pubblicato il 28 Febbraio 2018 - scritto da Giorgio Matza

Renzi, Liberi e Uguali e il voto utile

Il sintagma “voto utile” deriva probabilmente dallo slogan francese “votez utile”, che costituisce un caso di enallage e per la sua originalità è stato analizzato dal filologo austriaco Leo Spitzer.

Ormai è diventato un’espressione di uso corrente, contenuta nei vocabolari. Lo Zingarelli 2017 (Zanichelli) dà la seguente definizione: “In un sistema elettorale maggioritario, il voto dato al candidato preferito fra quelli che si ritiene possano vincere invece che al candidato più gradito”.

È possibile considerare un simile concetto come una variante dell’argomento dello spreco (1), al quale, come hanno rilevato Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “si può collegare la preferenza accordata a ciò che è decisivo. Si avrà la tentazione di dare il proprio voto a un candidato se si crederà che tale voto possa determinare la sua vittoria”. Più precisamente, “l’azione che, date le circostanze, potrà avere piena portata e che non dovrà essere considerata uno spreco, sarà per questo fatto valorizzata, il che milita in favore del suo compimento”. Al contrario, “si svaluta un’azione insistendo sul suo carattere superfluo” (2).

Matteo Renzi ne ha fatto uno dei motivi conduttori della sua campagna per le elezioni politiche del 4 marzo 2018, in polemica con gli esponenti di “Liberi e uguali”, lo schieramento formatosi a sinistra del Partito democratico anche con la partecipazione di un gruppo di suoi transfughi. Per esempio, intervenendo nella trasmissione televisiva “Otto e mezzo”, condotta da Lilli Gruber e andata in onda l’8 gennaio su La7, ha affermato: “Ogni voto che oggi viene dato alla sinistra radicale è un voto che nei collegi fa scattare il seggio non alla Boldrini, ma a Matteo Salvini. Ogni voto che viene dato alla sinistra radicale porta la destra più vicina al governo”. E più avanti: “Se qualcuno pensa che, pur di far perdere Renzi, si possa far vincere Salvini, auguri!”.

Al di là della dicotomia utile-superfluo, le affermazioni dell’ex presidente del Consiglio sono incentrate sul luogo dell’irreparabile. Secondo Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “la forza argomentativa legata alla sua evocazione può avere un valore folgorante”, in quanto “determina timore nell’uomo” (3).

Effettivamente si suscita paura, preannunciando l’avverarsi della vittoria di un raggruppamento, che opererebbe scelte, giudicate dall’elettorato di sinistra dannose per il Paese. Tutto ciò, dal punto di vista dei progressisti, è senza dubbio un pericolo da evitare.

Una situazione analoga a quella semplicemente paventata da Renzi si verificò realmente negli Stati Uniti in occasione di un’elezione presidenziale, la prima vinta da George W. Bush. Così se n’è rammaricato Bill Clinton nella sua autobiografia: “Se le persone che votarono per Ralph Nader nel 2000 non avessero commesso questo errore, Al Gore sarebbe stato eletto presidente” (4).

Tenendo conto della semplicità della teoria del voto utile e degli altri temi da lui esposti in televisione e nei giornali (per esempio, il paragone per contrasto con gli avversari, l’argomento del superamento) (5), si potrebbe pensare che l’ex premier si sia posto l’obiettivo non solo di persuadere i telespettatori e i lettori, ma anche di mobilitare la propria base (militanti, simpatizzanti), fornendo dei messaggi-chiave, da utilizzare nei rapporti interpersonali e, per gli attivisti, nella comunicazione porta a porta.

NOTE

(1) Cfr. l’articolo “Renzi, il referendum e l’argomento dello spreco”, pubblicato nel nostro sito il 26 ottobre 2016.

(2) CHAΪM PERELMAN, LUCIE OLBRECHTS-TYTECA, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, pp. 304-305.

(3) CHAΪM PERELMAN, LUCIE OLBRECHTS-TYTECA, op. cit., pp. 99 e 100.

(4) BILL CLINTON, My Life, Mondadori, 2004, p. 381.

(5) Si veda l’articolo “Strategie retoriche in un’intervista di Matteo Renzi”, pubblicato nel nostro sito il 23 febbraio 2018.