pubblicato il 19 Luglio 2019 - scritto da Giorgio Matza

Campagna elettorale 1996: l’argomento del paragone

Una forma basilare di argomentazione consiste nel “ricorrere a paragoni, nei quali diversi oggetti siano posti a confronto per essere valutati l’uno in rapporto all’altro” (1 e 2). L’esempio delle elezioni del 1996.

Ciò avviene spesso nella polemica politica, soprattutto durante le campagne elettorali. Così è stato, in Italia, in quella particolarmente infervorata per le elezioni del 21 aprile 1996. La candidatura di Romano Prodi alla Presidenza del Consiglio faceva ben sperare in un’affermazione dell’Ulivo. Tuttavia Silvio Berlusconi tentava la rivincita del centro-destra. Nella precedente competizione (27 marzo 1994) il raggruppamento da lui capeggiato (Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord e CCD) aveva avuto la meglio, ma il suo governo non era andato oltre un periodo di poco più di otto mesi, una volta venuto meno il sostegno del movimento di Umberto Bossi.

Specialmente all’interno di un quadro polarizzato, si rende necessario evidenziare le divergenze, ovviamente per mettere in cattiva luce gli avversari e per accreditare la propria coalizione. Pure nel nostro Paese, nel 1996, era emersa una situazione che Monica Charlot ha definito “saturata”, ossia caratterizzata dalla tendenza al bipolarismo, dissimile sia dalla “aperta”, sia dalla “chiusa”, contraddistinte rispettivamente dall’esistenza di pari opportunità per tutti i partiti e dalla posizione dominante di uno di essi (3).

Come sempre nell’imminenza del voto, un fattore di differenziazione fra i competitori fu costituito dai loro progetti.

Rosi Bindi notò: “È impensabile che un’assemblea di commercianti fischi il leader di uno schieramento [il centro-sinistra] il cui programma è imperniato sulla piccola e media impresa e sulla democrazia economica e appoggino invece il rappresentante di un polo che somma in modo contraddittorio i grandi monopoli pubblici e privati” (La Repubblica, 5 marzo 1996, p. 6).

I seguenti passi sono ricavati da interviste rilasciate da Berlusconi:

“Bisogna indicare come riformarla [la scuola], come collegarla con il mondo del lavoro, come soprattutto assicurare la libertà di scelta delle famiglie. Di questo, nel programma dell’Ulivo, compaiono solo tracce. Nel programma del Polo, invece, tutto questo è specificato con estrema precisione” (Famiglia Cristiana, 24 aprile 1996, p. 27)

“Ci sono due alternative per il Paese: quella della sinistra e quella liberale. L’alternativa della sinistra è quella di chi ritiene che ogni problema debba risolversi con una maggiore presenza dello Stato. Quindi con una maggiore spesa pubblica e con un conseguente aumento della pressione fiscale. Dall’altra parte c’è la nostra proposta. Occorre un dimagrimento dello Stato, con una contrazione della spesa pubblica e una riduzione della pressione fiscale. A questo deve essere affiancata una forte politica per il rilancio dell’economia. Queste sono le due strategie che gli italiani oggi si trovano di fronte e tra le quali devono scegliere. La nostra è garantita dalla nostra esperienza, dalle capacità degli uomini che la propongono e darà al Paese un futuro di libertà, giustizia e benessere” (Gente, 18 aprile 1996, p. 11).

E ancora, in relazione a “esperienza” e “capacità”, dichiarò:

“Credo che saranno in grado, e non ne sono sicuro, di gestire, secondo la loro formula, la recessione, la decadenza di un paese in cui non credono. Noi ci proponiamo per promuovere, sostenere e favorire lo sviluppo, la creazione di nuovi posti di lavoro, la crescita di imprese esistenti e soprattutto la nascita di nuove imprese” (Corriere della Sera, 25 marzo 1996, p. 2)

“Nella coalizione dell’Ulivo ci sono tutti coloro che rappresentano il passato. Quel passato che dal 1980 al 1993 ha moltiplicato per nove volte il debito dello Stato […] Quindi non si può pensare di lasciare il timone della nave dello Stato nelle mani degli stessi piloti che l’hanno portata sugli scogli. Noi invece siamo una forza nuova. Non abbiamo responsabilità per quanto riguarda il passato. Abbiamo ottenuto successi e acquisito esperienza lavorando nell’area delle aziende private” (Gente, 18 aprile 1996, p. 7).

Naturalmente un quadro discordante emergeva dalle parole di Massimo D’Alema: “Abbiamo dimostrato di avere capacità di gestire la Cosa pubblica. Nessuno può contestare che le Regioni, le città, gli enti da noi amministrati funzionano meglio rispetto a quelli diretti da altre forze politiche” (Gente, 4 aprile 1996, p. 8).

A proposito, più in generale, del “diverso modo di concepire lo Stato”, Berlusconi chiarì: “Noi siamo liberali, mettiamo l’individuo e la società prima dello Stato. Loro, invece, nel nome della ragion di Stato, giustificano anche le restrizioni della libertà personale” (Corriere della Sera, 19 aprile 1996, p. 5).

Tale estratto rende particolarmente evidente come il confronto sia funzionale alla costruzione dell’identità di due soggetti collettivi contrapposti, indicati semplicemente con i pronomi “noi” e “loro”.

Tuttavia, benché non si utilizzi quest’ultimo termine, il paragone mantiene il suo valore. Nel suo intervento al 3° Congresso Nazionale dei Democratici di Sinistra, il 4 febbraio 2005, Romano Prodi, riferendosi alla solidarietà come a una prerogativa del centro-sinistra, affermò: “Altri possono essere indifferenti a cosa succede ai più deboli, a coloro che hanno bisogno. Noi no. Noi siamo quelli che, se qualcuno si perde, lo aiutiamo a ritrovare la strada. Noi siamo quelli che, se qualcuno cade a terra, gli tendiamo la mano per aiutarlo a rialzarsi” (in sito web).

Ciò che si dice del proprio raggruppamento acquista una peculiare intensità espressiva grazie a un “linguaggio per immagini”, prodotto dalla metonimia, consistente nella sostituzione di un vocabolo o una frase con una diversa sulla base di un rapporto di contiguità fra i loro significati. Più precisamente abbiamo il concreto (per esempio, “tendere la mano per aiutare a rialzarsi”) al posto dell’astratto (“solidarietà”). Possiamo classificare un simile procedimento tra le figure della presenza per il suo effetto “di rendere attuale alla coscienza l’oggetto del discorso” (4).

Nella competizione del 1996 Prodi ricorse al medesimo stile icastico con una metafora biblica: “Nella lunga traversata del deserto che ci sta davanti non abbandoneremo ai margini della pista né un solo vecchio né un solo malato”.

Oltreché tenendo conto del progetto, per tornare specificatamente al tema dell’articolo, è possibile distinguere gli schieramenti per la certezza sulla persona che svolge un ruolo egemonico al loro interno, come risulta dalle seguenti asserzioni (la prima è di Massimo D’Alema e la seconda di Walter Veltroni):

“La testa dell’Ulivo è il suo leader, Romano Prodi e il programma che noi abbiamo presentato. Del Polo, invece, non si conosce né il programma né la testa” (Corriere della Sera, 20 febbraio 1996, p. 4).

“Per noi sarà Prodi a decidere anche sui patti di desistenza. Non abbiamo un problema di numero uno. Se mai è nel Polo che esiste uno spaventoso vuoto di leadership e di programma” (Corriere della Sera, 21 febbraio 1996, p. 3).

Totalmente divergente era l’opinione del capo del centro-destra, che così si rivolse a un intervistatore: “Pensi solo al caso clamoroso di Romano Prodi, appena ieri riposto in un cassetto mentre si discuteva delle questioni serie (le riforme costituzionali) e poi improvvisamente ritirato fuori come leader e candidato a Palazzo Chigi. Non aveva peraltro ancora fatto in tempo a tirare il fiato che è arrivata la candidatura di Dini che, contro ogni aspettativa, ha fatto irruzione nel cuore dell’Ulivo. E poi arriva Maccanico. E quali altre sorprese dobbiamo aspettarci da qui al 21 aprile? Nel Polo la situazione è completamente diversa. La leadership nella nostra coalizione non è in discussione. E la candidatura alla guida del governo spetta al leader della coalizione, come è normale che sia” (Panorama, 7 marzo 1996, p. 19).

Relativamente alla coesione fra le varie forze politiche alleate, Walter Veltroni constatò: “Allora [per le elezioni del 27 marzo ‘94] sì che fu compiuta una lampante, quanto efficace, operazione di furbizia. Diciamo meglio: un trucco. Il Cavaliere dispose le sue schiere di Forza Italia alleandosi al Nord con i leghisti di Bossi e al Sud con i postfascisti di Fini. Poco male se i due si lanciarono insulti e minacce per tutta la campagna elettorale. E se spergiurarono che mai avrebbero governato insieme. Si sedettero poi assieme al governo. E finì presto come doveva finire, complici il fiasco di Berlusconi e di tutto il Polo alla guida del Paese. Nulla di simile accade oggi per l’alleanza di centrosinistra che si presenta, per la prima volta, davanti all’elettorato con un programma di coalizione nella storia italiana e una forte squadra di governo” (Corriere della Sera, 23 febbraio 1996, pp. 1 e 3).

Silvio Berlusconi così replicò a un intervistatore, che ricordava il contrasto fra il suo appello al voto cattolico e l’accordo con il radicale Marco Pannella: “Ma lei guarda la pagliuzza nel mio occhio e non la trave di Rifondazione nell’occhio dell’Ulivo” (Corriere della Sera, 19 aprile 1996, p. 5).

Piuttosto pungente fu un giudizio di Walter Veltroni, a proposito della differente considerazione di cui godevano i sostenitori dei due raggruppamenti (più precisamente tre illustri economisti e un attore comico): “Faremo un governo con i fiocchi, al nostro fianco abbiamo i Ciampi, gli Andreatta, gli Spaventa … Se invece vince la Destra ci mettono Lando Buzzanca. Loro non hanno granché di meglio” (Corriere della Sera, 18 febbraio 1996, p. 3).

Pure i differenti effetti della vittoria possono essere messi a confronto, come fece il leader del centro-destra: “Il 21 aprile sarà un referendum: o di qua o di là, o un futuro di libertà e di benessere con il Polo o un destino di dirigismo, statalismo e giustizialismo nelle mani della sinistra” (La Repubblica, 14 aprile 1996, p. 2).

E così comparò, riguardo ai risultati, il suo governo con quello successivo, presieduto da Lamberto Dini: “Le famiglie, alla fine del 1994, non pagarono una lira in più. Alla fine del 1995, tra manovre, manovrine e manovrette, hanno pagato 800 mila lire in più di tasse” (Famiglia Cristiana, 24 aprile 1996, p. 27).

Tale esempio dimostra che qualche volta il paragone è fra due situazioni: un “prima” e un “dopo”. Allo stesso modo, Romano Prodi parlò del notevole cambiamento, registratosi nel prestigio dell’Europa, in seguito alla sua presidenza: “Il presidente Bush arriva a Bruxelles dove è ricevuto dalle grandi istituzioni europee: il Parlamento e la Commissione. È il primo presidente americano a compiere questo passo. Cinque anni fa, quando sono stato nominato presidente della Commissione Europea, una visita di questo genere sarebbe stata impensabile. Si continuava a ripetere la celebre battuta di Henry Kissinger su un’Europa della quale non si conosceva neppure il numero di telefono […] Se oggi il primo grande atto internazionale del presidente Bush dopo la sua rielezione è una visita a Bruxelles è perché l’Unione Europea si è affermata come nuovo protagonista della politica mondiale. Non c’è altro soggetto politico che, nell’ultimo mezzo secolo e, in particolare, negli ultimi dieci anni, abbia avuto tanto successo nell’esportare la democrazia” (5).

(prima parte)

 

Note

(1) “L’antitesi come strategia di screditamento degli avversari”, pubblicato il 22 febbraio 2019.

(2) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 262.

(3) La classificazione di Monica Charlot è ricordata in Guido Ferraro, Strategie comunicative e codici di massa, Loescher, 1981, pp. 91-92.

(4) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 189.

(5) Romano Prodi, “Cosa chiede l’Europa al presidente Bush”, in la Repubblica, 20 febbraio 2005, p.1.