pubblicato il 30 Dicembre 2019 - scritto da Cesare Sartori

Processo alla retorica

Qual è il rapporto tra retorica e giornalismo? La retorica può rendere più vivo e fedele il racconto dei fatti o può seppellirli sotto un mare di parole che puntano solo all’emozione? La risposta è che la retorica può fare entrambe le cose. Cesare Sartori*, autore di questo articolo, mette la retorica sul banco degli imputati

Retorica è una parola-contenitore che in italiano si materializza in 53 forme dette figure retoriche stando alla grammatica di Maurizio Dardano e Pietro Trifone (Zanichelli, 1985): da aferesi a zeugma, da paranomàsia a omoteleuto, da sineddoche a litote e così via. Alle quali si possono aggiungere: la prosopopea e la captatio benevolentiae. La retorica (ῥητορική τέχνη) è stata storicamente la nobile arte del parlare e dello scrivere secondo regole stabilite con lo scopo di persuadere, convincere, sedurre o divertire il pubblico ascoltatore o lettore: docere, movere, delectare. La definizione che se ne dette nell’antica Roma e poi nella cultura medievale e umanistica è quella di ars rhetorica (Cicerone la definiva anche vis oratoria o ratio dicendi). Oggi però il vocabolo retorica è adoperato spesso con valore negativo per indicare un modo di esprimersi o di scrivere artificioso, ornato, ampolloso, enfatico, iperbolico ma spesso privo di contenuti validi. Una pianta velenosa, la retorica, che alligna e si sta diffondendo a vista d’occhio soprattutto in campo giornalistico, e soprattutto in Italia. Ne era consapevole Alberto Savinio già nel 1943 (cfr. Sorte dell’Europa): «La retorica è un male endemico nel nostro Paese che inquina la nostra vita, la nostra politica, la nostra letteratura ed è una delle cause principali delle nostre sciagure».

Certo, non tutte le 53 figure retoriche elencate da Dardano e Trifone sono da guardare con sospetto o da considerare in modo negativo; alcune, facilitando la comprensione di un testo, vanno bene. Un po’ di retorica non guasta purché presa cum grano salis. Fa invece malissimo quando se ne abusa e viene utilizzata per scopi poco chiari o indicibili o diventa strumento, consapevole o meno, al servizio del potere, politico o economico o di altro tipo. Il giornalista dovrebbe avere un solo padrone: il lettore che ogni giorno compra il giornale. Il giornalista compie un servizio sociale; parlare e scrivere bene, come sosteneva il mio caporedattore Luciano Satta, è un dovere sociale: «Società infatti è anzitutto rispetto reciproco e un linguaggio decoroso e sano vuol dire rispetto di sé e degli altri». «Una stampa cinica e mercenaria – profetizzava Joseph Pulitzer -, prima o poi creerà un pubblico ignobile».

Se quelli sopra indicati – educare, muovere i sentimenti, dilettare – sono gli obiettivi del retore, quali sono invece compito e dovere del giornalista? Non sarà male tornare a ribadire i fondamentali della professione ripetendo che scopo e compito del giornalista non è scrivere una poesia o un racconto né il testo di un comizio o il soffietto pubblicitario di un prodotto o di un personaggio della politica, dell’economia o dello star system. Il giornalista non deve indossare l’elmetto né una divisa. E deve ricordarsi sempre che lui è un testimone non il protagonista. Scopo e dovere del giornalista è dare le notizie, cioè informare che è cosa del tutto diversa dal comunicare: l’addetto stampa, il pr, il televenditore comunicano; il giornalista informa. Quelli sì che hanno l’obiettivo di convincere e persuadere abbellendo, infiorettando, esagerando, ironizzando, amplificando perché devono «vendere» qualcosa: una batteria di pentole, una delibera di giunta o la promessa di un candidato alle elezioni.

Consapevole che un aggettivo sbagliato può rovinare la vita di una persona, il giornalista dovrebbe informare con serietà, rigore, precisione, completezza, coerenza, onestà e responsabilità (come sosteneva Pulitzer) mediando tra i fatti e i lettori, non fare letteratura o propaganda. Il lettore ha il diritto di essere informato con semplicità e chiarezza non educato, istruito o sollazzato. Nelle redazioni, soprattutto dei quotidiani, ai giovani apprendisti di bottega si raccomandava che scrivessero pensando che il loro lettore era il verduraio sotto casa. Edmondo Dietrich, che aveva appreso e affinato il mestiere nella redazione di «Paese Sera», guardava con giustificato sospetto ai narcisismi con cui troppi colleghi si calavano nei panni del grande inviato o della ‘grande firma’; capitava allora che si avvicinasse a costoro e li apostrofasse ironico: «Sai, caro, ho letto il tuo epinicio». E in quel vocabolo c’era tutto il suo disincanto e disprezzo per la bella frase, l’ornamento e le sviolinate. Del resto lo pensava anche Pulitzer quando nel 1904 scrisse che «uno sciocco il cui nome è preceduto da un’infinità di titoli, rimarrà sempre uno sciocco». E il corrierista Ugo Ojetti nella prima metà del ‘900: «Odio questo gran pennacchio su una testa tanto piccola, questa spada di Damocle sospesa su una pulce, questo gran spiedo per un passero, questo palo per impalare il buon senso, questo stuzzicadenti pel trastullo di bocche vuote, questo punteruolo da ciabattini, quest’asta della bestemmia, questo pugnalettaccio dell’enfasi, questa daga dell’iperbole, quest’alabarda della retorica».

Il direttore della svizzera «Neue Zürcher Zeitung» si rivolgeva così a ogni giovane praticante appena assunto: «Si ricordi: ogni frase ha il soggetto, il predicato verbale e il complemento oggetto. Punto. Se vuole usare un aggettivo venga prima da me e mi chieda il permesso». «Il fatto! – esclamava Mario Borsa, che concluse la carriera dirigendo il «Corriere della Sera» – Il fatto! Il lettore vuole sapere il fatto, diteglielo subito, non nascondetelo tra belle frasi e voli letterari, non obbligatelo a leggere una colonna di piombo per capire che è successo! La letteratura è la peste del giornalismo». Anche perché, come ricordava un altro grande giornalista come Mario Missiroli, non bisogna dimenticare che «il giornale dura soltanto mezza giornata, dopo è buono soltanto per avvolgerci il pesce; i capolavori letterari sono un’altra cosa e infatti sono eterni». «News non views», ammoniva un cartello nella redazione di un grande quotidiano Usa. «Quando vai su un posto perché è accaduto qualcosa di giornalisticamente interessante – ha spiegato in un’intervista Ezio Mauro, già direttore della Stampa e di Repubblica -, sei lì in nome e per conto dei lettori. Sei un testimone, a volte privilegiato grazie alla tua professione, non un protagonista. Semmai il difetto italiano è che molti giornalisti si credono protagonisti delle vicende e si sentono in diritto e in dovere di elargire consigli a destra e a manca». «Meno opinioni, più fatti – ha esortato nel dicembre scorso la mitica Signora inglese della carta stampata, Mary-Kay Wilmers, festeggiando i suoi 80 anni e i 25 alla guida della London Review of Books – Di opinioni ne circolano anche troppe e finiscono per oscurare i fatti che, invece, se descritti bene, parlano da sé». 

Accuratezza, scrupolosità, chiarezza, stringatezza (che non vuol dire sbrigatività), semplicità (che non vuol dire superficialità o poca accuratezza), ecco le stelle polari del giornalista che deve saper unire la concinnitas di Cicerone e la brevitas di Tacito. E quella che passa per essere la regola aurea del giornalista ovvero l’obiettività al massimo può essere un traguardo a cui tendere, quasi mai un obiettivo facile da conseguire. Quello che invece il giornalista può, anzi deve assolutamente fare è perseguire la completezza di quello che scrive garantendo il pluralismo delle voci, l’incrocio delle fonti, il libero confronto. Completezza vuol dire riportare tutte le versioni, i punti di vista, le opinioni di cui è in possesso a proposito di un certo fatto senza ometterne o travisarne alcuno che sia d’accordo oppure no. Anzi, dovrà essere ancora più accurato e preciso proprio trattando quelli con cui è meno in sintonia. Oggi invece – come ha notato Giovanni Valentini, tra i fondatori di «Repubblica» – assistiamo a una deriva pericolosa: sempre meno si fa informazione e sempre più si difendono interessi estranei a quelli deontologici della professione per fare affari, ottenere favori o ricavare vantaggi a scapito della conoscenza, del ragionamento, della libertà d’opinione e in ultima analisi della democrazia».

Nelle buone scuole di giornalismo si insegna che l’informazione va declinata secondo tre gradi o livelli, da tenere ben separati e distinti tra loro: riferire i fatti, analizzare i fatti (non i pettegolezzi: notizia deriva etimologicamente da notus), commentare i fatti (cioè esprimere opinioni). Ma attenzione: oltre che separati e distinti, tali livelli devono rispettare una gerarchia. È scorretto commentare un fatto senza averlo prima raccontato, ma anche senza averlo precedentemente analizzato. È la regola, antica ma consolidata, in uso nel giornalismo anglosassone, quella delle 5 W obbligatorie a inizio articolo: who, what, when, where, why (magari sostituendo l’ultima, non sempre disponibile subito, con how, dove c’è comunque una w anche se in fondo al lemma). Una regola forse risalente alla Royal Society londinese nei cui statuti, di cui Francesco Bacone fu uno dei principali ispiratori, la retorica era severamente bandita. Ma gioverà anche ricordare che secondo Tommaso d’Aquino (cfr. Summa Theologiae, II, I, Qu. 7) per indagare sulle circostanze che determinano gli atti umani occorre riflettere e rispondere a 7 domande contenute nel verso esametro: Quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando (ovvero: chi, che cosa, dove, con quali mezzi, perché, in che modo, quando?). Puzzano di retorica gli articoli dove dilagano aggettivi e superlativi, dove si fa sfoggio di inutile erudizione, dove i punti esclamativi (gli antenati degli emoticon) crescono come funghi, dove si praticano a man bassa faziosità, sarcasmo e dileggio, dove l’iperbole e l’enfasi la fanno da padrone, dove abbondano le maiuscole. Cerca di parlare [e di scrivere] con sobrietà esprimendo molto con poche parole, ammoniva già il Vecchio Testamento (Qoèlet 4,17-5,6). Se a Leopardi son bastati 8 aggettivi qualificativi su 102 vocaboli totali per scrivere quel gioiello che è L’infinito, perché io semplice cronista dovrei pretendere una dotazione lessicale maggiore?

«Abbassate la… temperatura – ci esortava Satta dopo aver cassato il 90 per cento delle maiuscole con cui avevamo infiorettato i nostri pezzulli -. Il rispetto verso una parola, si pensi per esempio a patria, non si misura a colpi di maiuscole o minuscole anche perché il più delle volte quel rispetto è soltanto penosa cortigianeria». Lo scrittore Giuseppe Berto, in un articolo degli anni ’60 pubblicato sul «Resto del Carlino», scriveva: «Per stare alle bell’e meglio in piedi l’Italia ebbe subito bisogno di appoggiarsi all’esteriorità, alle finzioni, alle commozioni, e questo si ottenne usando soprattutto le iniziali maiuscole: Patria, Famiglia, Popolo, Nazione, Religione, Scuola, Casa e via maiuscolando. Quando ci accorgiamo che qualcosa difetta di sostanza, la scriviamo con la maiuscola». Quell’acuto sociologo che è Altan la retorica applicata al giornalismo l’aveva già bollata più di 30 anni fa con una vignetta pubblicata da Panorama: Il caporedattore «Non è successo un tubo», e il direttore «Magnifico! Mandiamo tre inviati e titoliamo ‘Tragico vuoto’».

Testo della lezione tenuta il 18 aprile 2019 alla Scuola superiore dell’università di Udine. Qui il testo integrale

Cesare Sartori* (Udine, 1949), diploma di maturità classica a Udine, laurea in filosofia a Trieste. Giornalista professionista, ha lavorato per 30 anni alla «Nazione» di Firenze occupandosi di interni, economia e finanza, cronaca, cultura e spettacoli. Friulano della diaspora, vive a Pistoia. Lettore forte, alpinista, ha curato tre libri di poesie di Gian Giacomo Menon, sottraendo all’oblio il suo indimenticabile professore di filosofia del liceo. Ha condotto numerosi seminari sulla tecnica di scrittura giornalistica nelle scuole medie superiori e in corsi di formazione post laurea.

Foto di unsplash.com: a series of photos taken during the protests against global warming.