pubblicato il 8 Ottobre 2018 - scritto da Giorgio Matza

Apostrofe

È la figura retorica con cui l’emittente del messaggio si rivolge direttamente a un ricevente
diverso da quello reale, convenzionale, ma per attuare una migliore comunicazione con quest’ultimo. Il
discorso dunque è orientato sulla “seconda persona”, talvolta introdotta con l’interiezione usata come
rafforzativo del vocativo (“o”). Quando si ricorre all’imperativo, si realizza la funzione persuasiva (o
conativa) della lingua, ossia quella che ha lo scopo di convincere qualcuno di qualcosa: più
precisamente, ad assumere un determinato atteggiamento emotivo o intellettuale o morale; oppure a
compiere o no una certa azione. Il destinatario apparente può essere naturale o soprannaturale, presente
o assente, vivo o morto, concreto o astratto, animato o inanimato e perciò talvolta viene personificato.
In letteratura, per citare solo un esempio, associata alla personificazione, si trova nell’orazione
funebre di Antonio, nella tragedia scespiriana Giulio Cesare:
“O giudizio, ti sei rifugiato presso bestie brute e gli uomini hanno perso la ragione” (vv. 104-105)
“Giudicate voi, oh dèi, quanto caramente Cesare l’amava” (v. 179)
“Male sei scatenato, prendi la strada che vuoi” (vv. 253-254)
(William Shakespeare, “Giulio Cesare”, in Opere scelte, Edizione Euroclub Italia (su
licenza di Garzanti Editore), 1994, atto III, scena II, pp. 331-345).
Nella comunicazione politica vi fece ricorso Bill Clinton, quando, come ricorda nella sua
autobiografia, in polemica con George Bush sostenne: “Il presidente in carica dice che la
disoccupazione tende sempre ad aumentare prima della ripresa, ma la disoccupazione deve aumentare
di una sola persona perché possa esserci una vera ripresa. E, signor presidente, quella persona è lei”
(Bill Cliton, My Life, Mondadori, 2004, p. 446).
In Italia la utilizzò il dirigente del PCI Lucio Libertini, in televisione, il 22 ottobre del 1980, alla
fine di un grave conflitto del lavoro nella grande fabbrica automobilistica torinese. Infatti, dapprima si
rivolse “ai lavoratori della Fiat e a tutti gli italiani”, tra l’altro con la narrazione della seguente piccola
storia: “In una fredda serata dello sciopero, dinanzi alla porta 16 di Mirafiori, […] una giovane operaia
mi ha detto: ‘Perché tanti vogliono offenderci e sporcarci, non si può con i nostri soldi comprare un
solo minuto alla televisione per dire che noi, operai, ci sacrifichiamo per la nostra famiglia, il lavoro e
la libertà di tutti?’”. E poi, inaspettatamente, scelse come destinatario privilegiato del suo messaggio la
stessa protagonista del racconto, proseguendo così: “Vorrei, cara compagna che forse mi ascolti, dirlo
qui con la tua esile voce di immigrata meridionale” (Riportato in Paolo Mancini, “Strategie del
discorso politico”, in Problemi dell’informazione, n° 2, 1981).
Nella classificazione di Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca (Trattato dell’argomentazione.
La nuova retorica, Einaudi, 2013), svolge la funzione argomentativa di figura della comunione, perché
favorisce comunque l’unione dell’oratore con il suo uditorio (probabilmente, il secondo tende a
identificarsi con il primo). È parimenti una figura del pathos, lo strumento retorico di ordine affettivo
con il quale si tende a provocare vari sentimenti. Infatti, a giudizio di Pierre Fontanier, per il suo
carattere di diversione del discorso, costituisce “l’espressione di un’emozione viva o profonda, come lo
slancio spontaneo di un’anima fortemente commossa” (Les figures du discours, 1991, riportato in
Olivier Reboul, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 165).

Questa voce è stata elaborata dal socio Giorgio Matza.