pubblicato il 21 Ottobre 2018 - scritto da Giorgio Matza

Lo stile di comunicazione in politica

È possibile considerare l’empatia – lo abbiamo visto in un precedente articolo (1) –come l’effetto di uno stile di comunicazione attento, che l’uomo politico adotta, quando presenta sé stesso come ricevente di un messaggio, in opposizione alla sua condizione più consueta di emittente. Così sembra che egli voglia ridurre l’asimmetria del rapporto comunicativo e sottolineare la sua propensione all’ascolto, il suo orientamento verso l’altro, che dovrebbero essere una caratteristica di un’attività come quella politica, la quale si configura come una relazione d’aiuto (2).

In occasione delle elezioni del 21 aprile 1996, talvolta Romano Prodi si è riferito a questa forma di attenzione per l’interlocutore:

“Nei giorni scorsi ho incontrato Taviani, in treno. Ha 84 anni, era solo, andava in giro con entusiasmo per la campagna elettorale. Mi ha detto: ‘Sono tornato in trincea, per l’Ulivo, perché ho paura dell’autoritarismo’” (Famiglia Cristiana, 24 aprile 1996, p. 26)

“Una signora mi ha detto: ho 40 anni, quindi voto per il Polo, quando ne avrò 50 voterò per lei” (Il leader del centrosinistra ha commentato, in polemica con gli avversari: “Ecco come hanno fatto diventare l’Italia, si pensa solo alla convenienza immediata, adesso mi serve l’egoismo, poi mi servirà la pensione…”) (La Repubblica, 15 aprile 1996, p. 4).

Un ulteriore esempio si trova nella produzione discorsiva di Walter Veltroni: “Un giorno a Piazza Vittorio a Roma si avvicina a me un ragazzo. Dice: sono di destra ma stavolta voto per lei, perché non urla” (La Repubblica, 4 aprile ’96, p. 4).

L’importanza dello stile di comunicazione attento viene spesso riconosciuta nell’autobiografia di Bill Clinton:

“Wally DeRoeck, che era stato il responsabile delle mie campagne nel 1976 e 1978, affermò che ero stato così preso dalla mia carica di governatore che avevo smesso di pensare a tutto il resto. Mi disse che dopo essere diventato governatore non gli avevo più chiesto dei suoi bambini neanche una volta. Il mio amico George Daniel, che gestiva un negozio di ferramenta a Marshall, su in collina, con un linguaggio più rude mi ribadì lo stesso concetto: ‘Bill, la gente pensava che eri un coglione!’ […] Se la gente pensa che hai smesso di ascoltarla, sei finito”

“Girammo lo spot a New York […] Dicevo agli elettori che subito dopo la mia sconfitta avevo voluto viaggiare per tutto lo Stato e parlare con migliaia di cittadini; mi avevano confermato che avevo fatto delle cose buone ma anche grandi errori, fra cui l’aumento delle tasse automobilistiche  […] Se mi avessero dato un’altra possibilità sarei stato un governatore che dalla sua sconfitta aveva imparato che ‘non si può comandare senza prima ascoltare’”

“Verso la fine di quasi tutte le mie campagne presenziai al turno di mattina della fabbrica della Campebell’s Soup di Fayetteville […] Nel 1982 faceva freddo e pioveva e quando cominciai a stringere mani era ancora buio […] Imparai molte cose in quelle buie mattine. Non dimenticherò mai la scena di un operaio che accompagnava sua moglie. Quando si aprì la portiera del pickup, vidi che seduti in mezzo a loro c’erano tre bambini. L’uomo mi disse che dovevano svegliarli alle quattro meno un quarto ogni mattina. Dopo aver accompagnato sua moglie al lavoro, li lasciava da una baby-sitter che li avrebbe accompagnati a scuola, perché lui doveva andare a lavorare alle sette”

“Alla fine del 1986 […] mi ritrovai a chiacchierare con un uomo anziano evidentemente pieno di acume. Alla fine gli domandai: ‘Senta, ma lei quanti anni ha?’ Rispose: ‘Ottantadue’. ‘Quando si è unito a questa Chiesa?’. ‘Nel 1916’ disse. ‘Se dovesse dirmelo con una sola frase, che differenza trova fra il nostro Stato di oggi e quello del 1916?’. Rimase in silenzio un momento, poi disse: ‘Governatore, è una domanda facile. Nel 1916, quando mi alzavo la mattina sapevo cosa sarebbe successo, ma oggi, quando mi alzo la mattina non ho la minima idea di cosa accadrà’. Questa è una spiegazione in una sola frase di che cosa è accaduto all’America ed è altrettanto buona di quella che può dare Lester Thurow”

“Imparai molto ascoltando le domande della gente in quei comizi cittadini e in altre tappe della campagna. Una coppia di anziani, Edward e Annie Davis, mi disse che spesso dovevano scegliere tra comprare le medicine di cui avevano bisogno e il cibo. Una studentessa delle superiori raccontò che il padre disoccupato provava una tale vergogna che non riusciva a guardare in faccia i familiari a cena e teneva la testa bassa. Incontrai dei veterani nelle sale dell’American Legion e scoprii che erano più preoccupati del deterioramento dell’assistenza sanitaria negli ospedali della Veterans Administration che interessati alla mia opposizione alla guerra del Vietnam. Fui particolarmente commosso dalla storia di Ron Machos, il cui figlio Ronnie era nato con un problema cardiaco. Aveva perso il lavoro a causa della recessione e non riusciva a trovarne un altro con un’assicurazione medica che coprisse le ingenti spese che doveva affrontare” (3).

Alberto Cattaneo e Paolo Zanetto considerano “l’orientamento al mercato” come un asset basilare dell’ex presidente statunitense. Secondo loro, “il fatto straordinario di un uomo come Bill Clinton è la capacità di mettere al centro delle sue attenzioni l’elettore. Non gli ‘elettori’, un concetto simile alle statistiche di un sondaggista. Clinton è sempre stato vicino al singolo elettore, alla persona a cui stringeva la mano in campagna elettorale, ai cittadini qualunque che incontrava per le strade […] La ricerca del contatto con l’elettore è sempre stata una spinta fondamentale per Clinton durante le campagne elettorali. Alcuni collaboratori lo ricordano in giro per le strade nevose del New Hampshire la sera del voto alle primarie, nel gelo di febbraio, convincendo gli elettori ad andare a votare, ovviamente per lui” (4).

Nel romanzo Colori primari, l’io-narratore così presenta il protagonista Jack Stanton, che possiamo facilmente identificare in Bill Clinton (è il governatore di un piccolo stato del Sud, impegnato nella campagna per la presidenza degli Stati Uniti): “Con la gente era adorabile: distribuiva a tutti le sue strette di mano pregnanti, ascoltava la loro storia, aveva anzi un talento particolare – no, era più che un talento: era qualcosa di più profondo, di più intimo e rispettoso – per far capire che li aveva ascoltati e capiti e che di loro gli importava. Non usciva mai da una sala (in quei primi mesi erano quasi sempre sale piccole) senza aver imparato il nome di tutti i presenti, persone di cui poi si sarebbe ricordato”.

E più avanti racconta: “Mi trascinò per un corridoio, fino all’ufficio del procuratore generale. ‘Qui comanda Jim Bob Simmons, che non è neanche malaccio’, mi spiegò. ‘Ma ti voglio presentare il vero cervello della ditta. Ohilà, Betty’, disse alla segretaria, una bianca scialba con un paio di occhialoni a farfalla, sfiorita troppo presto. ‘La tua mamma s’è rimessa in piedi?’. ‘Altroché’, rispose lei imperturbata, come se lì fosse pieno di governatori che passavano a chiederle come stesse sua madre. ‘Ma la chemioterapia è stata brutta’. Stanton si fermò, si accovacciò accanto alla donna e le prese la mano. ‘Ma adesso sta bene?’. ‘Così dicono’. ‘E allora sarà vero’, disse lui, agguantando un paio di biscotti dal cassetto semiaperto della sua scrivania. ‘Non si sa mai. Tua madre va a messa?’. ‘Tutte le domeniche’. ‘E tu l’accompagni?’. Betty esitò. Stanton le strinse la mano. ‘Senti, tesoro, pensaci un po’ su… cerca di accompagnarcela. Specie adesso. Vedi se dei bambini si può occupare tuo marito… Ray, giusto?’. Lei annuì e cominciò a confidarsi. ‘Ma vede, governatore, lui ha tanto da fare… guida i TIR, sa. E sabato sera, quando rientra, è stanco morto’. ‘Eh già, è un problema’, disse Stanton, tirandola a sé e dandole un bacio delicato sulla tempia. ‘Ma tu pensaci lo stesso. Per tua madre sarebbe importante. Magari i bambini li porti all’oratorio, o li lasci da un’amica…’” (5).

Pure Barack Obama propende per uno stile di comunicazione attento. Infatti, a proposito del suo rapporto con la gente, sia prima, sia dopo la sua elezione al Senato degli Stati Uniti, ha scritto:

“Ho ascoltato persone parlare del loro lavoro, degli affari, della scuola locale; del risentimento sia contro Bush sia contro i democratici; dei loro cani, del mal di schiena, dei ricordi di guerra e della loro infanzia. Alcuni avevano teorie ben elaborate per spiegare il declino del settore manifatturiero o l’alto costo della sanità. Alcuni recitavano ciò che avevano sentito dal conduttore televisivo filorepubblicano Rush Limbaugh o alla radio pubblica nazionale. Per la maggior parte, tuttavia, erano troppo occupati con il lavoro e i figli per prestare molta attenzione alla politica e parlavano invece di quello che li toccava da vicino: un impianto chiuso, una promozione, una bolletta del riscaldamento troppo salata, un parente in una casa di cura, i primi passi di un figlio”

“Uno dei miei compiti preferiti da senatore è partecipare agli incontri municipali. Ne ho tenuti trentanove nel mio primo anno al Senato, tutti in Illinois […] Rispondo alle persone che mi hanno mandato a Washington […] Spesso mi sorprendono: accade che nel mezzo della campagna rurale una giovane donna dai capelli biondi si lanci in un appello appassionato per l’intervento in Darfur, o che un anziano signore di colore di un quartiere povero mi faccia domande sulla conservazione del suolo […] E a volte qualcuno, avvicinandosi, mi confida di avere grandi speranze per me, ma di essere preoccupato che Washington mi cambi e che io finisca come tutte le persone al potere. Per favore, rimanga la persona che è, mi dicono. Per favore, non ci deluda”.

Nella medesima opera possiamo leggere: “Il traffico verso l’aeroporto O’Hare era terribile, quando vi arrivai il volo per Memphis era in ritardo e un bambino mi versò del succo d’arancia su una scarpa. Poi, mentre aspettavo in coda, mi si avvicinò un uomo fra i trenta e i quarant’anni, vestito con pantaloni kaki e una maglietta da golf, esprimendo la speranza che quest’anno il Congresso facesse qualcosa per la ricerca sulle cellule staminali. ‘Ho il morbo di Parkinson allo stato iniziale’ mi disse ‘e un figlio di tre anni. Probabilmente non riuscirò mai a giocare a nascondino con lui. So che per me può essere troppo tardi, ma non c’è motivo per cui qualcun altro debba passare quel che sto passando io’. Queste sono le storie che ci si perde, pensai tra me e me, quando si vola su un jet privato” (6).

Riguardo all’esigenza di entrare in relazione con individui comuni per conoscere la realtà direttamente da loro, nella sua autobiografia Bill Clinton ha esposto un’analoga riflessione: “È facile per un politico, in questo mondo dominato dai massmedia, ridurre le elezioni alla raccolta dei fondi, ai raduni, alla pubblicità e a un paio di dibattiti. Tutto ciò può essere sufficiente perché gli elettori facciano una scelta intelligente, ma i candidati in questo modo non si rendono conto del mondo reale, comprese le difficoltà di gente che non ce la fa ad andare avanti e dà il meglio di sé per amore dei figli” (7).

Pure negli interventi fatti durante la campagna per le presidenziali del 2008, spesso emerge l’interesse di Barack Obama verso quanto lo circonda:

“Mi accorsi che i problemi della gente non erano di natura strettamente locale, che la decisione di chiudere un’acciaieria veniva presa da dirigenti lontani […] È stato in quei sobborghi che è avvenuta la mia vera formazione, e ho imparato il vero significato della mia fede cristiana […] Sono arrivato a capire che i nostri beneamati diritti alla libertà e all’uguaglianza dipendono dalla partecipazione attiva di un elettorato consapevole […] È stato qui, a Springfield, che ho visto che tutto ciò che è America tende a confluire”

“È stato qui a Springfield che ho riconosciuto la fondamentale dignità del popolo americano, e mi sono convinto che, grazie a questa dignità, possiamo costruire un’America più fiduciosa”

“Ho parlato agli americani di ogni angolo del paese, uomini e donne che amano la patria e che si chiedono perché abbiamo permesso che la nostra immagine nel mondo si deteriorasse così tanto e in così poco tempo”

“Nella vita ho imparato che si può tenere fede ai propri principi anche quando si tenta un contatto con chi non sempre la pensa come noi” (8).

Durante le primarie democratiche, Barack Obama ha adottato uno stile di comunicazione attento, perfino parlando con un inviato straniero: “‘Giornalista italiano, ti piace la campagna elettorale come la facciamo qui in America?’. Beh, è diversa dalle nostre: più spettacolare, lunga, capillare. E il denaro qui conta molto di più. Lei ha appena battuto il record nella raccolta di fondi, superando anche Hillary Clinton. Capisco che è importante, ma i giornali la presentano come una grande vittoria politica… ‘Sai perché? Perché questi soldi non vengono dalle grandi corporation, dalle lobby di Washington. A me i soldi arrivano dalla gente. Il 90 per cento dei versamenti è di cento dollari o meno. Duecentocinquantamila persone hanno già contribuito alla mia campagna. Un quarto di milione, ti rendi conto?’. Sì, sì. Chissà quanto raccoglierà da noi Veltroni, il nuovo leader della sinistra italiana. ‘Ah Veltroni! Lo conosco bene, un politico davvero in gamba. E un bravo sindaco di Roma. Secondo te la spunta alle elezioni?’. Non è che voglia davvero un parere. Barack Obama sta semplicemente applicando, anche con un giornalista, il suo schema di comunicazione: fai domande al tuo interlocutore, fagli sentire che per te quello che pensa è importante e poi – capito chi è e che cosa fa – trova il modo di compiacerlo (‘Italiano? Beati voi. Io l’ultima volta sono stato a Firenze. Due settimane. Mai mangiato così in vita mia. Indimenticabile’)” (9).

E in Gran Bretagna? Dopo essere stato rieletto premier, nelle consultazioni del 5 maggio 2005, Tony Blair osservò: “La grande cosa delle elezioni, la cosa importante, è che si può andare in giro settimana dopo settimana e parlare con la gente”. Effettivamente “ho ascoltato e ho imparato. Penso di avere un’idea molto chiara di che cosa il popolo britannico, ora, si aspetti da questo governo al suo terzo mandato” (10).

In Italia, nel corso della campagna elettorale del 1996, Romano Prodi manifestò una propensione al contatto diretto con gli individui comuni per essere informato su ciò che ci circonda. In due diverse circostanze disse: “Preferisco andare in mezzo alla gente, per capire i veri problemi” (Corriere della Sera, 10 aprile 1996, p. 5) e “Per un anno, con il mio pullman […] ne ho potuto capire e imparare tante di cose […] Sono andato in mezzo alla gente per affrontare i problemi” (Corriere della Sera, 19 aprile 1996, p. 5).

La necessità di conoscere personalmente una situazione era stata già espressa pure da Bettino Craxi in un discorso tenuto a Udine il 26 ottobre 1984, nel quale l’allora presidente del Consiglio aveva detto: “Io sono molto diffidente verso le statistiche e quindi preferisco farmi una idea diretta perché tante volte nelle statistiche si leggono delle realtà molto imprecise. A me piace vedere, attraversando i paesi, come è vestita la gente, in che condizioni sono i bambini, come sono le case, se le strade sono pulite, quante aziende si incontrano e se danno una immagine di buona salute o meno e se ci sono tanti camion che trasportano le merci” (11).

Lo stile di comunicazione attento è utile, perché in qualche modo assicura agli elettori un’azione di governo corrispondente a esso da parte di chi lo mette in pratica. Infatti, come hanno rilevato Roberto Grandi e Cristian Vaccari in un lavoro sulle elezioni comunali bolognesi del 2004, “la campagna elettorale di Cofferati, basata sull’ascolto dei cittadini e sulla partecipazione allargata alle sue varie fasi, può essere letta come il tentativo, riuscito, di mostrare concretamente lo stile di amministrazione da adottare una volta eletto”. Inoltre “gli incontri elettorali sono anche occasioni di raccolta di opinioni e di storie personali”. I due autori hanno ricordato i seguenti casi:

“Un’anziana signora mi diceva questa mattina a San Donato che non può camminare, ha delle difficoltà, abita in una casa per la quale deve fare due piani di scale a piedi e per lei è diventato difficile uscire di casa, anche per le cose più semplici. Voi sapete che sono tanti gli anziani di Bologna in queste condizioni e se rimangono queste condizioni il loro rapporto con la città diventa sempre più flebile, tendono a chiudersi in casa, a non uscire, diventano prigionieri di quello che è il male moderno peggiore: la solitudine. Bologna deve pensare agli anziani, ai disabili, con l’affetto che meritano, per assistere coloro che hanno bisogno a casa”

“L’altra mattina al mercatino della Cirenaica un gruppo di mamme mi diceva delle loro sofferenze. Mi raccontava una mamma di come nella scuola materna, per guadagnare un po’ di spazio, hanno ammucchiato i lettini dei bimbi contro il muro e i bambini non possono più salire sui lettini di lato, quando vanno a dormire, come si usa normalmente. Il bimbo che dorme nell’ultimo lettino lo deve raggiungere a gattoni superando tutti gli altri letti. Ma vi pare possibile che questo capiti oggi a Bologna? Purtroppo sì, ma è la spia di una condizione che Bologna deve conoscere e risolvere positivamente” (12).

Per entrare in contatto con l’elettorato è bene organizzare i cosiddetti “forum partecipativi”. Rispondendo a una domanda su di essi, la socialista francese Ségolène Royal, che era appena divenuta presidente della regione del Poitou-Charentes, ha spiegato: “A Porto Alegre, in Brasile, funzionano da anni, e in campagna elettorale si sono dimostrati utili anche tra Poitiers e La Rochelle. Invece dei comizi, ho chiesto alla gente di venire a confidarmi lamentele e speranze. Negli ultimi mesi credo di avere parlato con 50 mila persone. Esci da queste riunioni stremata. Ma alla fine conosci il territorio. E vinci le elezioni” (13).

Nel settimanale il venerdì di Repubblica possiamo leggere: “Rispondo a tutti, anche con dei ‘no’, ma rispondo a tutti. Chi fa politica deve sempre prima ascoltare. E poi rispondere”. A parlare è Federico Romeo, che viene presentato così: “Geometra, 26 anni, Pd, una tesi in Diritto amministrativo che scrive di notte, è il più giovane presidente di municipio nella storia del decentramento di Genova. E quando è venuto giù il ponte Morandi è stato tra i primi a correre in strada a bloccare il traffico. In questi giorni dalla strada del suo municipio, la Val Polcevera, lui non si allontana”. Mentre cammina in compagnia dell’autrice dell’articolo, incontra alcuni cittadini: si passa dalle domande (“Presidente, mia figlia è diabetica, dove le prendiamo le medicine ora che siamo isolati?”) agli inviti (“Federico vieni a cena da noi, domani?”) alle richieste (“Romeo, scusi, mi manda Aster [l’azienda che si occupa della manutenzione stradale] a tappare tre buche davanti al portone?”) e si torna alle domande (“Fede, lo hai chiamato tu il parroco per la fiaccolata sotto il ponte?”). Intanto “stringe mani, litiga con un consigliere municipale di Forza Italia ma alla fine si sorridono, chiama sull’altro marciapiede ‘Silvana! Salutami Matteo’”.

La vicenda che ha per protagonista Federico Romeo, può essere considerata un case study su come affrontare la crisi del Partito democratico, scaturita dalla sconfitta alle elezioni del 4 marzo 2018. Una possibile soluzione è nella relazione di prossimità: “La politica deve sapere dove andare […] Ma la politica deve sapere anche dove stare. Al fianco delle persone: non più lontano di due, tre millimetri” (14).

NOTE

(1) “Empatia: prove tecniche di Theresa May e buone pratiche dei presidenti americani”, pubblicato il 4 novembre 2016.

(2) Nel loro Sapersi esprimere. La competenza comunicativa (Giuffrè, 1991), alle pp. 130-131, Luisella De Cataldo Neuburger e Guglielmo Gulotta riportano una tassonomia degli stili di comunicazione, che si deve a R. Norton (Communicator style: theory, applications and measures, 1983), nella quale è compreso quello definito “attento”.

(3) BILL CLINTON, My Life, Mondadori, 2004, pp. 305, 315, 323, 348-349, 406-407).

(4) ALBERTO CATTANEO, PAOLO ZANETTO, Elezioni di successo. Manuale di marketing elettorale, Etas, 2003, p. 252.

(5) ANONIMO, Colori primari, Garzanti, 1996, pp. 47, 48-49.

(6) BARACK OBAMA, L’audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo, Rizzoli, 2007, pp. 22-23, 111-112, 199-200.

(7) BILL CLINTON, op. cit., p. 323.

(8) BARACK OBAMA, La promessa americana. Discorsi per la presidenza, Donzelli, 2008, pp. 4, 5, 122, 125.

(9) MASSIMO GAGGI, “Camicia bianca e tre adesivi, il fascino e il mestiere di Obama”, in Corriere della Sera, 4 luglio 2007, p. 15.

(10) FRANCESCO BATTISTINI, “La lezione di Blair: ‘Ho ascoltato e ho imparato’”, in Corriere della Sera, 7 maggio 2005, p. 3.

(11) Riportato in PAOLA DESIDERI, Il potere della parola. Il linguaggio politico di Bettino Craxi, Marsilio, 1987, pp. 95-96.

(12) ROBERTO GRANDI, CRISTIAN VACCARI, Cofferati Anch’io. Un anno di campagna elettorale a Bologna, Baldini Castoldi Dalai, 2004, pp. 21 e 100-101.

(13) Riportato in Corriere della Sera, 30 marzo 2004, p. 10.

(14) MICHELA BOMPANI, “Sul ponte sventola la bandiera di Federico”, in il venerdì di Repubblica, 14 settembre 2018, pp. 48-49.