L’argomento pragmatico nella comunicazione politica

Quando i politici danno in pasto al pubblico il proprio curriculum

L’argomento pragmatico, per riprendere la definizione di Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, è “quello che permette di valutare un atto o un evento in funzione delle sue conseguenze favorevoli o sfavorevoli”. Esso “ha una funzione talmente essenziale nell’argomentazione, che certuni hanno voluto vedervi lo schema unico della logica dei giudizi di valore: per apprezzare un evento bisogna partire dai suoi effetti” (1).

Trova larga applicazione nel discorso politico. S’impiega negativamente di solito per screditare gli avversari. In occasione delle elezioni del 21 aprile 1996, Walter Veltroni anticipò i problemi che avrebbero potuto causare: “È una pia illusione l’idea che sganciando i poveri si va più veloci. A Washington la sera c’è il coprifuoco: i figli degli sganciati vanno a seminare violenza dove abitano gli sganciatori” (La Repubblica, 4 aprile 1996, p. 4).

Se ne fa invece un uso positivo per sottolineare le proprie competenze: per esempio, per presentarsi come dotati di conoscenze tecniche e di abilità manageriali e in grado quindi di ricoprire un ruolo ben preciso (di detentori di un “sapere” e di un “saper-fare”) alla guida del Paese. Nella medesima campagna elettorale occorrenze di tale strategia del consenso, imperniata sulla personalizzazione, s’individuano nell’elocuzione dei due candidati alla presidenza del Consiglio.

Romano Prodi, riferendosi alla sua attività di presidente dell’IRI, specificò: “Ho gestito un’organizzazione complessa: 550 mila dipendenti, sono passato da 3000 miliardi di passivo a 1800 di attivo, ho gestito la privatizzazione di 34 aziende, una ristrutturazione basata sull’accordo e senza un giorno di sciopero. Ho fatto il 70 per cento delle privatizzazioni. Ed è per questo che i mercati credono in noi” (Corriere della Sera, 13 aprile 1996, p. 3).

Silvio Berlusconi ricordò: “Mi sono messo nell’edilizia e ho avuto successo; mi sono messo nelle televisioni e ho avuto successo; ho fatto l’imprenditore e ho costruito il secondo gruppo industriale italiano” (Gente, 18 aprile 1996, p. 7) e “I cittadini che mi danno fiducia col voto […] ritengono che […] per essere io riuscito, partendo da zero, a costruire il secondo gruppo privato italiano, a creare nuove aziende e migliaia di nuovi posti di lavoro, a dare a tutti gli italiani un servizio in più costringendo anche la Rai a migliorarsi, sia garanzia di una capacità concreta di governo” (Famiglia Cristiana, 24 aprile 1996, p. 27).

Nell’affermazione contenuta nel primo estratto si raggiunge un’elevata intensità espressiva grazie ad alcune figure retoriche: innanzi tutto l’isocòlo (o parisòsi), che si fonda sulla perfetta simmetria fra due o più membri di un costrutto o di una proposizione o di un periodo per numero di termini e per struttura grammaticale. Ne deriva il ritmo, ovvero una cadenza uniforme dovuta alla ricorrenza regolare di elementi omogenei, che era considerato dagli antichi come un fattore musicale nella trasmissione del messaggio, in quanto la rende armoniosa. Inoltre attira l’attenzione su di esso e ne facilita la memorizzazione e dunque caratterizza i proverbi, le frasi fatte e gli slogan commerciali (Cfr. “L’ isocòlo nel testo pubblicitario e nel discorso politico”, pubblicato il 1° giugno 2017).

Poi c’è la simploche, costituita dalla combinazione di anafora (ripetizione di una o più parole all’inizio di due o più frasi successive: “mi sono messo”) ed epifora (ripetizione di una o più parole alla fine di due o più frasi successive: “e ho avuto successo”). Un simile procedimento stilistico, come tutti quelli contraddistinti dall’iterazione, svolge la funzione di figura della presenza, avendo “per effetto di rendere attuale alla coscienza l’oggetto del discorso” (2). Così si rafforza l’idea che si vuole esporre.

Nel passaggio dal “successo” nell’edilizia e nelle televisioni alla formazione del “secondo gruppo industriale italiano” si registra una gradazione ascendente: è la peculiarità del climax, che consiste nella successione di termini o gruppi di termini in forma di progressione a scala per suggerire un esito progressivamente più intenso, di amplificazione, andando dal vocabolo più debole al più forte (3).

Infine osserviamo l’utilizzazione, sebbene implicita, all’argomento del precedente, che venne colto dagli intervistatori, i quali completarono il ragionamento: “Questa è la garanzia che offre agli italiani: ha fatto diventare oro tutto quello che ha toccato. Ora vuole fare diventare ‘oro’ anche l’Italia”.

È pure possibile richiamarsi a una competenza non individuale, ma dell’intera compagine. Lo attestano, sia Silvio Berlusconi, sia Massimo D’Alema:

“Grazie alla ‘legge Tremonti’, varata dal mio governo, si è creato nel 1994 un saldo attivo di 27 mila aziende tra quelle che hanno chiuso e quelle che sono nate e nel 1995 sono nate 50 mila aziende in più rispetto a quante hanno chiuso. Allora se vogliamo essere ottimisti pensiamo ai prossimi cinque anni con 50 mila nuove aziende in più all’anno. Sono 250 mila nuove attività. Se ipotizziamo cinque lavoratori assunti di media per ogni nuova azienda, arriviamo a un milione e 250 mila posti di lavoro in più” (Gente, 18 aprile 1996, p. 7).

“Abbiamo dimostrato di avere capacità di gestire la Cosa pubblica. Nessuno può contestare che le Regioni, le città, gli enti da noi amministrati funzionano meglio rispetto a quelli diretti da altre forze politiche” e “Sono convinto che la Sanità pubblica non sempre funziona male. Ci sono regioni dove funziona bene. Dove governiamo noi, gli istituti sanitari hanno una buona gestione” (Gente, 4 aprile 1996, pp. 8 e 9).

Talvolta si rilevano contemporaneamente risultati utili per accreditare sé stessi e nocivi per mettere in cattiva luce gli avversari. Ciò avviene in due dichiarazioni, che si devono rispettivamente a Romano Prodi e a Silvio Berlusconi:

“Non vedete che ogni volta che i sondaggi ci danno in vantaggio la lira sale? Sapete perché? Perché i mercati si fidano di noi, hanno già sperimentato i danni di Berlusconi al governo” (La Repubblica, 23 marzo 1996, p. 6).

“Gli italiani dovrebbero mettere a confronto l’operato del mio governo e quello di Dini. Le famiglie, alla fine del 1994, non pagarono una lira in più. Alla fine del 1995, tra manovre, manovrine e manovrette, hanno pagato 800 mila lire in più di tasse” (Famiglia Cristiana, 24 aprile 1996, p. 27).

A conferma dell’efficacia della valutazione di un atto sulla base delle sue conseguenze, basti riportare alcuni estratti dall’elocuzione di grandi comunicatori, come gli ultimi due presidenti democratici americani. Nel discorso pronunciato alla Freedom House di Washington, il 6 ottobre 1995, Bill Clinton affermò la necessità di un’azione per il mantenimento della leadership degli Stati Uniti nel mondo e quindi in opposizione all’isolazionismo:

“Ogni dollaro che spendiamo in assistenza all’estero ci ritorna moltiplicato molte volte […] Sostenendo le riforme democratiche e la transizione al libero mercato nell’ex Unione Sovietica e nell’Europa centrale promuoviamo la stabilità e la prosperità in una regione che in futuro diventerà un grande mercato per gli Stati Uniti. Assistendo i paesi in via di sviluppo nella loro lotta contro il sovrappopolamento, l’AIDS, il traffico di droga, il degrado ambientale e tutta la vasta gamma di problemi che li affliggono, noi ci assicuriamo che i problemi con cui essi sono alle prese non divengano i nostri domani. Il denaro che stanziamo per lo sviluppo, per il peacekeeping, per l’assistenza umanitaria in caso di calamità aiuta a scongiurare crisi future i cui costi sarebbero di gran lunga più gravosi. Ed è la cosa giusta da fare. È la costa giusta” (in sito web).

E nella sua autobiografia leggiamo: “Da un nuovo sondaggio del “Los Angeles Times” risultava che il 79% degli americani era contrario ad aiutare il Messico e solo il 18% era favorevole. Replicai: ‘E così, fra un anno, quando avremo un milione di immigrati clandestini in più, saremo inondati di droga proveniente dal Messico e migliaia di persone sulle due rive del Rio Grande saranno senza lavoro, cosa risponderò a chi mi domanderà: Perché non ha fatto qualcosa? Che secondo un sondaggio l’80% degli americani era contrario? Questa è una cosa che dobbiamo fare’ […] Benché all’inizio fosse stata dura, il pacchetto di aiuti funzionò” (4).

La medesima lungimiranza rivelò Barack Obama:

“Se le istanze morali non sono sufficienti a farci intervenire quando un continente implode, esistono certamente ragioni strumentali per cui gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero preoccuparsi di Stati impotenti che non controllano il proprio territorio, non riescono a combattere le epidemie e sono paralizzati da guerre civili e atrocità. Fu in tale stato di anarchia che i talebani si impadronirono dell’Afghanistan. Fu in Sudan, sede oggi di un lento genocidio, che per parecchi anni Osama bin Laden organizzò i suoi campi. È nella miseria di qualche anonima baraccopoli che spunterà il prossimo virus micidiale. Naturalmente, sia in Africa sia altrove non possiamo pensare di poter affrontare da soli problemi così tremendi; per questo motivo bisognerebbe investire più tempo e più denaro nel tentativo di rafforzare il potere delle istituzioni internazionali, in modo che possano svolgere parte di questo lavoro al nostro posto”

“Penso che dovremmo destinare una parte maggiore dei dollari provenienti dalle tasse all’istruzione di ragazzi e ragazze poveri e fornire loro informazioni sulla contraccezione per evitare gravidanze indesiderate, avere un minor numero di aborti e contribuire a far sì che ogni bambino sia amato e protetto” (5)

“Investire nella salute, nell’assistenza sociale, nell’istruzione dei bambini neri, meticci e bianchi, servirà in definitiva alla prosperità di tutta l’America” (6).

Ulteriori riferimenti all’argomento pragmatico si trovano nella storia della sua vita scritta da Bill Clinton (nell’ultimo estratto alcuni miglioramenti, derivanti dalla sua politica, sono esposti attraverso la figura dei loro beneficiari):

“Quando [Bush] criticò l’economia dell’Arkansas replicai che l’Arkansas era sempre stato povero, ma nell’ultimo anno aveva occupato il primo posto per la creazione di nuovi posti di lavoro e il quarto per l’incremento percentuale dei posti di lavoro nel settore industriale, del reddito pro capite e per la diminuzione della povertà, vantando inoltre il secondo posto a livello nazionale per il più basso carico tributario statale e locale”

“Durante tutta la mia campagna avevo ripetuto quasi a ogni occasione: ‘Nessuno che abbia figli e lavori a tempo pieno dovrebbe vivere in povertà’. Nel 1993 molta gente viveva invece in quella situazione. Grazie al raddoppio del credito d’imposta per i redditi da lavoro, durante la mia presidenza in 4 milioni uscirono da una condizione di povertà per entrare nel ceto medio”

“Promossi infine tre leggi per l’ambiente: il Safe Drinking Water Act, un riveduto e corretto Clean Water Act e una nuova versione del Superfund Program. Quest’ultimo consisteva in una partnership fra settore pubblico e privato al fine di bonificare le zone inquinate che, dopo essere state abbandonate, erano divenute luoghi degradati e inutilizzabili, oltre che fattori di rischio per la salute. Era una questione molto importante sia per me che per Al Gore: alla fine del nostro mandato saremmo riusciti a bonificarne il triplo di quante ne avessero ripulite le amministrazioni Reagan e Bush messe assieme”

“Alla conclusione di un comizio a Longview, Texas, mentre stringevo mani, conobbi diverse persone, fra cui la madre single di due figli che aveva rinunciato ai sussidi per prestare servizio negli AmeriCorps e che, grazie a una borsa di studio, frequentava il Kilgore Junior College; un’altra donna che si era avvalsa della legge sui permessi parentali quando il marito si era ammalato di cancro e un veterano del Vietnam, soddisfatto dell’assistenza medica e dell’invalidità riconosciute ai bambini nati con la spina bifida a causa dell’Agent Orange cui erano stati esposti i loro padri durante la guerra. Aveva con sé la figlia dodicenne affetta da quella malformazione, che si era già sottoposta a più di dieci interventi chirurgici” (7).

Philip Gould, che è stato consigliere strategico del presidente americano appena citato e specialmente di Tony Blair, in un suo saggio (The Unfinished Revolution. How the Modernisers Saved the Labour Party) ha osservato che partiti e governi “sempre meno sono giudicati sulla base di antichi legami e abituali lealtà, ma dai risultati: problemi risolti, condizioni di vita migliorate” (8).

Tuttavia nella comunicazione politica non bisogna esagerare con l’esaltazione dei propri meriti, perché alla lunga diventa qualcosa di tedioso per il ricevente del messaggio, in particolare se non è un simpatizzante dell’emittente. Sembra esserne consapevole Matteo Renzi, il quale preferisce ricorrere agli argomenti di superamento. Essi, secondo Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “insistono sulla possibilità di andare sempre più lontano in un senso determinato, senza che si intraveda un limite in questa direzione e ciò con un continuo aumento di valore”. Inoltre “si può d’altronde servirsi del superamento per svalutare uno stato, una situazione, di cui ci si sarebbe potuti accontentare, ma a cui si pensa possa seguire uno stato ancor più favorevole” (9).

Ecco alcuni estratti dall’elocuzione dell’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Partito democratico:

“L’Italia non va ancora bene, ma dopo due anni e mezzo va un po’ meglio di prima. Noi non siamo contenti, perché noi vogliamo di più. Noi abbiamo fame di risultati positivi e di risultati significativi, ma l’Italia va meglio di come andava fino a due anni fa” (10).

“Da 22, siamo passati a 23 milioni di posti di lavoro. Un milione di posti di lavoro in più, in quattro anni, da quando siamo andati al Governo. Un risultato incredibile. Però questo milione di posti di lavoro in più […] non è sufficiente, perché solo il 53% è a tempo indeterminato, quindi una metà sono lavori precari. Bene, abbiamo aumentato la quantità dei posti di lavoro, evviva, adesso preoccupiamoci della qualità. Preoccupiamoci di mettere più soldi nelle buste paga. Lo abbiamo fatto con gli 80 euro, dobbiamo farlo con la nostra proposta per la campagna elettorale: il Salario Minimo Legale”

“Il Canone [RAI] non appartiene alla colonna ‘Progetti’, appartiene alla colonna dei risultati. Parliamoci chiaro: per anni tutti i governi hanno aumentato il costo del Canone e siamo arrivati fino a 113 euro. ‘Se iniziamo a pagare tutti, si paga meno’ ci siamo detti. E allora mettendolo in bolletta, da 113 siamo passati a 100 euro e poi a 90 euro. Vedremo quello che si potrà fare per il futuro” (11).

Per provare, ancora una volta, l’influenza della retorica sulla pubblicità, basti ricordare che dalla tecnica argomentativa al centro del nostro articolo deriva il format a dimostrazione: prima dell’uso… dopo l’uso.

Note

(1) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 288.

(2) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 189.

(3) Federico Roncoroni, Testo e contesto, Arnoldo Mondadori Editore, 1985, p. 1138.

(4) Bill Clinton, My Life, Mondadori, 2004, p. 694.

(5) Barack Obama, L’audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo, Rizzoli, 2007, pp. 323-324 e 220.

(6) Barack Obama, La promessa americana. Discorsi per la presidenza, Donzelli, 2008, p. 147.

(7) Bill Clinton, op. cit., pp. 466, 528, 619-620, 783.

(8) Riportato in Maurizio Ridolfi (a cura di), Propaganda e comunicazione politica. Storia e trasformazioni nell’età contemporanea, Bruno Mondadori, 2004, p. 97.

(9) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 312.

(10) Conferenza stampa sul disegno di legge di bilancio dello Stato per l’anno finanziario 2017 e per il triennio 2017-2019, tenuta il 15 ottobre 2016. Si veda: “Renzi, i presidenti americani e l’argomento del superamento”, pubblicato nel nostro sito il 17 novembre 2016.

(11) Intervista trasmessa dal TG3, il 9 gennaio 2018.

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