pubblicato il 9 Novembre 2018 - scritto da Giorgio Matza

L’argomento d’autorità

In un articolo dedicato all’argumentum ad judicium (1), si è detto che costituisce una variante dell’argomento d’autorità, il quale, come hanno rilevato Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “si serve degli atti o dei giudizi di una persona o di un gruppo di persone come mezzo di prova in favore di una tesi”. Proclamiamo dunque le “nostre credenze, facendole sostenere dall’autorità di persone autorevoli, dal consenso di tutti o della maggioranza” (2).

Il ricorso a esso è molto frequente nei messaggi persuasivi per il suo considerevole effetto psicologico. Nella campagna elettorale del 1996, come sempre in Italia in occasione di elezioni politiche, una rilevante attenzione suscitò il voto cattolico. Perciò i candidati si richiamarono a giudizi espressi dal massimo rappresentante della cristianità, ossia invocarono un’autorità specifica, perché si rivolgevano all’uditorio particolare (per quanto esteso) dei credenti. I due principali concorrenti alla presidenza del Consiglio cercarono di raggiungerlo in modo peculiare per mezzo del settimanale Famiglia Cristiana, che pubblicò le loro interviste nel numero del 24 aprile.

Silvio Berlusconi: “Giovanni Paolo II, il 30 marzo scorso a Siena, ha raccomandato di trovare ‘un punto di equilibrio tra le esigenze della libertà economica che non può essere ingiustamente penalizzata’ e quella ‘cultura delle regole che da una parte garantisce i benefici della reale competizione e dall’altra si pone a tutela dei diritti del lavoro e, primo tra essi, del diritto al lavoro per tutti’. Mi riconosco in queste parole. Ma il lavoro, per essere offerto, va prima creato e si crea con le imprese e con un mercato che funziona”.

Romano Prodi: “Se si prende tra mano il discorso del Papa sulla televisione, come si fa a non vedere una critica rivolta soprattutto a come la televisione di Berlusconi ha allontanato l’Italia dal costume cristiano?” e “Già Papa Giovanni aveva detto che si può e si deve collaborare con gli ‘uomini di buona volontà’ e che le ideologie vanno distinte dai movimenti storici. I movimenti e i partiti possono cambiare. Io dico che il PDS ha compiuto una evoluzione vera: ha accettato la democrazia occidentale, l’economia di mercato, il pieno rispetto della libertà di coscienza. E ha pagato un prezzo molto caro, ha perduto due quinti del suo elettorato tradizionale”.

Bettino Craxi si riferiva spesso a una personalità prestigiosa, pure in assenza di una totale affinità politica. In un intervento al 42° Congresso socialista di Palermo, nel 1981, per criticare la lentezza dei lavori parlamentari, affermava: “Già quindici anni fa in un convegno sul tema ‘La Sinistra di fronte alla crisi del Parlamento’, Ugo La Malfa denunciava l’esistenza di ‘metodi vecchissimi’ e osservava come il Parlamento sembrava ‘usare la carrozza a cavalli quando dobbiamo andare in aereo a 800 km l’ora’. La velocità degli aerei è nel frattempo aumentata ma il parlamento è sempre sulla sua carrozza a cavalli”.

Partecipando al Comitato Centrale socialista, il 30 ottobre 1982, così sosteneva la necessità di risolvere il problema dei franchi tiratori: “Abbiamo affrontato e affrontiamo nodi spinosi con propositi chiari. Quello che, un po’ imprudentemente e con notevole esagerazione, proprio un esponente democristiano aveva paragonato a ‘un colpo di stato’ continua a essere visto da noi esattamente nei termini descritti dal fondatore della Democrazia Cristiana Don Luigi Sturzo che giudicava il voto segreto in Parlamento ‘il rifugio dei deboli, dei senza carattere, degli indisciplinati interiori che al di fuori fanno i conformisti senza dignità’, ed aggiungeva: ‘L’Italia è ancora l’unico tra i paesi del mondo ad avere questo cancro nel suo Parlamento’”.

Tuttavia “tale strategia argomentativa e persuasiva – ha osservato Paola Desideri – non viene utilizzata solo per suffragare critiche rivolte alla gestione della res publica, ma anche per indirizzare i socialisti verso un determinato comportamento operativo” (3).

Perciò Craxi riporta quanto asserito da illustri esponenti del suo partito:

“Fino ad allora [chiarimento con i comunisti] non può perdere di attualità l’antico monito di Giacomo Matteotti: ‘I socialisti con i socialisti, i comunisti con i comunisti’”

“Vibrano di un’attualità, ch’esse hanno conservato in gran parte, le riflessioni che Carlo Rosselli in esilio andava facendo prima di cadere sotto i pugnali della canaglia fascista. Dalle riflessioni sulla sconfitta della democrazia e del socialismo e sul domani del movimento socialista egli traeva la convinzione che ‘un socialista non si liquida né con la critica dei vecchi programmi, né col ricordo della sconfitta, né con il richiamo alle responsabilità del passato’”;

“Noi siamo per un sindacato forte, autonomo, unitario e pluralista. E a esso ci rivolgiamo parlando da socialisti. Walter Tobagi in un suo libro che le stampe licenziavano nei giorni stessi in cui cadeva vittima della barbarie terroristica scriveva: ‘Dieci anni dopo i miti si stemperano nella riscoperta di una verità antica come la storia dell’uomo: non sono le parole tonanti, ma i comportamenti di ogni giorno che modificano le situazioni, danno senso all’impegno sociale: il gradualismo, il riformismo, che sono l’unica strada percorribile per chi vuole elevare le condizioni dei lavoratori. Ecco la lezione che ‘le dure repliche della storia’ ripetono ancora una volta’”

“Di fronte alla crisi, alle minacce di conflitto, quando le tensioni sembravano spingere i protagonisti con le spalle al muro, Nenni ripeteva la sua parola d’ordine ‘negoziare, negoziare sempre’”

“Ricordo bene Pietro Nenni un compagno che aveva fatto molte esperienze nella sua lunga vita di militante e molte esperienze anche coi comunisti, che più di una volta ha detto a me come ad altri compagni una sua conclusione; lo dico con le sue parole: ‘il fiume risponde sempre alla sorgente’. Pertanto bisogna andare sino alla fonte, bisogna che vi sia una revisione profonda, coraggiosa, radicale”.

Nell’ultimo passo si coglie un’interessante peculiarità: il rapporto personale fra chi cita e chi viene citato. Similmente tale relazione diretta (con un vecchio democristiano, che ancora godeva di considerevole stima presso i cattolici) si nota nel seguente brano tratto da un’intervista rilasciata da Romano Prodi, nel corso della campagna elettorale del 1996: “Nei giorni scorsi ho incontrato [Paolo Emilio] Taviani, in treno. Ha 84 anni, era solo, andava in giro con entusiasmo per la campagna elettorale. Mi ha detto: ‘Sono tornato in trincea, per l’Ulivo, perché ho paura dell’autoritarismo. Sì, c’è un pericolo di fascismo, ma soprattutto di autoritarismo alla Crispi’” (Famiglia Cristiana, 24 aprile 1996, p. 25).

In certi casi Bettino Craxi decide di “citare figure deitticamente connesse al contesto situazionale in cui si colloca il suo discorso pubblico. In genere sono figli illustri della terra-palcoscenico dell’allocuzione” (4).

Per esempio, intervenendo a Washington, il 6 marzo 1985, al Congresso degli Stati Uniti affermò: “Un grande presidente americano, Franklin Delano Roosevelt, ci insegnò in un suo memorabile discorso che non può esistere libertà individuale dove non ci sia indipendenza economica. Diceva Roosevelt: ‘Gli uomini bisognosi non sono uomini liberi’”.

Un uso assolutamente polemico dell’argomento d’autorità fece il leader socialista nella relazione al Comitato Centrale del suo partito, nel gennaio del 1980: “Già nel 1919 Lenin, in una lettera diretta all’emiro dell’Afganistan, salutava questo Paese come ‘una nazione fiorente, il solo Stato musulmano indipendente del mondo. Il destino’, scrive Lenin, ‘incarica il popolo afgano del grande compito storico di unire attorno a sé i popoli musulmani schiavi e di indicare loro la strada della libertà e della indipendenza’. I popoli musulmani non sono più schiavi, ma l’Afganistan ha perso la sua indipendenza ad opera degli eredi di Lenin”.

È possibile avvalersi, quale mezzo di prova, pure delle reazioni di un organo collettivo imparziale come la Borsa. In occasione delle elezioni del 21 aprile 1996, per mettere in cattiva luce gli avversari e per accreditare il proprio schieramento, a essa si appellò Romano Prodi, in qualche modo personificandola:

“Non vedete che ogni volta che i sondaggi ci danno in vantaggio la lira sale? Sapete perché? Perché i mercati si fidano di noi, hanno già sperimentato i danni di Berlusconi al governo” (La Repubblica, 23 marzo 1996, p. 6)

“I mercati credono in noi” (Corriere della Sera, 13 aprile 1996, p. 3)

“I mercati internazionali sono terrorizzati dal pericolo che il Polo possa vincere” (Famiglia Cristiana, 24 aprile 1996, p. 26) (5).

Possiamo considerare lo scarico di responsabilità, come lo definisce Michele Loporcaro, un obiettivo del tipo di ragionamento del quale stiamo trattando (6).

Nella polemica politica, un esempio si trova in una dichiarazione molto dura nei confronti di Daniele Capezzone, fatta da Marco Pannella, che si richiamò a un illustre giuslavorista: “È il leader liberale e radicale più assenteista dei deputati”, uno che “Ichino definirebbe un fannullone o un truffatore” (Corriere della Sera, 2 luglio 2007, p. 11).

Bill Clinton vi ricorse nella sua prima campagna elettorale, per procuratore generale dell’Arkansas, a causa della necessità di risolvere un problema piuttosto serio. Ecco il racconto tratto dalla sua autobiografia: “Durante i miei viaggi all’interno dello Stato dovetti lottare contro l’ascesa di una nuova forza politica, la Moral Majority, fondata dal reverendo Jerry Falwell […] In qualsiasi parte dello Stato potevo ritrovarmi a stringere la mano di qualcuno che mi domandava se ero cristiano. Quando dicevo di sì, voleva sapere se ero un ‘cristiano rinato’ e se rispondevo ancora affermativamente seguivano molte altre domande, secondo le istruzioni impartite dall’organizzazione di Falwell […] Non sapevo proprio cosa fare. Non intendevo dare risposte false a domande sulla religione, ma nemmeno continuare a perdere voti. Telefonai al senatore Bumpers, un buon metodista liberal, per chiedergli consiglio. ‘Oh, anche a me succede la stessa cosa continuamente’ rispose ‘ma non li lascio mai andare oltre la prima domanda. Quando vogliono sapere se sono cristiano, rispondo: Spero di esserlo e ho sempre cercato di esserlo. Ma su questo soltanto Dio può giudicare. Ciò di solito li fa ammutolire’. Quando Bumpers finì di parlare scoppiai a ridere e gli dissi che ora sapevo perché lui era senatore e io solo un candidato a procuratore generale. E per il resto della campagna usai quella risposta” (7).

Un procedimento affine impiegò il presidente Abraham Lincoln, nel 1863, in una solenne cerimonia in onore di quanti erano deceduti nel combattimento di Gettysburg, in Pennsylvania:

“Ottantasette anni fa, i nostri padri fondarono una nuova nazione su questo continente, una nazione nata libera e santificata dalla convinzione che tutti gli uomini nascono uguali. Oggi ci troviamo partecipi di una terribile guerra civile, che deciderà se il nostro popolo, e con esso gli altri popoli permeati dei medesimi ideali, potranno sopravvivere. Siamo qui per destinare questo campo di battaglia all’estremo riposo di coloro che hanno dato la propria vita per la vita della nazione. È bene che ciò si faccia, ma non possiamo con ciò rendere più sacra questa terra. I valorosi, vivi e morti, che si sono battuti qui, l’hanno consacrata meglio di tutti noi ora presenti. Il mondo non sarà molto attento a ciò che oggi diciamo, e non se ne ricorderà per molto. Ma non dimenticherà mai ciò che essi hanno fatto qui. E noi, i vivi, faremo meglio a prendere qui l’impegno solenne di compiere la missione per la quale essi si sono battuti. Dobbiamo dedicarci alla grande opera che ci attende, traendo da questi morti che onoriamo una devozione anche maggiore alla causa per la quale essi hanno dato il massimo che un uomo possa dare. Promettiamo dunque, solennemente, che i morti non saranno morti invano e che, con l’aiuto di Dio, questa nazione vedrà il rifiorire della libertà, che il governo del popolo, con il popolo e per il popolo, non sarà cancellato dalla faccia della terra” (8).

Come hanno rilevato Anthony R. Pratkanis e Elliot Aronson, “la sua autorità di presidente era contestata da una parte consistente del suo pubblico: ovviamente dai sudisti ribelli, ma anche da molti nordisti che si opponevano alla sua politica bellica ed erano convinti che la schiavitù dovesse essere contenuta ma non necessariamente eliminata e persino da alcuni abolizionisti che diffidavano di lui per la lentezza del cambiamento. Cosa poteva fare l’onesto Abe? La sua tattica fu la stessa che oggi viene frequentemente usata dai pubblicitari (altre persone di cui non ci si fida troppo): fa’ in modo che la fonte del messaggio sia qualcun altro”. Infatti “se Lincoln avesse dato a intendere che chiedeva alla nazione di unirsi in nome suo, si sarebbe attirato lo scherno di tutti coloro che avversavano la sua politica e lo giudicavano indegno di fede. Ma chi può discutere con i fondatori della nazione e con coloro che sono morti in battaglia per difenderne la visione?” (9).

Se si vuole avere una conferma dell’attualità dell’antica retorica, un accenno, fatto dai due studiosi americani, permette di rammentare che dall’argomento, di cui abbiamo trattato, deriva uno schema generale, molto utilizzato in pubblicità: il format a testimonial. Per mezzo di esso – citiamo Giampaolo Fabris – “si fa ricorso a particolari personaggi che, proprio perché particolarmente autorevoli, o specificatamente competenti, attribuiscono una maggiore veridicità alla comunicazione e la colorano emotivamente”. L’autore quindi distingue fra testimoni, “quando viene loro attribuita una specifica competenza sull’oggetto della comunicazione” e influenti, “quando ottengono presso la audience un generico goodwill o una autorevolezza basata sul carisma di chi partecipa dello star system” (10). Rientrano nelle due categorie, per limitarci a due casi recenti, i barbieri per il sapone da barba Proraso e il famoso cantante Andrea Bocelli per il caffè Illy.

Seguirà un nuovo articolo su questo tema.

NOTE

(1) L’argumentum ad judicium, pubblicato il 22 giugno 2018.

(2) CHAΪM PERELMAN, LUCIE OLBRECHTS-TYTECA, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 331.

(3) PAOLA DESIDERI, Il potere della parola. Il linguaggio politico di Bettino Craxi, Marsilio, 1987, p. 112. Tutti gli estratti dalla elocuzione craxiana sono ricavati dal capitolo “Plurivocità della parola: la citazione diretta”.

(4) PAOLA DESIDERI, op. cit., pp. 118-119.

(5) La personificazione è la figura retorica che consiste nel fare di un esse­re inanimato o astratto una persona  reale, dotata di vita.

(6) MICHELE LOPORCARO, Cattive notizie. La retorica senza lumi dei mass media italiani, Feltrinelli, 2005, p. 105.

(7) BILL CLINTON, My Life, Mondadori, 2004, pp. 254-255.

(8) Riportato in FERDINANDO SALLUSTIO, Belle parole. I grandi discorsi della storia dalla Bibbia a Paperino, Bompiani, 2004, p. 135.

(9) ANTHONY R. PRATKANIS, ELLIOT ARONSON, L’età della propaganda. Usi e abusi quotidiani della persuasione, Il Mulino, Nuova edizione 2003, pp. 84-85.

(10) GIAMPAOLO FABRIS, La pubblicità. Teorie e prassi, Franco Angeli, 1992, p. 168.