pubblicato il 2 Giugno 2020 - scritto da Giorgio Matza

Personificazione e prosopopea nella comunicazione politica e nella pubblicità

Da Renzi a Churchill, passando per Craxi, la prosopopea e la personificazione sono tra le figure retoriche più amate dai politici. Ma anche dai pubblicitari.

“Pensiamo di onorare quella gente di Bergamo e di Brescia che non c’è più e ci avrebbe detto, se avesse potuto parlare: ‘Ripartite anche per noi’, perché ha fatto della vita, in tutti i momenti, un’occasione di sacrificio e di fatica”. È un passaggio dell’intervento in Senato di Matteo Renzi, il 30 aprile, sull’informativa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte riguardo alla “fase 2” dell’emergenza sanitaria (1).

Tale affermazione ha suscitato qualche polemica. Ma il nostro interesse attiene esclusivamente all’analisi retorica. La dichiarazione del senatore democratico si basa su alcuni procedimenti peculiari della disciplina con cui si persegue l’efficacia della comunicazione. Osserviamo subito la presenza dell’argomento d’autorità, il quale – lo ricordano Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca – “si serve degli atti o dei giudizi di una persona o di un gruppo di persone come mezzo di prova in favore di una tesi”. Proclamiamo dunque le “nostre credenze, facendole sostenere dall’autorità di persone autorevoli” (2): nello specifico, “quella gente di Bergamo e di Brescia che […] ha fatto della vita, in tutti i momenti, un’occasione di sacrificio e di fatica”.

Nel caso appena citato, l’argomentazione si attua attraverso la figura della prosopopea. In generale, per Pierre Fontanier, “consiste nel mettere in certo qual modo in scena gli assenti, i morti, gli esseri soprannaturali o anche gli esseri inanimati, nel farli agire, parlare, rispondere secondo le proprie intenzioni; o almeno nell’assumerli come confidenti, testimoni, garanti, accusatori, vendicatori, giudici ecc.” (3).

La stessa associazione dei due elementi della retorica si trova in un discorso di Bettino Craxi: “Io credo che se tutti gli uomini della Resistenza, da coloro che sono caduti per restituirci la libertà a coloro che portarono lo spirito della Resistenza nella nuova Italia democratica e repubblicana, io dico che se tutti questi uomini benemeriti della patria potessero oggi guardarci, essi sarebbero contenti di ciò che gli italiani hanno fatto in questi quaranta anni; e forse non capirebbero molto gli eccessi di faziosità che tuttora invadono la nostra vita politica, lo spirito di violenza che ancora sta dentro la nostra società”.

Paola Desideri ha rilevato che “il parlante si pone come interprete dei giudizi e delle valutazioni di attanti, in un certo senso superiori, collocati fuori del circuito comunicativo propriamente detto, con i quali però vuole istituire un legame ideale” (4).

La constatazione della linguista italiana è pertinente anche per quanto asserito da Bill Clinton al raduno della Church of God in Christ, a Memphis, nel 1993: “Se Martin Luther King riapparisse qui al mio fianco oggi e ci consegnasse la pagella dei nostri ultimi venticinque anni, cosa ci direbbe? Avete fatto un buon lavoro, direbbe, votando ed eleggendo uomini e donne che prima non potevate eleggere a causa del colore della loro pelle… Avete fatto un buon lavoro, direbbe, lasciando che la gente che può farlo viva dove vuole e vada dove vuole, in questo grande paese… E direbbe che avete fatto un buon lavoro creando un ceto medio di neri… in aperta capacità di crescere. Ma, ci direbbe, non sono vissuto e morto per vedere distrutta la famiglia americana. Non sono vissuto e morto per vedere dei tredicenni impugnare armi automatiche e uccidere bambini di nove anni, solo per vedere che effetto fa. Non sono vissuto e morto per vedere i giovani distruggere le loro vite con le droghe, per poi costruirsi fortune distruggendo le vite di altri. Non è per questo che sono venuto qui. Ho combattuto per la libertà, direbbe, ma non per la libertà di uccidersi l’un l’altro in un momento di delirio sconsiderato, non perché i bambini siano liberi di procreare bambini e i padri dei bambini di andarsene e abbandonarli come se non contassero nulla. Ho lottato perché la gente avesse il diritto di lavorare, non per avere intere comunità abbandonate. Non è per questo che sono vissuto e morto. Non ho combattuto perché i neri avessero il diritto di uccidere altri neri in un momento di delirio sconsiderato…” (5).

Liliana Segre non ha utilizzato direttamente la prosopopea; a essa si è comunque ispirata in alcuni passi del suo intervento al Senato, il 5 giugno 2018, per la fiducia al governo presieduto da Giuseppe Conte. La senatrice a vita si è definita “una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia, che porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare in qualche modo la parola a coloro che ottant’anni orsono non la ebbero, a quelle migliaia di Italiani, 40 mila circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società, la persecuzione che preparò la shoah italiana del 1943-45 e che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano. Soprattutto si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento. Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri. In quei campi di sterminio altre minoranze, oltre agli Ebrei, vennero annientate. Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti” (6).

La formulazione di un’ipotesi, impiegata da Renzi, Craxi e Clinton, contraddistingue le headline di due annunci pubblicitari, nelle quali addirittura viene coniugato lo stesso verbo:

“Se l’Intelligenza Artificiale potesse sognare, sognerebbe la nuova Audi A5”

“Se un televisore potesse sognare, sognerebbe La7”.

Ad accomunare i passaggi dei discorsi dei politici e i titoli delle pubblicità è un particolare tópos (7), classificabile fra gli exempla ficta (“esempi fittizi”, “casi immaginari”) (8).

Ulteriori occorrenze della prosopopea, in cui la parola viene data di volta in volta a persone o a cose personificate, sono ricavate dal dibattito politico:

Walter Veltroni: “Un’opposizione che voglia davvero proporsi come alternativa di governo ha il dovere di dire sempre: ecco, se fossimo noi nella stanza dei bottoni, faremmo questo e quest’altro” (Panorama, 2 dicembre 1994, p. 20).

Mino Martinazzoli (allora sindaco di Brescia): “Un eccesso nei leader politici di opposizione offre una serie di alibi infiniti a questa maggioranza, che se ne va in giro a dire che non governa perché non la lasciano governare, che ci sono le congiure, i complotti” (la Repubblica, 6 dicembre 1994, p. 6).

Silvio Berlusconi (Prima Assemblea nazionale di Azzurro Donna, 1999):

“Quell’imprenditore che mi diceva: Be’ siamo riusciti nonostante tutto a produrre”

“Il corpaccione antico del PCI-PDS-DS […] ha fatto questo ragionamento: adesso che abbiamo messo le mani sul potere, ma siamo matti a perderlo anche in parte soltanto, trasferirlo alle Regioni, alle Province, ai Comuni?”

“Quando parli con loro ti dicono: ma lei in tutti questi mesi ha mai sentito qualcuno di questi politici […]”

“E non si dice: ‘io sono obbligato a darti servizi che funzionano. No, io sono lo Stato, tu il cittadino, io ti chiedo le imposte […] tu devi solo pagare’”.

In letteratura, un modello esemplare del procedimento in questione è costituito dal carme “In morte di Carlo Imbonati” di Alessandro Manzoni. Il poeta racconta la comparsa in sogno dell’uomo, da poco deceduto, che aveva convissuto con sua madre e riferisce un dialogo con lui. Però, al di là dell’argomento elevato e del tono solenne, è possibile ricorrervi perfino ironicamente come in un commento di Massimo Gramellini:

“Sono la carcassa di un’auto finita in una scarpata tra Olbia e Tempio Pausania. Mi trovo in questo stato dal novembre di sei anni fa, quando un’alluvione investì la Sardegna e la strada mi mancò sotto le ruote. La persona che era con me è ancora viva grazie a cinque interventi chirurgici. Ma, accanto alla mia, giace un’altra carcassa: a bordo erano in tre e non si è salvato nessuno […] La Guardia di Finanza ha scritto alla mia conducente miracolata e all’orfano delle persone dell’altra auto per invitarli a pagare il carro attrezzi e la rottamazione […] Un braccio dello stesso Moloch burocratico che non ha saputo tenere la strada in buone condizioni, e che dopo sei anni non l’ha ancora sistemata né ha concesso un euro di risarcimento alle vittime, ha pensato bene di addossare l’onere di toglierci di mezzo ai sopravvissuti […] Conosciuta la storia, un’officina si è offerta di portarci via gratis. Così me ne vado al cimitero delle auto con questa domanda: fino a quando il cuore dei privati continuerà a supplire all’ottusità impersonale dello Stato?” (9).

Evidentemente non si sarebbe raggiunto il medesimo risultato con un articolo semplicemente informativo. Nello specifico, si esprime una condanna (dell’“ottusità impersonale dello Stato”) e la solidarietà (nei confronti di una “persona ancora viva grazie a cinque interventi chirurgici” e di un “orfano”), che diventano più incisive attraverso la peculiare forma linguistica, della quale stiamo trattando. Essa può essere classificata fra le figure della presenza, avendo “per effetto di rendere attuale alla coscienza l’oggetto del discorso” (10).

Alcuni studiosi di retorica impiegano i termini “prosopopea” e “personificazione” come sinonimi. Ma c’è chi, per mezzo di essi, indica due concetti diversi, che – l’ha precisato Pierre Fontanier – non vanno confusi, per quanto qualche volta sia difficile distinguerli. “La personificazione consiste nel fare di un essere inanimato, insensibile, o di un essere astratto e puramente ideale, una specie di essere reale o fisico, dotato di sentimento e di vita, in definitiva ciò che si chiama una persona” (11).

Nella comunicazione politica spesso l’oggetto personificato è il Paese e non sempre ce ne rendiamo conto, perché tale formula è ormai entrata nell’uso comune. Nella campagna elettorale del 1996, Romano Prodi si disse sicuro di un successo dell’Ulivo, “perché l’Italia seria e moderata starà con noi” (Corriere della Sera, 18 febbraio 1996, p. 3), mentre “una vittoria del Polo verrebbe pagata a prezzo altissimo dall’Italia” (Corriere della Sera, 20 feb­braio 1996, p. 3). Inoltre parlò della “prospettiva di un’Italia che costruisca il suo futuro e il suo benessere utilizzando la grande, straordinaria e già provata risorsa dell’accordo, dell’alleanza” (La Repubblica, 28 marzo 1996, p. 2).

Silvio Berlusconi invece si rammaricò: “Questo paese […] ha ereditato una montagna di debiti” (La Repubblica, 25 febbraio 1996, p. 2). Ma “l’Italia è ancora un bell’atleta, in grado di ottenere ottime performances. I nostri avversari, al contrario, la giudicano già in pensione” (Corriere della Sera, 24 marzo 1996, p. 2).

Walter Veltroni raccontò: “Abbiamo conosciuto l’Italia che soffre” (Corriere della Sera, 19 aprile 1996, p. 4).

Cinque anni dopo il leader del centrodestra descrisse l’Italia “umile e tenace, orgogliosa e onesta, moderata ma ferma nel difendere i principi di libertà, che non ha nessun passato da nascondere e che soprattutto non ha paura di sperare e di credere” (“Una storia italiana”, numero speciale di Linea Azzurra, marzo 2001, p. 1).

Il candidato del centrosinistra alla Presidenza del Consiglio, nelle elezioni del 1996, addirittura personificò il movimento delle contrattazioni:

“I mercati si fidano di noi, hanno già sperimentato i danni di Berlusconi al governo” (La Repubblica, 23 marzo 1996, p. 6)

“I mercati credono in noi” (Corriere della Sera, 13 aprile 1996, p. 3)

“I mercati internazionali sono terrorizzati dal pericolo che il Polo possa vincere” (Famiglia Cristiana, 24 aprile 1996, p. 26).

In un’altra occasione, Massimo D’Alema osservò che “il terrorismo e la stessa mafia possono camminare a braccetto” (Corriere della Sera, 28 maggio 1993, p. 5).

Giuliano Ferrara, a proposito del governo Berlusconi, del quale era ministro per i rapporti con il Parlamento, affermò in maniera piuttosto incisiva: “Non è morto, ma ha una ferita di 38 centimetri, quasi uno squarcio sul petto, dal cuore all’ombelico, come dopo un intervento pericardico […] Se non è morto con questa ferita, vuol dire che la fibra è forte. E chi ha una fibra forte, con le tecniche cardiache, può anche vivere a lungo” (la Stampa, 23 luglio, 1994, p. 3).

Pure Benito Mussolini ricorreva alla personificazione:

“Il Fascismo è in piedi, intatto, con tutta la sua forza, ben deciso a respingere nel passato tutte le larve che al passato appartengono; ben deciso a porgere con animo assolutamente sincero l’olivo della pace, ma anche ben deciso a snudare la spada se l’olivo di pace non venisse accolto”

“Il popolo italiano è oggi in piedi più che mai” (12).

Tale figura retorica assume caratteri diversi. In quella impiegata da Ronald Reagan riguardo al debito pubblico americano, prevaleva il senso dell’umorismo: “È abbastanza grande da badare a sé stesso”.

La seguente asserzione, attribuita a John F. Kennedy, presentava un tono solenne: “Con le sue parole, Churchill mobilitò la lingua inglese e la spedì in battaglia”.

Il grande statista inglese, appena ricordato, raggiunse una notevole vivezza, quando rilevò: “Una bugia può fare mezzo giro del mondo prima che la verità indossi i pantaloni”.

Per non dire dell’icasticità, prodotta dal linguaggio parecchio colorito, con cui Umberto Bossi (che i grandi oratori lo perdonino!) rappresentò il movimento da lui fondato e a lungo guidato: “La Lega ce l’ha duro”.

Analogamente in pubblicità si assiste alla trasformazione di un prodotto in una persona. Ecco qualche esempio:

“Repubblica sveglia l’Italia”

“Voglio un’acqua […] che corra e salti” (acqua minerale Vera)

“La carezza della natura” (Palmolive)

“Sole Shiseido. Forte e protettivo” (Solari Shiseido)

“Flou ha rifatto il letto”

“La macchia scappa. Arriva Può” (Supercandeggina)

“Panda Cross non si spaventa davanti a nulla”.

Note

(1) face book.com/matteorenziufficiale, 30 aprile alle ore 12.37

(2) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 331.

(3) Pierre Fontanier, Les figures du discours, 1991, p. 404, riportato in Olivier Reboul, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 165.

(4) Paola Desideri, Il potere della parola. Il linguaggio politico di Bettino Craxi, Marsilio, 1987, pp. 52-53.

(5) Bill Clinton, My Life, Mondadori, 2004, pp. 600-601.

(6) YouTube – Speciale: il primo intervento nell’Aula di Palazzo Madama della Senatrice a vita Liliana Segre.

(7) Il plurale di tale vocabolo greco, tópoi (in italiano “luoghi”), designava originariamente le sedi, dove sono conservati gli argomenti (nel senso di prove portate a favore di una tesi). Si fa dunque riferimento alla loro presenza nella memoria collettiva.

(8) Sugli exempla ficta si veda Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Bompiani, 1991, p. 87.

(9) Massimo Gramellini, “La macchina umana”, in Corriere della Sera, 23 novembre 2019, p. 1.

(10) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 189.

(11) Pierre Fontanier, op. cit., p. 111, riportato in Olivier Reboul, op. cit., p. 165.

(11) Riportato in Giorgio Fedel, Saggi sul linguaggio e l’oratoria politica, Giuffrè, 1999, pp. 148-149.