donna dietro un vetro che ha paura
Argomento ad metum

È – nella definizione di Paola Cantù – “un ragionamento che fa appello al timore di un evento che potrebbe verificarsi in futuro” (E qui casca l’asino. Errori di ragionamento nel dibattito pubblico, Bollati Boringhieri, 2011, p. 11). In qualche modo coincide con il luogo dell’irreparabile, che Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca classificano tra le premesse dell’argomentazione, con cui l’oratore cerca di stabilire un accordo preliminare con l’uditorio o, per lo meno, un minimo d’intesa. Secondo i due autori, “la forza argomentativa legata alla sua evocazione può avere un valore folgorante”, perché “determina timore nell’uomo” (Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, pp. 99 e 100).

L’ha utilizzato il capo del Governo Mario Draghi nel discorso di presentazione del “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”, tenuto alla Camera dei Deputati il 26 aprile 2021: “Nel realizzare i progetti, ritardi, inefficienze, miopi visioni di parte anteposte al bene comune peseranno direttamente sulle nostre vite. Soprattutto su quelle dei cittadini più deboli e sui nostri figli e nipoti. E forse non vi sarà più il tempo per porvi rimedio”.

Altre occorrenze si individuano in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera (16 maggio 2019, p. 6) dall’allora presidente del Partito democratico Paolo Gentiloni:

“Non siamo mai stati così isolati e a rischio in Europa. Da essere ai margini, come siamo già, a trovarsi fuori, il passo potrebbe non essere così lungo e il bivio per l’Italia potrebbe arrivare già a fine anno”,

“Ho un po’ di timore a pronunciare questo nome, Italexit, però vedo un isolamento totale. E siccome a Bruxelles non ci saranno ribaltoni, checché ne dica la propaganda del nostro governo [il Conte I, nato dall’alleanza tra la Lega e il Movimento 5 Stelle], alla fine il rischio che a ribaltarsi sia l’Italia è crescente. È vero che i due vice [Matteo Salvini e Luigi Di Maio] apparentemente hanno cambiato idea. Quello in maglietta non ha più la maglia ‘usciamo dall’Euro’ e quello in cravatta non chiede più il referendum contro l’Unione, ma rimane il fatto che l’unico documento ufficiale prodotto da questo governo fu redatto dall’allora ministro Savona e diceva esplicitamente che la Ue doveva radicalmente cambiare strada e che se questo non si fosse verificato l’Italia non poteva che uscirne. Si può decidere di uscirne ma si può perfino finire fuori senza averlo deciso”.

Il senso dell’irreparabilità si esprime specialmente nell’evenienza delle elezioni per mezzo di uno schema comunicativo molto semplice: al ricevente del messaggio si prospetta l’ipotesi di un danno, derivante dalla prevalenza di un certo schieramento; ma, per evitarlo, basta dare il proprio voto a uno diverso, rappresentato dall’emittente. A ciò invitarono, per lo più implicitamente, pure i leader impegnati nella competizione del 1996. Lo attestano i seguenti estratti dalla loro elocuzione.

Walter Veltroni: “Dobbiamo rilevare i rischi che una vittoria del Polo farebbe correre: questa destra litigiosa e inaffidabile è tentata dall’idea di procedere col machete nel complesso e delicato terreno delle riforme costituzionali. Il Polo si è mosso come un elefante in una cristalleria” (Corriere della Sera, 23 febbraio 1996, p. 3).

Massimo D’Alema: “Quando si punta a sollecitare tutte le spinte particolaristiche, dopo non si può governare. A quel punto la tentazione è quella di comandare. Questo è il rischio” e “Quale concezione dello Stato ha un leader, Berlusconi, che afferma che i magistrati di Milano sono come i terroristi della Uno bianca? Vedo una prospettiva di scontro frontale inquietante, destabilizzante […] Hanno in mente uno scontro sociale tra il ceto medio e i lavoratori. Hanno detto che vogliono abolire i contratti di lavoro. E il professor Colletti vuole addirittura smantellare lo stato sociale” (La Repubblica, 20 marzo 1996, p. 4).

Romano Prodi: “I mercati internazionali sono terrorizzati dal pericolo che il Polo possa vincere: o calpesterebbe tutte le promesse fatte o porterebbe il Paese alla bancarotta”, “Nei giorni scorsi ho incontrato Taviani, in treno. Ha 84 anni, era solo, andava in giro con entusiasmo per la campagna elettorale. Mi ha detto: ‘Sono tornato in trincea, per l’Ulivo, perché ho paura dell’autoritarismo. Si, c’è un pericolo di fascismo, ma soprattutto di autoritarismo alla Crispi’” e “Con la vittoria elettorale fermeremo anche questi pericoli” (Famiglia Cristiana, 24 aprile 1996, p. 26).

Con la medesima funzione polemica nei confronti degli avversari al luogo dell’irreparabile ricorse Silvio Berlusconi. Emerge però, per lo meno nei brani menzionati più avanti, un appello esclusivamente alle emozioni, che trasforma il ragionamento ad metum in una fallacia, cioè in qualcosa di falso, di ingannevole. A conferma della debolezza della sua argomentazione i fattori negativi da lui indicati risultavano troppo generici (e infondati), mentre – lo abbiamo appena visto – erano solitamente meglio specificati, nell’ambito di un discorso ragionato, gli elementi proposti dagli esponenti dell’Ulivo. Per esempio, il fondatore di Forza Italia dichiarò:

“Nel ’94 sono sceso in campo perché sentivo che la libertà e la democrazia erano minacciate” (Corriere della Sera, 16 marzo 1996, p. 6)

“Se il 21 aprile vince l’Ulivo, siamo sicuri che avremo ancora la possibilità di elezioni veramente libere?” (La Repubblica, 14 aprile 1996, p. 2).

Simili asserzioni costituivano evidentemente esagerazioni lontane dalla realtà e apparivano dunque drammatizzazioni fuori luogo. Ecco, per l’appunto, la risposta di Massimo D’Alema alla prima: “Io mi sono impegnato a non usare questi argomenti, non le dico, e Dio sa quanto mi costi, che qualcuno dei suoi alleati potrebbe minacciarla seriamente la libertà, smettiamola con queste cose. Lei è sceso in campo perché erano usciti dal campo alcuni suoi amici, altro che storie” (Corriere della Sera, 16 marzo 1996, p. 6).

Analogamente reazioni durissime suscitò la seconda. Il centrosinistra replicò con

Walter Veltroni: “Berlusconi, con quello che va dicendo, dimostra di aver perso la testa” (Corriere della Sera, 14 aprile 1996, p. 3),

Gerardo Bianco: “Se Berlusconi pensa che con la vittoria dell’Ulivo l’Italia rischia la libertà politica, è un folle che, se ancora esistessero i manicomi, vi dovrebbe essere portato a forza” (La Repubblica, 15 aprile 1996, p. 6),

Romano Prodi: “È incredibile, incredibile. Ormai Berlusconi fa terrorismo, gli resta solo questo strumento… Ma se vuole terrorizzare gli italiani, gli basta raccontare qual è il suo vero programma di governo. Ha ragione Berlusconi: se vinciamo noi non si vota più… per cinque anni. Governeremo così bene che non ci sarà bisogno di elezioni anticipate. Il Polo è in piena angoscia, vogliono comunicare la loro paura agli italiani… Che invece sono tranquillissimi […] Berlusconi non ha paura per le elezioni future, ha paura di quelle di domenica!” (La Repubblica, 15 aprile 1996, p. 4).

Dall’argomento ad metum e dal luogo dell’irreparabile deriva la tecnica pubblicitaria designata con l’espressione inglese fear arousing appeals. Essa viene impiegata specialmente nella pubblicità sociale per mettere in guardia contro condotte perniciose, come guidare l’auto imprudentemente, assumere sostanze stupefacenti, bere alcolici in maniera esagerata, fumare ecc. È una tra le tante prove dell’influenza che la retorica antica esercita sulla moderna comunicazione persuasiva (sui “richiami che suscitano paura” si può leggere Giampaolo Fabris, La pubblicità, teorie e prassi, Franco Angeli, 1997, pp. 180-186).

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