Le figure retoriche rendono potenti i discorsi di Volodymyr Zelensky

Cosa rende speciali i discorsi del presidente dell’Ucraina

Al di là del ricorso agli strumenti persuasivi dell’ethos, del pathos e del logos, di cui abbiamo parlato in un precedente articolo (1), alla base dell’efficacia dell’elocuzione di Volodymyr Zelensky, nella drammatica congiuntura dell’aggressione del suo Paese da parte dell’esercito di Vladimir Putin, sono pure vari procedimenti stilistici, che però, nonostante la denominazione, non costituiscono semplicemente un ornamento dello stile, ma svolgono una funzione argomentativa. Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca hanno proposto una classificazione in figure della scelta, della presenza, della comunione, giacché “l’effetto o uno degli effetti di alcune figure […] è quello di imporre o suggerire una scelta, di accrescere la presenza o di attuare la comunione con l’uditorio”. Tra le prime annoverano la definizione retorica, la quale “utilizza la struttura della definizione non per fornire il senso di una parola, ma per dar rilievo ad alcuni aspetti di una realtà che rischierebbero di rimanere oscuri” (2).

L’ex attore, sceneggiatore, regista, trasformatosi a causa delle circostanze in capo eroico del suo popolo, l’ha impiegata, rivolgendosi direttamente ai cittadini della Federazione Russa e nell’incontro in videoconferenza con il Congresso americano:

“Guerra significa dolore, fango, sangue e la morte di migliaia – decine di migliaia di morti” (3).

“Oggi non è più sufficiente essere i leader di una sola nazione, oggi bisogna essere leader del mondo. Ed essere leader del mondo significa essere leader di pace”, “Lei [Joe Biden] è il leader della sua grande nazione. Vorrei che diventasse leader del mondo. Essere il leader del mondo significa essere un leader di pace” (4).

S’induce a una distinzione con l’epanortòsi (o correzione), che “consiste – nella spiegazione di Pierre Fontanier – nel tornare su ciò che si è appena detto, o per rafforzarlo, o per addolcirlo, o anche per ritrattarlo del tutto, a seconda che si voglia affettare di trovarlo, o che in effetti lo si trovi troppo debole o troppo forte, troppo poco sensato, o troppo poco conveniente” (5).

Il presidente ucraino se n’è avvalso nella allocuzione a distanza, tenuta davanti a un ramo del Parlamento italiano, riferendosi all’autocrate di Mosca:

“Abbiamo bisogno di altre sanzioni, di altre pressioni affinché la Russia non cerchi le riserve militari o i guerrieri in Libia o in Siria ma cerchi la pace, affinché una sola persona cerchi la pace” (6).

L’autore della Retorica ad Erennio ha osservato: “‘Non sarebbe quindi preferibile, dirà qualcuno, fermarsi sulle parole migliori e meglio scelte già dall’inizio, specialmente quando si scrive?’. Vi sono dei casi, in cui non è preferibile, se il cambiamento della parola servirà a mostrare che la cosa è di tal fatta, che, espressa con una parola comune, sembra detta troppo fiaccamente e, ricorrendo a una parola più scelta, il fatto prende rilievo. Se si fosse giunti direttamente a quella parola, non ci saremmo accorti del rilievo della parola, né della cosa” (7).

Le figure della presenza “hanno per effetto di rendere attuale alla coscienza l’oggetto del discorso” (8). Tra di esse spicca l’ipotipòsi, che, secondo Pierre Fontanier, “dipinge le cose in una maniera così viva e così energica, che ce le pone in qualche modo sotto gli occhi e fa di un racconto o di una descrizione, un’immagine, un quadro o addirittura una scena dal vivo” (9).

È dunque funzionale allo scopo la registrazione delle sensazioni visive, per esempio con le voci del verbo “immaginare”. Zelensky lo adopera, interpellando rispettivamente i deputati italiani e i membri delle cortes della Spagna:

“Le città ucraine vengono distrutte, alcune sono completamente distrutte, come Mariupol, sulla costa del mare d’Azov, dove c’erano circa mezzo milione di persone come nella vostra città di Genova dove sono stato. A Mariupol non c’è più niente, solo rovine. Immaginate una Genova completamente bruciata dopo tre intere settimane di assedio, di bombardamenti, di spari che non smettono neanche un minuto. Immaginate la vostra Genova dalla quale scappano le persone a piedi, con le macchine, con i pullman, per arrivare dove è più sicuro” (Cfr. la nota 6).

Immaginate questo: le madri in Ucraina scrivono sulle schiene dei bambini il loro nome, i numeri di telefono dei parenti con una normale penna… Perché? Perché se gli invasori uccidono i loro genitori, ci sarà almeno una piccola possibilità che qualcuno salverà questi bambini. Immaginate che le persone ora – in Europa – vivono per settimane negli scantinati per salvare vite umane dai bombardamenti, dalle bombe aeree ogni giorno! Aprile 2022. E la realtà in Ucraina è come se fosse l’aprile del 1937 quando il mondo intero ha appreso il nome di una delle vostre città: Guernica. Immaginate che in normali città si possono creare artificialmente condizioni in cui più di centomila persone vivono per settimane senza acqua, senza cibo, senza medicine. Le truppe russe hanno bloccato la nostra città di Mariupol più di tre settimane fa. Stanno distruggendo completamente questa città. Non c’è altro che rovine. Più del 90% di tutti gli edifici è stato distrutto!” (10).

Inoltre nei suoi interventi si contano numerose occorrenze dell’accumulazione. Consiste nella successione di termini o gruppi di termini o frasi per rendere icastica la comunicazione, giacché si accompagna a un’esposizione dettagliata, favorendo la percezione di singoli elementi (individui, oggetti, azioni, avvenimenti, situazioni). Per di più si produce un certo ritmo. Per Olivier Reboul, ha “un’importanza capitale, perché è la musica del discorso, ciò che rende l’espressione armoniosa” (11): nello specifico, “Se veniamo attaccati [1], se qualcuno tenta di portarci via la nostra terra [2], la nostra libertà [3], le nostre vite [4], la vita dei nostri figli [5], ci difenderemo” (cfr. la nota 3).

Nei passi seguenti l’elencazione è duplice:

“Ma a Kiev abbiamo ogni giorno le sirene [1], ogni notte cadono le bombe e i missili vicino a Kiev [2], nelle città nei dintorni ci sono diverse truppe dell’esercito russo [3] che torturano [a], violentano [b], rapiscono i bambini [c], distruggono [d] e con i camion portano via anche i nostri beni [e]” (cfr. la nota 6).

“Ricordo il vostro memoriale nazionale a Monte Rushmore, le facce dei vostri più importanti presidenti, quelli che posero le fondamenta dell’America come essa è oggi: democrazia [a], indipendenza [b], libertà [c], e attenzione per chiunque [d] lavori con impegno [a], viva onestamente [b] e rispetti la legge [c]” (cfr. la nota 4).

Secondo Giorgio Fedel, “dal punto di vista ritmico, le accumulazioni con più di tre membri possono risultare poco incisive per eccesso, le strutture binarie lo possono essere per difetto. Quelle ternarie invece sembrano le più ‘armoniche’”. In proposito lo studioso ha citato un’affermazione di Adam Smith (Lezioni di retorica e belle lettere, 1993, p. 420): “Tre… è il numero più appropriato… questo numero viene molto più facilmente compreso e appare molto più completo di due o quattro. Nel numero tre, infatti, c’è un centro e vi sono due estremi, mentre nei numeri due e quattro non c’è alcun centro sul quale l’attenzione si possa fissare di modo che ciascuna parte sembri legata ad esso” (12).

L’enumerazione può essere associata all’anafora, la ripetizione di uno o più vocaboli all’inizio di due o più proposizioni o periodi o loro segmenti, che si succedono (talvolta si notano ulteriori elenchi):

Immaginate una Genova completamente bruciata dopo tre intere settimane di assedio [a], di bombardamenti [b], di spari [c] che non smettono neanche un minuto. Immaginate la vostra Genova dalla quale scappano le persone a piedi [a], con le macchine [b], con i pullman [c], per arrivare dove è più sicuro”.

Non dovete essere il luogo che accoglie queste persone [gli oligarchi russi], dobbiamo bloccare e congelare tutti i loro immobili [a], i loro conti [b], i loro yacht da Scheherazade fino ai più piccoli [c], dobbiamo congelare tutti i beni di tutti quanti, di tutti quelli che in Russia hanno la forza di decidere. Dobbiamo usare le sanzioni per la pace, dovete sostenere anche l’embargo contro le navi russe che entrano nei vostri porti e non dovete assolutamente permettere eccezioni per qualsiasi banca russa. Dovete fermare la crisi alimentare, dovete fermare le uccisioni perché la guerra deve finire al più presto per proteggere le famiglie ucraine. Dobbiamo far tornare la pace [a], bonificare dalle mine il territorio [b] e ricostruire l’Ucraina dopo la guerra [c] insieme a voi, all’Italia, all’Europa, insieme all’Unione Europea”

(Cfr. la nota 6).

“La Russia […] ha mandato carri armati e aerei da guerra contro le nostre libertà, contro il nostro diritto di vivere liberamente nel nostro Paese e di scegliere il nostro futuro, contro il nostro anelito alla felicità, contro i nostri sogni nazionali. Sogni che sono esattamente come quelli del popolo americano”.

Ricordatevi di Pearl Harbor, quel terribile mattino del 7 dicembre 1941, quando il vostro cielo fu annerito dagli aerei che vi attaccavano. Ricordate l’11 settembre, quel giorno terribile del 2001 quando il male cercò di trasformare le vostre città in un campo di battaglia, quando persone innocenti furono attaccate dall’aria in un modo che nessuno si sarebbe mai atteso, in un modo che nessuno poteva fermare”.

“Ora chiediamo al mondo una risposta. Una risposta contro il terrore. È pretendere troppo? Chiediamo di stabilire una no-fly zone sull’Ucraina per salvare la sua gente, una no-fly zone umanitaria. Chiediamo interventi che impediscano alla Russia di continuare a terrorizzare le nostre pacifiche città tutti i giorni e tutte le notti”.

Voi sapete quali sono i sistemi di difesa di cui abbiamo bisogno: C-300 e altri simili. Voi sapete quanto sia fondamentale il campo di battaglia, quanto conti la capacità di usare un’aviazione forte e potente che protegga la vostra gente [a], la vostra libertà [b], la vostra terra [c]. Aerei che possono aiutare l’Ucraina, che possono aiutare l’Europa. Voi sapete anche che questi aerei ci sono, ma che non sono sul nostro territorio e nei nostri cieli. Non proteggono la nostra gente”

(Cfr. la nota 4).

Immaginate questo: le madri in Ucraina scrivono sulle schiene dei bambini il loro nome, i numeri di telefono dei parenti con una normale penna… Perché? Perché se gli invasori uccidono i loro genitori, ci sarà almeno una piccola possibilità che qualcuno salverà questi bambini. Immaginate che le persone ora – in Europa – vivono per settimane negli scantinati per salvare vite umane dai bombardamenti, dalle bombe aeree ogni giorno! […] Immaginate che in normali città si possono creare artificialmente condizioni in cui più di centomila persone vivono per settimane senza acqua [a], senza cibo [b], senza medicine [c]” (cfr. la nota 10).

L’epifora è la ripresa di uno o più vocaboli alla fine di due proposizioni o periodi o loro segmenti successivi: “Il popolo ucraino vuole la pace, le autorità ucraine vogliono la pace”. Se si combina con l’anafora, abbiamo la simploche: “La guerra toglierà di mezzo le garanzie di tutti. Nessuno avrà più garanzie di sicurezza. Chi ne soffrirà di più? Le persone. Chi lo desidera di meno? Le persone. Chi non può permettere che ciò accada? Le persone” (per entrambi gli estratti cfr.  la nota 3).

Il poliptòto (o polittòto) consiste nella iterazione di una parola, magari mutata morfologicamente, con funzione sintattica diversa nello stesso enunciato o in enunciati vicini e collegati fra loro: “Vi è stato detto che l’Ucraina è una minaccia per la Russia. Non era in passato, non è ora e non sarà in futuro” (cfr. la nota 3).

Se a cambiare sono i tempi verbali – caratteristica che si registra nell’esempio riportato – è definito “temporale” e si ricorre a esso, perché – l’ha osservato Giorgio Fedel – “ammanta il dire di fermezza e istilla sentimenti di coerenza verso il passato e certezza verso l’avvenire” (13).

L’anadiplosi consiste nell’impiegare all’inizio di una frase o di un segmento testuale uno o più termini conclusivi della frase o del segmento testuale precedente:

“Kiev ha vissuto sulla sua storia delle guerre feroci e dopo tutte queste tragedie c’è bisogno di vivere in pace, in una pace continua ed eterna” (cfr. la nota 6).

“La Russia […] ha mandato carri armati e aerei da guerra […] contro i nostri sogni nazionali. Sogni che sono esattamente come quelli del popolo americano”.

“Ora chiediamo al mondo una risposta. Una risposta contro il terrore”

(Cfr. la nota 4).

In aggiunta all’accumulazione, rientrano tra le figure della presenza tali peculiari forme dell’elocuzione incentrate su ripetizioni.

Con le figure della comunione – lo rammentano Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca – “l’oratore si sforza di far partecipare attivamente l’uditorio alla sua esposizione, prendendolo a parte di essa, sollecitando il suo concorso” (14). Nella categoria comprendono la domanda retorica. È costituita da un’interrogativa, diretta o indiretta, particolare, in quanto non presuppone una mancanza di informazione, ma, attraverso di essa, si induce a un assenso o a un diniego o comunque a una replica già implicita e dunque all’esclusione delle discordanti. Così l’emittente del messaggio proferisce un giu­dizio, sebbene in maniera velata, senza assumersene la responsabilità e senza imporlo al ricevente. In ogni caso, sforzandosi di coinvolgerlo nel discorso, cerca di modificarne l’atteggiamento, di orientarlo nella direzione voluta e di ottenerne l’adesione, il consenso (15). Per Pierre Fontanier, “l’interrogazione consiste nell’assumere il costrutto interrogativo, non per segnalare un dubbio o provocare una risposta, ma al contrario per indicare la più alta persuasione e mettere in guardia coloro a cui si parla dal tentare di negare o persino di rispondere”. Per di più “è atta a esprimere la meraviglia, il dispetto, l’indignazione, la paura, il dolore, tutti gli altri moti dell’animo e viene utilizzata per deliberare, per provare, per descrivere, per accusare, per biasimare, per incitare, per incoraggiare, per dissuadere, in definitiva per gli scopi più diversi” (16). È possibile pertanto considerarla pure una figura del pathos, dello strumento di persuasivo di ordine affettivo con il quale si suscitano emozioni. Dal punto di vista della linguistica pragmatica, è un atto linguistico indiretto, giacché persegue un obiettivo apparente (interrogare) e uno reale (affer­mare).

Ecco alcune occorrenze ricavate dagli interventi di Zelensky (per la prima cfr. la nota 6, per la seconda la nota 4 e per le ultime due la nota 3):

“L’Ucraina è sempre stata uno degli esportatori di viveri più grandi e più importanti. Ma come possiamo seminare sotto l’artiglieria russa? Come possiamo coltivare quando il nostro nemico distrugge i nostri campi, distrugge il nostro combustibile?”.

“Ora chiediamo al mondo una risposta. Una risposta contro il terrore. È pretendere troppo?”.

“Vi hanno detto che siamo nazisti, ma come fa un popolo a essere nazista quando ha perso oltre 8 milioni di vite nella vittoria contro il nazismo? Come posso essere io accusato di essere un nazista?” [sottintende la sua appartenenza alla comunità ebraica].

“Vi hanno detto che odiamo la cultura russa. Ma come si può odiare una cultura?”.

Il vocabolo latino subiectio significa “risposta data dall’oratore a una domanda fatta da lui stesso” e viene tradotto con l’italiano “soggiunzione” (17).

L’allocutore vi ricorre per stimolare l’attenzione e favorire l’interesse dell’allocutario. Se n’è avvalso anche il presidente ucraino, rivolgendosi direttamente agli abitanti della Federazione Russa: “La guerra toglierà di mezzo le garanzie di tutti. Nessuno avrà più garanzie di sicurezza. Chi ne soffrirà di più? Le persone. Chi lo desidera di meno? Le persone. Chi non può permettere che ciò accada? Le persone” (cfr. la nota 3).

La citazione, secondo i due autori del Trattato dell’argomentazione, “quando non serve alla sua normale funzione di appoggiare quanto si dice con il peso di un’autorità, è solo una figura di comunione” (18),

Nel discorso (in videoconferenza), l’8 marzo, alla Camera dei Comuni, l’ex attore, sceneggiatore, regista, che ha acquistato il carattere di uno statista intransigente, ha evocato due celebri inglesi: “Essere o non essere: una domanda scespiriana. È da due settimane che questa domanda risuona e ora vi posso dare una risposta. La risposta è: sì, essere. E vorrei ricordare a voi e a tutto il mondo, al Regno Unito le parole che ho già proferito, ma che sono importanti: noi non cederemo, non abbandoneremo il campo e non perderemo. Combatteremo fino alla fine per mare, per aria, continueremo a combattere per la nostra terra a qualsiasi costo” (19). È evidente il riferimento alla famosa allocuzione, con la quale Winston Churchill mobilitava la sua nazione per reagire alla minaccia nazista: “Combatteremo in Francia, combatteremo sui mari e sugli oceani, combatteremo con fiducia crescente e con crescente forza nel cielo, difenderemo la nostra isola, a qualunque costo, combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui campi d’aviazione, combatteremo nei campi, e nelle strade, e combatteremo nelle colline; non ci arrenderemo mai”.

Con la ripresa di un enunciato altrui si stabilisce solitamente un rapporto tra il citante e il citato e nel caso particolare tra le loro popolazioni.

Intervenendo (ovviamente a distanza), il 16 marzo, a una seduta del Congresso americano, si è ricollegato a Martin Luther King: “‘I have a Dream!’, ho un sogno. Sono parole che ciascuno di voi conosce. Oggi posso dirvi che io ho una necessità: la necessità di proteggere il nostro cielo, la necessità di una vostra decisione, del vostro aiuto. E vorrà dire esattamente la stessa cosa, la stessa cosa che sentite quando ascoltate le parole ‘I have a Dream” (cfr. la nota 4). Probabilmente senza esserne consapevole, implicitamente ha richiamato un’espressione, che si deve comunque al leader del movimento di opposizione alla segregazione razziale: “La feroce urgenza dell’adesso”.

Il parlante manifesta la propria inferiorità (“io ho una necessità: la necessità […] del vostro aiuto”) per suscitare un atteggiamento benevolo nei suoi confronti da parte del pubblico, costituito non solo dai parlamentari statunitensi, ma pure dagli utenti dei mass media. È una forma del luogo comune della captatio benevolentiae, ossia di un meccanismo retorico ormai divenuto convenzionale per il suo largo impiego (20).

Inoltre, sempre nel tentativo di ottenerne la benevolenza, l’emittente del messaggio si appella al ricevente, elogiandolo e esternando apprezzamento e gratitudine:

“Prima della guerra ho visitato spesso il vostro Paese e apprezzo moltissimo la vostra ospitalità, la vostra sincerità e a volte anche la vostra forza nelle relazioni perché ho visto cosa sono le vostre famiglie, cosa significano i figli, cosa significa la vita per voi. Voglio ringraziarvi per il vostro aiuto agli ucraini, perché accogliete le persone che si salvano dalla guerra. Oggi in Italia ci sono più di 70.000 dei nostri concittadini che sono stati costretti a fuggire dalla guerra, di cui più di 25.000 sono bambini, e molti di loro sono stati accolti direttamente nelle famiglie e anche forse nelle famiglie dei presenti qui in sala. In Italia è nato il primo bambino ucraino la cui madre è scappata dalla guerra, decine di bambini ucraini con contusioni e ferite sono nei vostri ospedali e noi vi siamo molto grati” (cfr. nota 6).

“L’Ucraina è grata agli Stati Uniti per il suo incredibile sostegno, per tutto ciò che il vostro Paese e la vostra gente hanno già fatto per la nostra libertà, per le armi e per le munizioni, per l’addestramento e per i finanziamenti, per la leadership nel mondo libero che mette pressione economica sull’aggressore. Sono grato al presidente Biden per il suo coinvolgimento personale, per il suo sincero impegno nella difesa dell’Ucraina e della democrazia ovunque nel mondo. Sono grato a voi per la risoluzione che riconosce come criminali di guerra tutti coloro che commettono crimini contro il popolo ucraino” (cfr. nota 4).

L’antitesi – una delle figure che spiccano maggiormente – consiste nell’accostamento di vocaboli o frasi di senso opposto. L’effetto della sua utilizzazione è un peculiare potenziamento del discorso. Ecco due occorrenze, ricavate dall’allocuzione di Zelensky al Parlamento italiano (cfr. nota 6):

“Ci sono migliaia di feriti, decine di migliaia di famiglie distrutte, centinaia di migliaia di vite distrutte come il loro futuro, milioni di case abbandonate e tutto questo è iniziato da una persona”.

“Di sicuro dal primo giorno di questa guerra voi avete condiviso con noi il nostro dolore e aiutate di cuore gli ucraini e gli ucraini ricorderanno sempre il vostro calore, il vostro coinvolgimento e la vostra forza che deve fermare una sola persona, una sola, affinché ne sopravvivano milioni”.

Nel primo passo, quale ulteriore fattore di intensificazione, è evidente il climax, la gradazione ascendente nella serie dei termini che designano le quantità.

Note

(1) “Zelensky batte Putin nella guerra della retorica”, pubblicato il 6 luglio 2022.

(2) Chaïm Perelman, Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 187.

(3) “Il drammatico appello di Zelensky ai russi virale sui social”, in Ansa.it, 24 febbraio 2022.

(4) “Stiamo combattendo anche per l’Europa”, in repubblica.it, 16 marzo 2022.

(5) Pierre Fontanier, Les figures du discours, 1991, pp. 408-409, in Olivier Reboul, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 167.

(6) Paolo Decrestina, “Zelensky alla Camera: il discorso integrale del presidente ucraino. ‘Guerra’ e ‘bambini’ le parole più usate”, in Corriere.it, 22 marzo 2022.

(7) Cornificio, Retorica ad Erennio, IV, 26, 36.

(8) Chaïm Perelman, Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 189.

(9) Pierre Fontanier, , op. cit., p. 390, in Olivier Reboul, op. cit., p. 174.

(10) In “Zelensky al Parlamento spagnolo: ‘È come Guernica’”, in Notizie.tiscali.it, 6 aprile 2022.

(11) Olivier Reboul, op. cit., p. 133.

(12) Giorgio Fedel, Saggi sul linguaggio e l’oratoria politica, Giuffrè, 1999, pp. 129-139.

(13) Giorgio Fedel, “Parola mia. La retorica di Silvio Berlusconi”, in Il Mulino, n° 3, 2003, p. 467.

(14) Chaïm Perelman, Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 193.

(15) Si vedano Angelo Marchese, Dizionario di retorica e di stilistica, Mondadori, 1978, p. 126. Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Bompiani, 1991, pp. 134 e 270-271.

(16) Pierre Fontanier, op. cit., 1991, pp. 368-370, in Olivier Reboul, op. cit., p. 172.

(17) Luigi Castiglioni, Scevola Mariotti, Vocabolario della lingua latina, Loescher, 1967. Nell’opera La retorica a Gaio Erennio si designa il medesimo procedimento con i termini “ipofora” e “antipofora”.

(18) Chaïm Perelman, Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 192.

(19) “I discorsi di Zelensky dal Parlamento europeo alla Knesset”, in tg24.sky.it, 22 marzo 2022.

(20) L’italiano “luogo” è la traduzione del greco tópos. Il plurale tópoi indicava originariamente le sedi, dove sono conservati certi elementi dell’antica arte della persuasione, che si trovano ancora oggi nella memoria collettiva.

Le figure retoriche rendono potenti i discorsi di Volodymyr Zelensky

Al di là del ricorso agli strumenti persuasivi dell’ethos, del pathos e del logos, di cui abbiamo parlato in un precedente articolo (1), alla base dell’efficacia dell’elocuzione di Volodymyr Zelensky, nella drammatica congiuntura dell’aggressione del suo Paese da parte dell’esercito di Vladimir Putin, sono pure vari procedimenti stilistici, che però, nonostante la denominazione, non costituiscono semplicemente un ornamento dello stile, ma svolgono una funzione argomentativa. Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca hanno proposto una classificazione in figure della scelta, della presenza, della comunione, giacché “l’effetto o uno degli effetti di alcune figure […] è quello di imporre o suggerire una scelta, di accrescere la presenza o di attuare la comunione con l’uditorio”. Tra le prime annoverano la definizione retorica, la quale “utilizza la struttura della definizione non per fornire il senso di una parola, ma per dar rilievo ad alcuni aspetti di una realtà che rischierebbero di rimanere oscuri” (2).

L’ex attore, sceneggiatore, regista, trasformatosi a causa delle circostanze in capo eroico del suo popolo, l’ha impiegata, rivolgendosi direttamente ai cittadini della Federazione Russa e nell’incontro in videoconferenza con il Congresso americano:

“Guerra significa dolore, fango, sangue e la morte di migliaia – decine di migliaia di morti” (3).

“Oggi non è più sufficiente essere i leader di una sola nazione, oggi bisogna essere leader del mondo. Ed essere leader del mondo significa essere leader di pace”, “Lei [Joe Biden] è il leader della sua grande nazione. Vorrei che diventasse leader del mondo. Essere il leader del mondo significa essere un leader di pace” (4).

S’induce a una distinzione con l’epanortòsi (o correzione), che “consiste – nella spiegazione di Pierre Fontanier – nel tornare su ciò che si è appena detto, o per rafforzarlo, o per addolcirlo, o anche per ritrattarlo del tutto, a seconda che si voglia affettare di trovarlo, o che in effetti lo si trovi troppo debole o troppo forte, troppo poco sensato, o troppo poco conveniente” (5).

Il presidente ucraino se n’è avvalso nella allocuzione a distanza, tenuta davanti a un ramo del Parlamento italiano, riferendosi all’autocrate di Mosca:

“Abbiamo bisogno di altre sanzioni, di altre pressioni affinché la Russia non cerchi le riserve militari o i guerrieri in Libia o in Siria ma cerchi la pace, affinché una sola persona cerchi la pace” (6).

L’autore della Retorica ad Erennio ha osservato: “‘Non sarebbe quindi preferibile, dirà qualcuno, fermarsi sulle parole migliori e meglio scelte già dall’inizio, specialmente quando si scrive?’. Vi sono dei casi, in cui non è preferibile, se il cambiamento della parola servirà a mostrare che la cosa è di tal fatta, che, espressa con una parola comune, sembra detta troppo fiaccamente e, ricorrendo a una parola più scelta, il fatto prende rilievo. Se si fosse giunti direttamente a quella parola, non ci saremmo accorti del rilievo della parola, né della cosa” (7).

Le figure della presenza “hanno per effetto di rendere attuale alla coscienza l’oggetto del discorso” (8). Tra di esse spicca l’ipotipòsi, che, secondo Pierre Fontanier, “dipinge le cose in una maniera così viva e così energica, che ce le pone in qualche modo sotto gli occhi e fa di un racconto o di una descrizione, un’immagine, un quadro o addirittura una scena dal vivo” (9).

È dunque funzionale allo scopo la registrazione delle sensazioni visive, per esempio con le voci del verbo “immaginare”. Zelensky lo adopera, interpellando rispettivamente i deputati italiani e i membri delle cortes della Spagna:

“Le città ucraine vengono distrutte, alcune sono completamente distrutte, come Mariupol, sulla costa del mare d’Azov, dove c’erano circa mezzo milione di persone come nella vostra città di Genova dove sono stato. A Mariupol non c’è più niente, solo rovine. Immaginate una Genova completamente bruciata dopo tre intere settimane di assedio, di bombardamenti, di spari che non smettono neanche un minuto. Immaginate la vostra Genova dalla quale scappano le persone a piedi, con le macchine, con i pullman, per arrivare dove è più sicuro” (Cfr. la nota 6).

Immaginate questo: le madri in Ucraina scrivono sulle schiene dei bambini il loro nome, i numeri di telefono dei parenti con una normale penna… Perché? Perché se gli invasori uccidono i loro genitori, ci sarà almeno una piccola possibilità che qualcuno salverà questi bambini. Immaginate che le persone ora – in Europa – vivono per settimane negli scantinati per salvare vite umane dai bombardamenti, dalle bombe aeree ogni giorno! Aprile 2022. E la realtà in Ucraina è come se fosse l’aprile del 1937 quando il mondo intero ha appreso il nome di una delle vostre città: Guernica. Immaginate che in normali città si possono creare artificialmente condizioni in cui più di centomila persone vivono per settimane senza acqua, senza cibo, senza medicine. Le truppe russe hanno bloccato la nostra città di Mariupol più di tre settimane fa. Stanno distruggendo completamente questa città. Non c’è altro che rovine. Più del 90% di tutti gli edifici è stato distrutto!” (10).

Inoltre nei suoi interventi si contano numerose occorrenze dell’accumulazione. Consiste nella successione di termini o gruppi di termini o frasi per rendere icastica la comunicazione, giacché si accompagna a un’esposizione dettagliata, favorendo la percezione di singoli elementi (individui, oggetti, azioni, avvenimenti, situazioni). Per di più si produce un certo ritmo. Per Olivier Reboul, ha “un’importanza capitale, perché è la musica del discorso, ciò che rende l’espressione armoniosa” (11): nello specifico, “Se veniamo attaccati [1], se qualcuno tenta di portarci via la nostra terra [2], la nostra libertà [3], le nostre vite [4], la vita dei nostri figli [5], ci difenderemo” (cfr. la nota 3).

Nei passi seguenti l’elencazione è duplice:

“Ma a Kiev abbiamo ogni giorno le sirene [1], ogni notte cadono le bombe e i missili vicino a Kiev [2], nelle città nei dintorni ci sono diverse truppe dell’esercito russo [3] che torturano [a], violentano [b], rapiscono i bambini [c], distruggono [d] e con i camion portano via anche i nostri beni [e]” (cfr. la nota 6).

“Ricordo il vostro memoriale nazionale a Monte Rushmore, le facce dei vostri più importanti presidenti, quelli che posero le fondamenta dell’America come essa è oggi: democrazia [a], indipendenza [b], libertà [c], e attenzione per chiunque [d] lavori con impegno [a], viva onestamente [b] e rispetti la legge [c]” (cfr. la nota 4).

Secondo Giorgio Fedel, “dal punto di vista ritmico, le accumulazioni con più di tre membri possono risultare poco incisive per eccesso, le strutture binarie lo possono essere per difetto. Quelle ternarie invece sembrano le più ‘armoniche’”. In proposito lo studioso ha citato un’affermazione di Adam Smith (Lezioni di retorica e belle lettere, 1993, p. 420): “Tre… è il numero più appropriato… questo numero viene molto più facilmente compreso e appare molto più completo di due o quattro. Nel numero tre, infatti, c’è un centro e vi sono due estremi, mentre nei numeri due e quattro non c’è alcun centro sul quale l’attenzione si possa fissare di modo che ciascuna parte sembri legata ad esso” (12).

L’enumerazione può essere associata all’anafora, la ripetizione di uno o più vocaboli all’inizio di due o più proposizioni o periodi o loro segmenti, che si succedono (talvolta si notano ulteriori elenchi):

Immaginate una Genova completamente bruciata dopo tre intere settimane di assedio [a], di bombardamenti [b], di spari [c] che non smettono neanche un minuto. Immaginate la vostra Genova dalla quale scappano le persone a piedi [a], con le macchine [b], con i pullman [c], per arrivare dove è più sicuro”.

Non dovete essere il luogo che accoglie queste persone [gli oligarchi russi], dobbiamo bloccare e congelare tutti i loro immobili [a], i loro conti [b], i loro yacht da Scheherazade fino ai più piccoli [c], dobbiamo congelare tutti i beni di tutti quanti, di tutti quelli che in Russia hanno la forza di decidere. Dobbiamo usare le sanzioni per la pace, dovete sostenere anche l’embargo contro le navi russe che entrano nei vostri porti e non dovete assolutamente permettere eccezioni per qualsiasi banca russa. Dovete fermare la crisi alimentare, dovete fermare le uccisioni perché la guerra deve finire al più presto per proteggere le famiglie ucraine. Dobbiamo far tornare la pace [a], bonificare dalle mine il territorio [b] e ricostruire l’Ucraina dopo la guerra [c] insieme a voi, all’Italia, all’Europa, insieme all’Unione Europea”

(Cfr. la nota 6).

“La Russia […] ha mandato carri armati e aerei da guerra contro le nostre libertà, contro il nostro diritto di vivere liberamente nel nostro Paese e di scegliere il nostro futuro, contro il nostro anelito alla felicità, contro i nostri sogni nazionali. Sogni che sono esattamente come quelli del popolo americano”.

Ricordatevi di Pearl Harbor, quel terribile mattino del 7 dicembre 1941, quando il vostro cielo fu annerito dagli aerei che vi attaccavano. Ricordate l’11 settembre, quel giorno terribile del 2001 quando il male cercò di trasformare le vostre città in un campo di battaglia, quando persone innocenti furono attaccate dall’aria in un modo che nessuno si sarebbe mai atteso, in un modo che nessuno poteva fermare”.

“Ora chiediamo al mondo una risposta. Una risposta contro il terrore. È pretendere troppo? Chiediamo di stabilire una no-fly zone sull’Ucraina per salvare la sua gente, una no-fly zone umanitaria. Chiediamo interventi che impediscano alla Russia di continuare a terrorizzare le nostre pacifiche città tutti i giorni e tutte le notti”.

Voi sapete quali sono i sistemi di difesa di cui abbiamo bisogno: C-300 e altri simili. Voi sapete quanto sia fondamentale il campo di battaglia, quanto conti la capacità di usare un’aviazione forte e potente che protegga la vostra gente [a], la vostra libertà [b], la vostra terra [c]. Aerei che possono aiutare l’Ucraina, che possono aiutare l’Europa. Voi sapete anche che questi aerei ci sono, ma che non sono sul nostro territorio e nei nostri cieli. Non proteggono la nostra gente”

(Cfr. la nota 4).

Immaginate questo: le madri in Ucraina scrivono sulle schiene dei bambini il loro nome, i numeri di telefono dei parenti con una normale penna… Perché? Perché se gli invasori uccidono i loro genitori, ci sarà almeno una piccola possibilità che qualcuno salverà questi bambini. Immaginate che le persone ora – in Europa – vivono per settimane negli scantinati per salvare vite umane dai bombardamenti, dalle bombe aeree ogni giorno! […] Immaginate che in normali città si possono creare artificialmente condizioni in cui più di centomila persone vivono per settimane senza acqua [a], senza cibo [b], senza medicine [c]” (cfr. la nota 10).

L’epifora è la ripresa di uno o più vocaboli alla fine di due proposizioni o periodi o loro segmenti successivi: “Il popolo ucraino vuole la pace, le autorità ucraine vogliono la pace”. Se si combina con l’anafora, abbiamo la simploche: “La guerra toglierà di mezzo le garanzie di tutti. Nessuno avrà più garanzie di sicurezza. Chi ne soffrirà di più? Le persone. Chi lo desidera di meno? Le persone. Chi non può permettere che ciò accada? Le persone” (per entrambi gli estratti cfr.  la nota 3).

Il poliptòto (o polittòto) consiste nella iterazione di una parola, magari mutata morfologicamente, con funzione sintattica diversa nello stesso enunciato o in enunciati vicini e collegati fra loro: “Vi è stato detto che l’Ucraina è una minaccia per la Russia. Non era in passato, non è ora e non sarà in futuro” (cfr. la nota 3).

Se a cambiare sono i tempi verbali – caratteristica che si registra nell’esempio riportato – è definito “temporale” e si ricorre a esso, perché – l’ha osservato Giorgio Fedel – “ammanta il dire di fermezza e istilla sentimenti di coerenza verso il passato e certezza verso l’avvenire” (13).

L’anadiplosi consiste nell’impiegare all’inizio di una frase o di un segmento testuale uno o più termini conclusivi della frase o del segmento testuale precedente:

“Kiev ha vissuto sulla sua storia delle guerre feroci e dopo tutte queste tragedie c’è bisogno di vivere in pace, in una pace continua ed eterna” (cfr. la nota 6).

“La Russia […] ha mandato carri armati e aerei da guerra […] contro i nostri sogni nazionali. Sogni che sono esattamente come quelli del popolo americano”.

“Ora chiediamo al mondo una risposta. Una risposta contro il terrore”

(Cfr. la nota 4).

In aggiunta all’accumulazione, rientrano tra le figure della presenza tali peculiari forme dell’elocuzione incentrate su ripetizioni.

Con le figure della comunione – lo rammentano Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca – “l’oratore si sforza di far partecipare attivamente l’uditorio alla sua esposizione, prendendolo a parte di essa, sollecitando il suo concorso” (14). Nella categoria comprendono la domanda retorica. È costituita da un’interrogativa, diretta o indiretta, particolare, in quanto non presuppone una mancanza di informazione, ma, attraverso di essa, si induce a un assenso o a un diniego o comunque a una replica già implicita e dunque all’esclusione delle discordanti. Così l’emittente del messaggio proferisce un giu­dizio, sebbene in maniera velata, senza assumersene la responsabilità e senza imporlo al ricevente. In ogni caso, sforzandosi di coinvolgerlo nel discorso, cerca di modificarne l’atteggiamento, di orientarlo nella direzione voluta e di ottenerne l’adesione, il consenso (15). Per Pierre Fontanier, “l’interrogazione consiste nell’assumere il costrutto interrogativo, non per segnalare un dubbio o provocare una risposta, ma al contrario per indicare la più alta persuasione e mettere in guardia coloro a cui si parla dal tentare di negare o persino di rispondere”. Per di più “è atta a esprimere la meraviglia, il dispetto, l’indignazione, la paura, il dolore, tutti gli altri moti dell’animo e viene utilizzata per deliberare, per provare, per descrivere, per accusare, per biasimare, per incitare, per incoraggiare, per dissuadere, in definitiva per gli scopi più diversi” (16). È possibile pertanto considerarla pure una figura del pathos, dello strumento di persuasivo di ordine affettivo con il quale si suscitano emozioni. Dal punto di vista della linguistica pragmatica, è un atto linguistico indiretto, giacché persegue un obiettivo apparente (interrogare) e uno reale (affer­mare).

Ecco alcune occorrenze ricavate dagli interventi di Zelensky (per la prima cfr. la nota 6, per la seconda la nota 4 e per le ultime due la nota 3):

“L’Ucraina è sempre stata uno degli esportatori di viveri più grandi e più importanti. Ma come possiamo seminare sotto l’artiglieria russa? Come possiamo coltivare quando il nostro nemico distrugge i nostri campi, distrugge il nostro combustibile?”.

“Ora chiediamo al mondo una risposta. Una risposta contro il terrore. È pretendere troppo?”.

“Vi hanno detto che siamo nazisti, ma come fa un popolo a essere nazista quando ha perso oltre 8 milioni di vite nella vittoria contro il nazismo? Come posso essere io accusato di essere un nazista?” [sottintende la sua appartenenza alla comunità ebraica].

“Vi hanno detto che odiamo la cultura russa. Ma come si può odiare una cultura?”.

Il vocabolo latino subiectio significa “risposta data dall’oratore a una domanda fatta da lui stesso” e viene tradotto con l’italiano “soggiunzione” (17).

L’allocutore vi ricorre per stimolare l’attenzione e favorire l’interesse dell’allocutario. Se n’è avvalso anche il presidente ucraino, rivolgendosi direttamente agli abitanti della Federazione Russa: “La guerra toglierà di mezzo le garanzie di tutti. Nessuno avrà più garanzie di sicurezza. Chi ne soffrirà di più? Le persone. Chi lo desidera di meno? Le persone. Chi non può permettere che ciò accada? Le persone” (cfr. la nota 3).

La citazione, secondo i due autori del Trattato dell’argomentazione, “quando non serve alla sua normale funzione di appoggiare quanto si dice con il peso di un’autorità, è solo una figura di comunione” (18),

Nel discorso (in videoconferenza), l’8 marzo, alla Camera dei Comuni, l’ex attore, sceneggiatore, regista, che ha acquistato il carattere di uno statista intransigente, ha evocato due celebri inglesi: “Essere o non essere: una domanda scespiriana. È da due settimane che questa domanda risuona e ora vi posso dare una risposta. La risposta è: sì, essere. E vorrei ricordare a voi e a tutto il mondo, al Regno Unito le parole che ho già proferito, ma che sono importanti: noi non cederemo, non abbandoneremo il campo e non perderemo. Combatteremo fino alla fine per mare, per aria, continueremo a combattere per la nostra terra a qualsiasi costo” (19). È evidente il riferimento alla famosa allocuzione, con la quale Winston Churchill mobilitava la sua nazione per reagire alla minaccia nazista: “Combatteremo in Francia, combatteremo sui mari e sugli oceani, combatteremo con fiducia crescente e con crescente forza nel cielo, difenderemo la nostra isola, a qualunque costo, combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui campi d’aviazione, combatteremo nei campi, e nelle strade, e combatteremo nelle colline; non ci arrenderemo mai”.

Con la ripresa di un enunciato altrui si stabilisce solitamente un rapporto tra il citante e il citato e nel caso particolare tra le loro popolazioni.

Intervenendo (ovviamente a distanza), il 16 marzo, a una seduta del Congresso americano, si è ricollegato a Martin Luther King: “‘I have a Dream!’, ho un sogno. Sono parole che ciascuno di voi conosce. Oggi posso dirvi che io ho una necessità: la necessità di proteggere il nostro cielo, la necessità di una vostra decisione, del vostro aiuto. E vorrà dire esattamente la stessa cosa, la stessa cosa che sentite quando ascoltate le parole ‘I have a Dream” (cfr. la nota 4). Probabilmente senza esserne consapevole, implicitamente ha richiamato un’espressione, che si deve comunque al leader del movimento di opposizione alla segregazione razziale: “La feroce urgenza dell’adesso”.

Il parlante manifesta la propria inferiorità (“io ho una necessità: la necessità […] del vostro aiuto”) per suscitare un atteggiamento benevolo nei suoi confronti da parte del pubblico, costituito non solo dai parlamentari statunitensi, ma pure dagli utenti dei mass media. È una forma del luogo comune della captatio benevolentiae, ossia di un meccanismo retorico ormai divenuto convenzionale per il suo largo impiego (20).

Inoltre, sempre nel tentativo di ottenerne la benevolenza, l’emittente del messaggio si appella al ricevente, elogiandolo e esternando apprezzamento e gratitudine:

“Prima della guerra ho visitato spesso il vostro Paese e apprezzo moltissimo la vostra ospitalità, la vostra sincerità e a volte anche la vostra forza nelle relazioni perché ho visto cosa sono le vostre famiglie, cosa significano i figli, cosa significa la vita per voi. Voglio ringraziarvi per il vostro aiuto agli ucraini, perché accogliete le persone che si salvano dalla guerra. Oggi in Italia ci sono più di 70.000 dei nostri concittadini che sono stati costretti a fuggire dalla guerra, di cui più di 25.000 sono bambini, e molti di loro sono stati accolti direttamente nelle famiglie e anche forse nelle famiglie dei presenti qui in sala. In Italia è nato il primo bambino ucraino la cui madre è scappata dalla guerra, decine di bambini ucraini con contusioni e ferite sono nei vostri ospedali e noi vi siamo molto grati” (cfr. nota 6).

“L’Ucraina è grata agli Stati Uniti per il suo incredibile sostegno, per tutto ciò che il vostro Paese e la vostra gente hanno già fatto per la nostra libertà, per le armi e per le munizioni, per l’addestramento e per i finanziamenti, per la leadership nel mondo libero che mette pressione economica sull’aggressore. Sono grato al presidente Biden per il suo coinvolgimento personale, per il suo sincero impegno nella difesa dell’Ucraina e della democrazia ovunque nel mondo. Sono grato a voi per la risoluzione che riconosce come criminali di guerra tutti coloro che commettono crimini contro il popolo ucraino” (cfr. nota 4).

L’antitesi – una delle figure che spiccano maggiormente – consiste nell’accostamento di vocaboli o frasi di senso opposto. L’effetto della sua utilizzazione è un peculiare potenziamento del discorso. Ecco due occorrenze, ricavate dall’allocuzione di Zelensky al Parlamento italiano (cfr. nota 6):

“Ci sono migliaia di feriti, decine di migliaia di famiglie distrutte, centinaia di migliaia di vite distrutte come il loro futuro, milioni di case abbandonate e tutto questo è iniziato da una persona”.

“Di sicuro dal primo giorno di questa guerra voi avete condiviso con noi il nostro dolore e aiutate di cuore gli ucraini e gli ucraini ricorderanno sempre il vostro calore, il vostro coinvolgimento e la vostra forza che deve fermare una sola persona, una sola, affinché ne sopravvivano milioni”.

Nel primo passo, quale ulteriore fattore di intensificazione, è evidente il climax, la gradazione ascendente nella serie dei termini che designano le quantità.

Note

(1) “Zelensky batte Putin nella guerra della retorica”, pubblicato il 6 luglio 2022.

(2) Chaïm Perelman, Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 187.

(3) “Il drammatico appello di Zelensky ai russi virale sui social”, in Ansa.it, 24 febbraio 2022.

(4) “Stiamo combattendo anche per l’Europa”, in repubblica.it, 16 marzo 2022.

(5) Pierre Fontanier, Les figures du discours, 1991, pp. 408-409, in Olivier Reboul, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 167.

(6) Paolo Decrestina, “Zelensky alla Camera: il discorso integrale del presidente ucraino. ‘Guerra’ e ‘bambini’ le parole più usate”, in Corriere.it, 22 marzo 2022.

(7) Cornificio, Retorica ad Erennio, IV, 26, 36.

(8) Chaïm Perelman, Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 189.

(9) Pierre Fontanier, , op. cit., p. 390, in Olivier Reboul, op. cit., p. 174.

(10) In “Zelensky al Parlamento spagnolo: ‘È come Guernica’”, in Notizie.tiscali.it, 6 aprile 2022.

(11) Olivier Reboul, op. cit., p. 133.

(12) Giorgio Fedel, Saggi sul linguaggio e l’oratoria politica, Giuffrè, 1999, pp. 129-139.

(13) Giorgio Fedel, “Parola mia. La retorica di Silvio Berlusconi”, in Il Mulino, n° 3, 2003, p. 467.

(14) Chaïm Perelman, Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 193.

(15) Si vedano Angelo Marchese, Dizionario di retorica e di stilistica, Mondadori, 1978, p. 126. Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Bompiani, 1991, pp. 134 e 270-271.

(16) Pierre Fontanier, op. cit., 1991, pp. 368-370, in Olivier Reboul, op. cit., p. 172.

(17) Luigi Castiglioni, Scevola Mariotti, Vocabolario della lingua latina, Loescher, 1967. Nell’opera La retorica a Gaio Erennio si designa il medesimo procedimento con i termini “ipofora” e “antipofora”.

(18) Chaïm Perelman, Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 192.

(19) “I discorsi di Zelensky dal Parlamento europeo alla Knesset”, in tg24.sky.it, 22 marzo 2022.

(20) L’italiano “luogo” è la traduzione del greco tópos. Il plurale tópoi indicava originariamente le sedi, dove sono conservati certi elementi dell’antica arte della persuasione, che si trovano ancora oggi nella memoria collettiva.

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