianca: “Quando uno dei suoi principali consiglieri […] ha accennato all’ansia degli americani, lui [John McCain] ha detto che la nostra era solo ‘una recessione mentale’, e che siamo diventati, cito testualmente, ‘una nazione di piagnucoloni’. Una nazione di piagnucoloni? Prova a dirlo ai fieri metalmeccanici di un impianto del Michigan che, appena saputo dell’imminente chiusura, hanno continuato a presentarsi in fabbrica tutti i giorni e a lavorare sodo come al solito, perché sapevano che c’era gente che aspettava quei freni che fabbricavano loro. Prova a dirlo alle famiglie dei militari che si trascinano in silenzio il loro fardello, mentre vedono i loro cari partire per il terzo, quarto o quinto richiamo alle armi. Questi non sono piagnucoloni. Lavorano duro, fanno la loro parte e vanno avanti senza lamentarsi. Sono questi gli americani che conosco io” (6).

Il riferimento alla coppia gerarchizzata “opinione/verità” si delinea in vari interventi di colui il quale di lì a poco sarebbe diventato il primo presidente nero americano:

“Da sei anni a questa parte ci viene detto che l’aumento del nostro debito non conta, che l’ansia degli americani di fronte al lievitare dei costi dell’assistenza sanitaria e al ristagno dei salari è solo un’impressione, che i cambiamenti climatici sono una montatura, e che la voce grossa e una guerra mal concepita possono rimpiazzare la diplomazia, la strategia e la prudenza. E quando tutto manca, se arriva l’uragano Katrina, o cresce il numero delle vittime in Iraq, ci viene detto che le nostre crisi sono colpa di qualcun altro”

“Credo al potere degli americani di essere reali agenti del cambiamento nel paese, perché non siamo così divisi come la politica ci vuol far credere”

“Quando abbiamo cominciato dieci mesi fa, dicevano che non avremmo potuto condurre una campagna elettorale diversa. Dicevano che non potevamo competere senza prendere soldi dalle lobby di Washington. Ma voi avete dimostrato che si sbagliavano, quando abbiamo raccolto il maggior numero di piccole sottoscrizioni da parte del maggior numero di americani di qualunque altra campagna elettorale della storia. Dicevano che non ce l’avremmo fatta senza il pieno appoggio dell’establishment di Washington. Ma voi avete dimostrato che si sbagliavano, quando abbiamo messo in piedi un movimento di base che potrebbe cambiare per sempre la faccia della politica americana. Dicevano che non avremmo avuto alcuna possibilità in questa campagna a meno di ricorrere ai soliti attacchi personali. Ma abbiamo resistito, anche quando gli altri si sono scagliati contro di noi, e abbiamo condotto una campagna elettorale positiva che ha messo in luce le vere differenze e ha rifiutato la politica dello scontro e dell’insulto”

“L’errore profondo nei sermoni del reverendo Wright non è quello di parlare di razzismo nella nostra società. Ma è quello di parlarne come se la nostra società fosse statica; come se non fosse mai avvenuto alcun progresso; come se questo paese […] fosse ancora irrimediabilmente legato a un tragico passato. Ma quel che invece noi sappiamo – che abbiamo visto con i nostri occhi – è che l’America può cambiare. Che quella del cambiamento è una capacità connaturata a questo paese” (7).

Simili ragionamenti sono incentrati ovviamente sulla maggiore importanza della “verità” rispetto all’“opinione”, ma non sempre è semplice far prevalere la prima sulla seconda, come attesta un’ulteriore considerazione di Obama: “L’assenza di una pur minima concordanza sui fatti pone ogni opinione allo stesso livello e quindi elimina le basi per un compromesso ponderato. Non premia coloro che hanno ragione, ma coloro che – come l’ufficio stampa della Casa Bianca – possono sostenere le loro ragioni in modo più rumoroso, più frequente, più ostinato e con lo sfondo migliore. Il politico di oggi lo capisce. Può non mentire, ma capisce che non ci sono premi per chi dice la verità, in particolare quando la verità appare complicata. La verità può causare costernazione; la verità verrà attaccata; i media non avranno la pazienza di mettere insieme tutti i fatti e così il pubblico potrebbe non conoscere mai la differenza tra verità e falsità” (8).

Un’illustrazione piuttosto icastica del contrasto fra opinione (evidenziata dal verbo “credere”, con cui si esprime un convincimento soggettivo) e verità si deve a Ernesto Rossi (Caserta, 1897 – Roma, 1967). In una lettera del 18 gennaio 1935 a una nipotina scriveva: “Non bastano le buone intenzioni. Ho conosciuto un bambino che credeva di fare il bene d’un pesce rosso tirandolo fuori dalla vasca per asciugarlo col fazzoletto. E molte persone grandi fanno per buon cuore quel che voleva fare il bambino. Credono d’aiutare, e invece fanno del male, perché non sanno quali sono le conseguenze delle loro azioni. Per saperlo – almeno fin dove è possibile – bisogna studiare. Ti pare?”.

L’efficacia di tale riflessione si fonda sull’analogia, consistente in una somiglianza di rapporto, in base alla formula A : B = C : D. Nella fattispecie “molte persone grandi” stanno alle “loro azioni” come il bimbo sta all’asciugatura del pesciolino. I due insiemi di termini formano il “tema” e il “foro”. Fra quelli simmetrici (A-C e B-D) si attua un riavvicinamento che conduce a un’azione reciproca e soprattutto alla valorizzazione o, come nel nostro caso, alla svalutazione dei primi (A-B) (9).

Il passo della missiva dell’economista e uomo politico italiano è stato citato, forse in polemica con qualche rappresentante del primo governo Conte, da Luigi Federico Signorini, Vice Direttore generale della Banca d’Italia, in occasione della presentazione di due volumi dedicati proprio a Ernesto Rossi (10).

Nei seguenti estratti (il primo dall’autobiografia di Bill Clinton e il secondo dal discorso di accettazione della candidatura, pronunciato da Barack Obama a Denver, Colorado, il 28 agosto 2008) emerge la superiorità degli atti sulle parole, attribuiti rispettivamente a sé medesimi e ai loro avversari:

“Il 5 febbraio [1993] firmai la mia prima legge, riuscendo così a mantenere un altro impegno preso in campagna elettorale. Con il Family and Medical Leave Act, gli Stati Uniti si unirono finalmente agli oltre 150 paesi che garantivano ai lavoratori la possibilità di prendersi un breve congedo per la nascita di un figlio o quando un familiare era malato […] Bush aveva posto il veto due volte, sostenendo che sarebbe stato eccessivamente oneroso per le aziende […] Agli inizi del 2001, quando per la prima volta presi un volo navetta da New York a Washington come privato cittadino, una delle assistenti di volo mi raccontò di aver avuto entrambi i genitori gravemente malati nello stesso periodo, uno di cancro e l’altro di Alzheimer. Non c’era nessuno che potesse occuparsi di loro durante gli ultimi giorni di vita tranne lei e la sorella, che non avrebbero mai potuto farlo se non ci fosse stata la Family Leave Law. ‘Sa, i repubblicani parlano tanto di valori familiari’, disse ‘ma penso che il modo in cui muoiono i tuoi genitori ne sia un aspetto molto importante’”

“La prossima settimana ci sentiremo anche raccontare di tutte quelle volte che lui ha rotto col partito, a dimostrazione di quanto egli sia in grado di promuovere il cambiamento di cui abbiamo bisogno. Ma resta un dato di fatto: John McCain ha votato come George Bush nel novanta per cento dei casi. Al senatore McCain piace tanto parlare di saggezza, ma diciamoci la verità: che ne è della tua saggezza se nel novanta per cento dei casi concordi con George Bush? Non so voi, ma a me non sta bene accontentarmi di un dieci per cento di possibilità di cambiamento. La verità è che, su ogni questione in grado di fare la differenza per la vostra vita – la sanità, l’istruzione, l’economia –, il senatore McCain è stato tutto meno che indipendente” (11).

Però è possibile far coincidere i due elementi incompatibili. Ecco, in proposito, due occorrenze ricavate dall’elocuzione obamiana:

“Non ho bisogno di lezioni su come attuare il cambiamento, perché non mi limito a parlarne in campagna elettorale. È una vita che mi batto per il cambiamento”

“Sono l’unico candidato in questa corsa alla presidenza che non si è limitato a proporre a parole un contenimento delle lobby, ma l’ho concretamente realizzato” (12).

La coppia gerarchizzata “verbale/reale” rimanda all’opposizione “espediente/realtà”, nella quale i due termini si presuppongono: cosicché la percezione del primo spinge a ricercare la seconda. Ciò si desume da alcuni momenti del dibattito fra coloro i quali parteciparono alle elezioni del 21 aprile 1996.

Silvio Berlusconi (riguardo al passaggio dal Partito Comunista Italiano al Partito Democratico della Sinistra): “Ha cambiato solo il nome, ma ha conservato stessi uomini, stesse idee e stessi apparati” (Famiglia Cristiana, 24 aprile 1996, p. 25).

Massimo D’Alema: “C’è un esponente politico che pur di vincere le elezioni è diventato campione di demagogia. Questo è Gianfranco Fini. A Torino Fini ha detto ai commercianti di non pagare le tasse. Viene a Roma e difende i dipendenti dei ministeri, gli stessi che poi attacca a Milano. Nel Mezzogiorno invece dice ai cittadini che bisogna aumentare la spesa pubblica. Chi pensa di vincere le elezioni in questa maniera non è in grado di governare. E quando non si può governare, lo stimolo a comandare è molto forte” (Corriere della Sera, 7 marzo 1996, p. 3) e “Francamente mi stupisco nel vedere una destra che si professa liberista proporre una misura [la detassazione dei titoli del debito pubblico] che, anche quando funzionasse, avrebbe l’effetto di spostare il risparmio delle famiglie dalle azioni ai Bot, cioè dalle imprese allo Stato. Propaganda inquietante, frutto di idee stravaganti” (La Repubblica, 20 marzo 1996, p. 4).

Romano Prodi: “Il fisco non si riforma a parole. Il Polo ha promesso sgravi fiscali a pioggia e persino ha parlato di abolire la ritenuta alla fonte. Tutti si sono accorti che queste promesse venivano avanzate senza aver fatto i conti” (Famiglia Cristiana, 24 aprile 1996, p. 26).

Gianfranco Fini: “Finalmente sentiamo dire dal ministro delle Finanze [Augusto Fantozzi] che è possibile abolire lo scontrino e la ricevuta fiscale. Ci fa molto piacere. Peccato che non lo abbia fatto quando non c’era la campagna elettorale. Ora lo fa e il sospetto che siano misure per trovare consenso è più che legittimo” (Corriere della Sera, 28 marzo 1996, p. 3).

Viene confermata una tesi, sostenuta da Anthony R. Pratkanis e Elliot Aronson, sulla “questione degli strumenti che possediamo per far fronte alle forme indesiderate di propaganda”. Relativamente a uno di tali mezzi, i due autori hanno scritto: “Non guardate le labbra del capo, osservate le sue mani. Questo consiglio metaforico viene da Theodor Pliever, uno scrittore dell’ex Germania Est che si è fatto una grande esperienza di tecniche propagandistiche. In altre parole, non basate la vostra valutazione su quello che qualcuno dice […] ma su quello che fa realmente” (13).

Un caso di contrasto drammatico tra parole e fatti negli Stati Uniti è stato esposto da Klaus Davi, che ha rilevato come “la campagna 2000 abbia impiegato il più consistente impegno di risorse per intercettare il target black nella storia moderna del Partito Repubblicano”. Ma era difficile ottenere il voto dei neri per il Great Old Party, pure a causa di una dura pubblicità attuata contro di esso. “Lo spot tv più toccante e d’impatto mostra la figlia di un uomo di colore linciato a morte da un gruppo di razzisti bianchi durante il governo di Bush in Texas”, la quale asseriva: “Quando il governatore George W. Bush ha rifiutato di appoggiare la legge sui crimini razziali è stato come se mio padre fosse ucciso di nuovo” (14).

All’argomento basato sulla dissociazione di una nozione sembra ispirarsi la decostruzione e ricostruzione dell’avversario. Una simile strategia di delegittimazione fu usata, sia da Silvio Berlusconi, sia da Romano Prodi, nel corso del programma Testa a Testa, trasmesso da Canale 5 due giorni prima delle elezioni del 21 aprile 1996.

Il leader del centrodestra, come ha constatato Roberto Grandi, perseguiva l’obiettivo di “decostruire un Prodi in quanto politico autonomo e costruire un Prodi in quanto ingenuo schermo dietro al quale si nascondevano i comunisti, versione edulcorata dell’utile idiota che aveva già preannunciato. ‘Ma è cosciente il prof. Prodi che lui attira i voti moderati a favore e beneficio della sinistra, poi sarà la sinistra, cioè il vecchio PCI che si è diviso in Rifondazione Comunista e nel PDS, ma poi si riunisce sempre quando ci sono le scadenze importanti… Pensa davvero di poter governare lui, di dare lui la direzione di marcia al governo, o non è che in politica valgono i voti, e il quasi settanta per cento dei voti all’interno della sinistra è determinato da una forza che è soltanto di sinistra e che è fatta dai comunisti e dai post-comunisti. Ecco questa è una domanda che tutti gli italiani si fanno’”.

Però, nello stesso dibattito, “Prodi ogni volta che prendeva la parola tendeva a dimostrare che ciò che Berlusconi diceva era accettabile solo da chi avesse lo sguardo rivolto al passato, mentre lui era interessato al futuro. Questa opera di decostruzione di un Berlusconi moderno e innovativo, ricostruito e restituito ai telespettatori come un personaggio un po’ patetico rivolto al passato ha costituito l’asse portante sul quale Prodi ha impostato la sua contestazione alle affermazioni di Berlusconi. ‘Berlusconi si volta sempre al passato, […] per lui il muro di Berlino non è ancora caduto, non so neanche se sia caduto l’impero romano, perché non ha nessuna attitudine a vedere il futuro. Perché il passato […] gli dà sicurezza e sul futuro ha dei problemi’” (15).

Nella sua autobiografia Bill Clinton parla, con un tono umoristico, della difficoltà di contrastare una tale operazione: “Il primo giorno del mese [giugno1995] mi recai in un’azienda agricola a Billings, nel Montana, per mettere in risalto la differenza tra il mio approccio all’agricoltura e quello dei repubblicani del Congresso […] Mort Engleberg, il mio advance man, domandò a uno dei nostri ospiti cosa pensasse di me. L’agricoltore rispose: ‘È in gamba. E non è affatto come vogliono farlo sembrare’. Lo sentii dire spesso nel 1995 e speravo di non dover riallineare l’idea degli elettori alla realtà incontrandoli a uno a uno” (16).

Note

* La prima parte è stata pubblicata il 31 dicembre 2020.

(1) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013.

(2) “Figure retoriche e pubblicità: il paradosso” e “La Repubblica e il paradosso”, pubblicati rispettivamente il 10 settembre 2018 e l’8 agosto 2019.

(3) Maria Angela Polesana, La pubblicità intelligente. L’uso dell’ironia in pubblicità, Franco Angeli, 2005, pp. 24 (nota 10).

(4) David Litt, Grazie, Obama, HarperCollins, 2018, pp. 207-208.

(5) Riportato in Franca Roncarolo, Controllare i media. Il presidente americano e gli apparati nelle campagne di comunicazione permanente, Franco Angeli, 1994, p. 172.

(6) Barack Obama, La promessa americana. Discorsi per la presidenza, Donzelli, 2008, pp. 168-169.

(7) Barack Obama, op. cit., pp. 7, 122, 127, 146.

(8) Barack Obama, L’audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo, Rizzoli, 2007, pp. 135-136.

(9) Sul’analogia si veda Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., pp. 404-445.

(10) www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-direttorio/int-dir-2019/Signorini-20190208.

(11) Bill Clinton, My Life, Mondadori, 2004, pp. 523, 524 e BARACK OBAMA, La promessa americana. Discorsi per la presidenza, Donzelli, 2008, p. 168.

(12) Barack Obama, op. cit., pp. 124 e 125.

(13) Anthony R. Pratkanis, Elliot Aronson, L’età della propaganda. Usi e abusi quotidiani della persuasione, Il Mulino, Nuova edizione 2003, pp. 449 e 453.

(14) Klaus Davi, I conta balle. Le menzogne per vincere in politica, Marsilio, 2005, pp. 217, 218.

(15) Roberto Grandi, Prodi. Una campagna lunga un anno, Lupetti, 1996, pp. 115-117.

(16) Bill Clinton, op. cit., pp. 707-708.

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