pubblicato il 24 Maggio 2019 - scritto da Giorgio Matza

L’argomento d’autorità nella comunicazione politica americana

Affermiamo le nostre credenze, facendole sostenere da persone autorevoli, dal consenso di tutti o della maggioranza. L’argomento d’autorità lo hanno usato Barack Obama e Bill Clinton.

Trova spesso applicazione, anche nella comunicazione politica americana, l’argomento d’autorità, del quale si è già parlato soprattutto riguardo all’Italia (1).

Esso – riportiamo ancora una volta la definizione di Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca – “si serve degli atti o dei giudizi di una persona o di un gruppo di persone come mezzo di prova in favore di una tesi”. Proclamiamo dunque le “nostre credenze, facendole sostenere dall’autorità di persone autorevoli, dal consenso di tutti o della maggioranza” (2).

Nella società statunitense grande importanza ha la religione. Basti ricordare che i presidenti, perlomeno da Ronald Reagan in poi, concludono i loro discorsi ufficiali con la formula “Dio benedica gli Stati Uniti d’America” e alcuni di loro, benché non fossero obbligati, hanno giurato sulla Bibbia. Non desta quindi meraviglia che gli interventi degli uomini politici contengano citazioni dalla raccolta di scritti della tradizione ebraico-cristiana.

Una conferma viene dall’elocuzione di Barack Obama:

“Mosè disse alla generazione di Giosuè: ‘Non dimenticate da dove venite’. Talvolta ho il timore che la generazione di Giosuè, presa dal successo, dimentichi da dove viene […] Se conosci la tua storia, allora sai che c’è una certa pochezza di ambizioni nel battersi soltanto per il denaro. Il materialismo da solo non può soddisfare le possibilità che abbiamo nella nostra esistenza. Bisogna riempirla con qualcos’altro. Bisogna riempirla con la regola aurea: pensando agli altri. E se conosciamo la nostra storia, capiamo che questo è il massimo risultato che possiamo ottenere”

“Giosuè disse: ‘Ho paura, non sono sicuro di essere all’altezza della sfida’; e il Signore gli rispose: ‘Io ti ho dato ogni lembo di terra che i tuoi piedi calpestano. Sii forte e abbi coraggio, perché io sono con te dovunque tu vada’. È una preghiera per un viaggio” (3).

Talora si riferiva genericamente al testo sacro:

“Dobbiamo prenderci cura di nostro fratello, ci dicono le Scritture. Dobbiamo prenderci cura di nostra sorella”

“Manteniamo perciò quella promessa – la promessa americana – e come dicono le Scritture teniamo ben stretta, senza esitare, la speranza che professiamo” (4).

L’esempio riportato di seguito si deve invece a Bill Clinton: “Possiamo afferrare questo momento. Possiamo far sì che essere Americani sia di nuovo emozionante e stimolante ed eroico. Possiamo rinnovare la fede in noi stessi e quella degli uni negli altri e ricostituire il nostro senso di unità e di comunità. Dicono le Scritture: non hanno ancora visto i nostri occhi, né udito le nostre orecchie, né immaginato le nostre menti, ciò che possiamo costruire”.

Grazie a simili appelli, l’uomo politico istituisce una relazione consensuale, fiduciaria con il vasto pubblico dei credenti. Oltre che ai personaggi biblici, è possibile ricollegarsi a diverse persone, le quali beneficiano di molta considerazione. Barack Obama così si richiamò a uno dei padri fondatori degli USA: “Penso a quello che Benjamin Franklin scrisse a sua madre, spiegando perché avesse dedicato tanto tempo al servizio del popolo: ‘Preferirei che si dicesse Ha vissuto utilmente piuttosto che È morto ricco’. Credo sia questo ciò che mi dà soddisfazione oggi: essere utile alla mia famiglia e alla gente che mi ha eletto, lasciando un’eredità che dia ai nostri bambini più speranza di quanta ne abbiamo avuta noi” (5).

Si riferì spesso a una personalità prestigiosa, che più approssimativamente si potrebbe definire un “padre della patria”:

“Mentre Lincoln organizzava le forze radunate contro la schiavitù, lo sentirono dire: ‘Elementi disparati, discordi e persino ostili, siamo stati radunati dai quattro venti, abbiamo preso forma e combattuto la battaglia sino in fondo’. Questo è il nostro proposito oggi”

“Qualche settimana fa ho annunciato la mia candidatura alla presidenza degli Stati Uniti, in piedi davanti al vecchio Campidoglio a Springfield, Illinois; dove Abraham Lincoln tenne il suo discorso dichiarando che una comunità divisa contro se stessa non può durare” (6).

“Come disse Lincoln a una nazione che allora era molto più divisa di quanto non sia oggi: ‘Noi non siamo nemici, ma amici: la passione può aver messo a dura prova i nostri legami, ma non deve spezzarli’” (7).

Nei suoi interventi non potevano mancare le citazioni di Martin Luther King (e di un precedente campione della libertà):

“Abbiamo ascoltato l’invocazione di un Re [in inglese, ‘King’] a lasciar scorrere la giustizia come acqua, e l’onestà come una corrente impetuosa”

“Il Mahatma Gandhi, grande eroe di Luther King, l’uomo che ha contribuito in larga parte a creare il movimento per la non-violenza in tutto il mondo, disse una volta che non puoi cambiare il mondo se non hai prima cambiato te stesso”

“Non mi sono candidato alla presidenza per soddisfare un’ambizione coltivata da tempo, o perché credevo che in qualche modo mi fosse dovuto. Ho deciso di candidarmi per quello che Martin Luther King definiva ‘la feroce urgenza dell’adesso’. Perché siamo a un passaggio cruciale della nostra storia”

“È una promessa che in questo giorno di quarantacinque anni fa ha spinto americani di ogni parte del paese a ritrovarsi tutti in un viale di Washington, davanti al monumento a Lincoln, per ascoltare un giovane predicatore della Georgia che parlava del suo sogno […] ‘Non possiamo camminare da soli’, gridava quel giovane predicatore. ‘E mentre camminiamo dobbiamo assumere l’impegno solenne di continuare sempre a marciare. Non possiamo voltarci indietro’” (8).

Appelli al leader del movimento per i diritti civili dei neri d’America s’individuano ugualmente nell’elocuzione di Bill Clinton. Ne fece uno particolarmente persuasivo in un raduno della Church of God in Christ, a Memphis, nel 1993:

“Se Martin Luther King riapparisse qui al mio fianco oggi e ci consegnasse la pagella dei nostri ultimi venticinque anni, cosa ci direbbe? Avete fatto un buon lavoro, direbbe, votando ed eleggendo uomini e donne che prima non potevate eleggere a causa del colore della loro pelle… Avete fatto un buon lavoro, direbbe, lasciando che la gente che può farlo viva dove vuole e vada dove vuole, in questo grande paese… E direbbe che avete fatto un buon lavoro creando un ceto medio di neri… in aperta capacità di crescere. Ma, ci direbbe, non sono vissuto e morto per vedere distrutta la famiglia americana. Non sono vissuto e morto per vedere dei tredicenni impugnare armi automatiche e uccidere bambini di nove anni, solo per vedere che effetto fa. Non sono vissuto e morto per vedere i giovani distruggere le loro vite con le droghe, per poi costruirsi fortune distruggendo le vie di altri. Non è per questo che sono venuto qui. Ho combattuto per la libertà, direbbe, ma non per la libertà di uccidersi l’un l’altro in un momento di delirio sconsiderato, non perché i bambini siano liberi di procreare bambini e i padri dei bambini di andarsene e abbandonarli come se non contassero nulla. Ho lottato perché la gente avesse il diritto di lavorare, non per avere intere comunità abbandonate. Non è per questo che sono vissuto e morto. Non ho combattuto perché i neri avessero il diritto di uccidere altri neri in un momento di delirio sconsiderato…” (9).

La peculiare icasticità del linguaggio nel passo riportato scaturisce dal ricorso a un tópos, che Bice Mortara Garavelli ha classificato come “luogo degli exempla ficta [esempi immaginari] e di osservazioni del tipo: ‘Se questi… potessero parlare, direbbero…’” (10) e, di conseguenza, dall’utilizzazione della figura retorica della prosopopea, per mezzo della quale si “fa parlare un personaggio assente o lontano o defunto o anche un essere personificato” (11).

Infatti la metodologia dell’ipotesi (nel nostro caso: “Se Martin Luther King riapparisse qui al mio fianco oggi…”), secondo Perelman e Olbrechts-Tyteca, rientra fra quei “procedimenti, che dànno il senso della presenza” e parimenti “nello pseudo-discorso diretto si aumenta il senso della presenza, attribuendo in modo fittizio delle parole a una persona” (12).

Barack Obama menzionò pure uno scrittore statunitense (premio Nobel nel 1949): “Per comprendere questa realtà occorre ricordare in che modo siamo arrivati fin qui. Come scrisse una volta William Faulkner, ‘Il passato non è morto e sepolto. In realtà non è mai passato’” (13).

Addusse come prova per confermare una propria tesi perfino l’autorevolezza di un predecessore nella carica alla quale aspirava: “La verità è che si può avere il genere di esperienza giusta o quella sbagliata. La mia affonda le sue radici nelle vite reali delle persone reali e se avremo il coraggio di cambiare porterà a risultati reali. Credo fermamente in queste parole. Ma non sono mie. Appartengono a Bill Clinton, che le ha pronunciate nel 1992 quando nella cerchia di Washington ci si chiedeva se fosse pronto per governare” (14).

Un uso particolare della forma di ragionamento di cui si sta trattando, consiste nello sfruttare a proprio vantaggio un’affermazione di un avversario o magari, nella fattispecie, del coniuge. In un servizio giornalistico, dedicato alle primarie democratiche americane del 2008, si legge:

“Hillary Clinton ha riesumato il nemico numero uno dell’America, Osama Bin Laden, in un nuovo, provocatorio spot elettorale che torna a far leva sulla paura per ribadire che Barack Obama ‘non è adatto alla presidenza’ […] Immediata la risposta dello staff di Obama, che ha rilanciato il video di un discorso pronunciato da Bill Clinton nel 2004 dove contraddice la moglie. ‘Una delle regole dei Clinton in politica – spiega l’ex presidente – è che se c’è un candidato che si appella alle vostre paure e uno che fa riferimento alle vostre speranze, farete meglio a votare per la persona che vuole farvi pensare e sperare. Perché è migliore’” (15).

L’argomento d’autorità, quando consiste in un’asserzione a favore di chi si propone per un’elezione, costituisce una risposta alla richiesta di un’approvazione preventiva, sovente avvertita prima di prendere una decisione di voto. Harry Treleaven, un pubblicitario che lavorò per le presidenziali degli Stati Uniti d’America, nel 1969, scrisse del tipico elettore repubblicano: “Egli vuole votare per Nixon; quello di cui ha bisogno è una spintarella… quel tipo di spinta derivante dal fatto che un mucchio di gente che rispetta è anch’essa per Nixon. Ha bisogno di essere sicuro che la sua opinione viene approvata da altri”. Inoltre “una pubblica dichiarazione di appoggio è anche un modo efficace di parlare di un candidato in terza persona: chi dà la sua adesione può, con tutta naturalezza, dire del candidato cose che il candidato stesso non potrebbe facilmente dire di se stesso. Naturalmente può avere un effetto negativo se l’elettore non trova di suo gradimento colui che fa la dichiarazione: questa possibilità può essere minimizzata presentando sempre più di una persona: si potrebbero, ad esempio, mettere insieme sei o sette brevi dichiarazioni in un carosello” (16).

Ovviamente è necessario che a dare il proprio sostegno sia un opinion leader, cioè un individuo che, per il suo prestigio, è in grado di esercita­re una certa influenza. Chiara Moroni ha osservato che “la capillare diffusione dei mass media non deve portare, come spesso ha fatto, ad una sottovalutazione dei contatti interpersonali”. Infatti “il numero di persone che quotidianamente legge un giornale o assiste ad un incontro elettorale, o presta attenzione ad una trasmissione di approfondimento politico, è in numero assai minore rispetto a quello che, anche occasionalmente, partecipa ad una discussione sulle elezioni o sul mondo della politica”. Comunque “determinante è l’esistenza di un sentimento di fiducia da parte del soggetto influenzabile nei confronti del soggetto influenzante” (17).

Nella sua autobiografia Bill Clinton ha raccontato:

“L’uomo da incontrare era Bo Reece, un sostenitore di lunga data […] Nei giorni in cui non esisteva ancora la pubblicità televisiva, in quasi tutte le cittadine dell’Arkansas viveva un Bo Reece. Qualche settimana prima delle elezioni la gente gli domandava: ‘Per chi voti, Bo?’. E la sua scelta, una volta resa nota a tutti, avrebbe influenzato almeno due terzi dell’elettorato, a volte anche di più” (18).

L’esigenza, in certi contesti, di un rapporto stretto tra l’“influenzato” e l’“influente” è rafforzata da varie esperienze vissute da Bill Clinton.

“Trascorsi un’altra settimana nel Connecticut, lavorando per Joe Duffey nelle elezioni primarie democratiche per il Senato […] Del suo comitato finanziario facevano parte la fotografa Margaret Bourke-White, l’artista Alexander Calder, la vignettista del “New Yorker” Dana Fradon e una schiera straordinaria di scrittori e storici fra cui Francine du Plessix Gray, John Hersey, Arthur Miller, Vance Packard, William Shirer, William Styron, Barbara Tuchman e Thornton Wilder. I loro nomi facevano colpo sui volantini e sui documenti della campagna, ma difficilmente avrebbero impressionato l’elettorato dei colletti blu delle minoranze etniche”

“L’episodio più divertente della campagna accadde nella contea del Mississippi, nell’estremo Nordest dell’Arkansas […] ‘Amico, quassù ti faremo la festa, lo sai, vero?’. Risposi che dopo un giorno di campagna elettorale da quelle parti avevo la stessa impressione, ma mi spiaceva averne una conferma diretta. ‘Bé, sarà così’ continuò. ‘Tu sei un professore universitario hippy con i capelli lunghi. Per quello che ne sappiamo, sei un comunista. Ma ti dirò una cosa. Uno che continua a fare campagna elettorale in una birreria di Joiner a mezzanotte di un sabato sera merita una ricompensa […] Qui vincerai. Anche se sarà l’unico dannato posto in cui vincerai in tutta la contea’. Quel tale si chiamava R. L. Cox ed era un uomo di parola. La notte delle elezioni fui annientato in tutti gli altri seggi elettorali controllati dai grossi agricoltori, ma a Joiner ottenni 76 voti e i miei due avversari 49”

“Una leader dei neri che apprezzavo particolarmente, Emily Bowens, era sindaco della piccola comunità di Mitchellville, nell’Arkansas sudorientale […] Nel ballottaggio delle primarie conquistai Mitchellville con 196 preferenze contro le 8 di Purcell. Quando la chiamai per ringraziarla di avermi fatto ottenere il 96% dei voti, mi chiese scusa per gli otto voti persi. ‘Governatore, troverò quelle otto persone e le raddrizzerò entro novembre’, mi promise. Il 2 novembre vinsi a Mitchellville 256 a 0. Emily aveva trovato gli otto voti promessi, più altri cinquantadue” (19).

Note

(1) “L’argomento d’autorità”, pubblicato il 9 novembre 2018.

(2) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 331.

(3) Barack Obama, La promessa americana. Discorsi per la presidenza, Donzelli, 2008, pp. 83-84 e 89.

(4) Barack Obama, op. cit., pp. 147 e 183.

(5) Barack Obama, L’audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo, Rizzoli, 2007, pp. 362.

(6) Barack Obama, La promessa americana. Discorsi per la presidenza, Donzelli, 2008, pp. 11 e 79.

(7) Riportato in Luciano Clerico, Barack Obama. Come e perché l’America ha scelto un nero alla Casa Bianca, Edizioni Dedalo, 2008, p. 262.

(8) Barack Obama, op. cit., pp. 6, 89, 121 e 182.

(9) Bill Clinton, My Life, Mondadori, 2004, pp. 600-601.

(10) Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Bompiani, 1991, p. 87.

(11) Angelo Marchese, Dizionario di retorica e di stilistica, Mondadori, 1978, p. 213.

(12) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., pp. 158 e 191.

(13) Barack Obama, op. cit., pp. 140-141.

(14) Barack Obama, op. cit., p. 124.

(15) Alessandra Farkas, “L’ultimo spot con Bin Laden / La Clinton punta sulla paura”, in Corriere della Sera, 23 aprile 2008, p. 15.

(16) Joe Mc Ginnis, Come si vende un presidente, Mondadori, 1970, pp. 179-180.

(17) Chiara Moroni, “Informarsi in politica: un processo di semplificazione”, in Paolo Mancini (a cura di), La decisione di voto tra comunicazione di massa e influenza personale, Laterza, 2001, pp. 55 e 56-57.

(18) Bill Clinton, op. cit., p. 134.

(19) Bill Clinton, op. cit., pp. 184-185, 255-256 e 324.