pubblicato il 3 Settembre 2019 - scritto da Francesca Rigotti

Perché è importante l’analisi del lessico di Mussolini

Le parole di Mussolini sono ritornate in auge. Lo evidenzia David Bidussa nella sua antologia «Me ne frego», che raccoglie articoli e discorsi

Scritto da Francesca Rigotti per la Domenica del Sole 24 Ore

Un senso di rispetto per la storia e le sue tragedie, e anche un minimo di bon ton avevano finora trattenuto l’uso pubblico di termini e motti del fascismo; alcuni semplicemente famosi, altri famigerati: dall’innocente quanto impropriamente usato «bagnasciuga» a «molti nemici molto onore» (già presente in latino); dalla «vittoria mutilata» al volgare «me ne frego», fino alla terribile definizione della libertà quale «corpo più o meno decomposto» sul quale il fascismo passerà sopra tranquillamente, dichiarava Benito Mussolini, giacchè «la libertà non è un fine, è un mezzo» (in «Gerarchia», marzo 1923).

Oggi invece tali e simili espressioni linguistiche, nonchè alcuni motivi teorici costituenti del fascismo mussoliniano, vengono ripresi con grande disinvoltura e ben poco ritegno: lo fa notare David Bidussa, saggista e scrittore, in questa concisa antologia di testi fondativi del lessico mussoliniano, preceduti e illuminati da una sua acuta introduzione. Si tratta di quattro passi di articoli e discorsi composti tra il 1914 e il 1927 che formano il palinsesto sul quale si fonda la sostanza del linguaggio di Mussolini, ma che esprimono anche «il “credo” politico e la memoria collettiva che sanciscono il patto tra governanti e governati nella storia italiana» e che in alcuni casi sono tornati a  circolare, anche se questo – ci dicono – non è il fascismo che sta tornando (lo affermano in molti e lo ripete Bidussa, ma ne siamo davvero sicuri?).

I termini, i temi e le immagini individuati dal curatore sono qui in particolare: l’elogio della teppa; l’antipolitica di quello che si definiva non un partito ma un movimento; la rappresentazione di sé come Italia dove gli avversari politici sono Antitalia; il sovranismo e il nazionalismo economici; l’elogio della razza e della famiglia con relativa sottomissione delle donne confinate nell’ambito riproduttivo.

Della retorica fascista della famiglia fa parte, oltre all’elogio della prolificità, anche l’esaltazione della giovinezza glorificata nel canto omonimo, e della frugalità e sobrietà di vita, dove il motivo ispiratore è la povertà virtuosa; terreno fecondo, in tale contesto, per la nascita di molti figli che produrranno una densa popolazione giovane, sana, battagliera e pari in valore militare agli antichi romani (e via col mito della romanità, altro caposaldo del fascismo italiano). Tracce di questa retorica si ritrovano negli improperi lanciati da Matteo Salvini nei confronti della capitana della nave Sea Watch (a proposito di capitani, a loro Rackete, a «noi» Schettino…). Dunque Carola Rackete viene definita una sbruffoncella (una giovane sbruffona, perchè per le donne la giovinezza in ambito lavorativo è demerito, è mancanza di senno ed esperienza, di cui disporrebbero invece i coetanei Luigi Di Maio o Sebastian Kurz); poi bianca ma soprattutto, ecco il punto, ricca. Non ricca rispetto ai migranti, come Rackete ha voluto qualificarsi, ma ricca e basta, una ricca tedesca annoiata e debosciata, rispetto agli Italiani poveri, virtuosi e potenzialmente prolifici (di fatto tutto il contrario, ma forse qualche energica campagna propagandistica farà invertire la tendenza).

Le affinità tra ieri e oggi insomma non mancano, se si pensa anche a un ulteriore esempio, presente nei passi evidenziati da David Bidussa, e tratto dal Discorso di Mussolini a Pesaro nel 1927: qui il popolo, termine con forte retrogusto fascista, avrebbe dovuto ribadire la propria sovranità con il blocco della lira a «Quota 90». Una battaglia economica che si sarebbe rivelata catastrofica ma che avrebbe riconfermato gli Italiani, si perdoni l’anacronismo, «padroni a casa loro».

Benito Mussolini, «Me ne frego»,  a cura di David Bidussa, Milano, Chiarelettere 2019, pp. 108.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Sole 24 Ore domenica 28 luglio 2019. Abbiamo avuto il permesso della testata per pubblicarlo su perlaretorica.it