pubblicato il 13 Ottobre 2019 - scritto da Giorgio Matza

Circonlocuzione o perifrasi

Consiste nell’indicare una persona o una cosa o un’azione o una situazione indirettamente, con un giro di parole, ossia presentandola sotto una forma diversa. Vale per essa quanto Olivier Reboul ha constatato in generale a proposito di qualsiasi figura retorica: “Si discosta dall’espressione banale, ma precisamente perché è più ricca, più espressiva, più parlante, più adeguata, in una parola più giusta di tutto ciò che potrebbe trovarsi al suo posto” (Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 87).

Nella sua rubrica “Il caffè”, il giornalista Massimo Gramellini si è occupato di un ottantaquattrenne, che, per compiere un atto lodevole, ogni giorno si alza e sale in macchina. Però non ha impiegato vocaboli così neutri. Al contrario, è ricorso proprio alla circonlocuzione e attraverso un “linguaggio per immagini” ha reso il discorso più incisivo: “Tutte le mattine il signor Romano solleva dal letto le sue ottantaquattro primavere, le sistema dentro l’automobile e passa a prendere un bimbo ipovedente di sei anni per portarlo a scuola” (Corriere della Sera, 11 maggio 2019, p. 1).

In maniera ugualmente efficace, uno degli speechwriter di un presidente americano ha ricordato la riforma sanitaria voluta da quest’ultimo non nei suoi elementi costitutivi, ma richiamandosi a una bambina che, grazie a essa, è guarita da una grave malattia: “Una parte dell’eredità di Obama […] va alle elementari a Phoenix, ama il cibo messicano e gli animali di peluche e spera di guadagnarsi la cintura gialla” (David Litt, Grazie, Obama, HarperCollins, 2018, p. 366).

Nella sua autobiografia (My Life, Mondadori, 2004, p. 584), Bill Clinton ha raccontato: “Conclusi la cerimonia augurando ai discendenti di Isacco e Ismaele, entrambi figli di Abramo, ‘Shalom, salaam, peace’ e invitandoli ad ‘andare come fautori di pace’”.

Chiaramente, riguardando la definizione “discendenti di Isacco e Ismaele, entrambi figli di Abramo” l’israeliano Yitzhak Rabin e il palestinese Yasser Arafat, cioè i leader di due popoli in guerra fra loro, si intendeva focalizzare l’attenzione su un motivo di unione.

Effettivamente il risultato di tale procedimento, secondo Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “è quello di imporre o suggerire una scelta” (Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 187). Ma i due autori hanno esposto, con un esempio, anche un’altra funzione: “L’uso della perifrasi ‘persona che ha tendenza ad indurre in errore’ per designare il ‘bugiardo’, può avere lo scopo di spogliare il più possibile il termine dell’elemento dispregiativo, per assimilarlo a un termine descrittivo e dare al giudizio, nel quale esso interviene, l’andamento di un giudizio di fatto; da qui il valore argomentativo che la perifrasi possiede, a differenza del termine ‘bugiardo’” (op. cit., p. 162).

Numerose occorrenze come figura della scelta si individuano in letteratura. Citiamo solo Ugo Foscolo, che definisce la morte “fatal quiete” e “nulla eterno” (“Alla Sera”, v. 1 e v. 10). Nel secondo caso la fine della vita è quindi “annullamento di ogni cosa per sempre”. Emerge una particolare concezione, non necessariamente condivisibile: sicuramente non dai cattolici. Ne consegue che possiamo formulare una tesi con un semplice giro di parole.

Avviene pure nella comunicazione politica. “Il giorno stesso in cui George W. Bush entrò in carica, – ha rilevato George Lakoff – cominciò a circolare alla Casa Bianca l’espressione ‘sgravi fiscali’ […] È stata usata varie volte nel discorso sullo stato dell’Unione di quell’anno e […] salta fuori sempre più spesso nei discorsi preelettorali” (Non pensare all’elefante!, Fusi orari, 2006, p. 18). Evidentemente, per mezzo di essa, si vuole suscitare l’impressione di un aggravio, di un peso, di qualcosa di doloroso. Non succederebbe con l’enunciato “diminuzione dei tributi”, che ha un carattere referenziale. “Ogni parola”, secondo il linguista americano, “evoca un frame, un quadro di riferimento, che può essere costituito da una serie di immagini o di conoscenze di altro tipo”. Dunque “il framing consiste […] nell’usare un linguaggio che riflette la propria visione del mondo. Ma naturalmente non è solo una questione di linguaggio. La cosa più importante sono le idee: il linguaggio ne è solo portatore, serve a evocarle” (op. cit., pp. 17 e 19).

Franca D’Agostini include i frame tra le fallacie, ossia “gli argomenti che sembrano corretti ma non lo sono realmente. Una fallacia è un errore argomentativo nascosto, di solito costruito ad arte per convincere un interlocutore”. Nello specifico la studiosa parla delle fallacie pragmatiche per implicatura, le quali sono “legate a quel che si fa intendere con le parole (senza dirlo apertamente)” (Verità avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico, Bollati Boringhieri, 2010, pp. 106 e 156).

Nell’intervento al Senato per la fiducia al primo governo presieduto da Giuseppe Conte, Matteo Renzi ha constatato: “Quello che nella XVII legislatura era il ‘governo dei non eletti’, da oggi si deve dire ‘governo del cittadino’”. Così, ricollegandosi all’“armamentario verbale” dei suoi avversari, muoveva l’accusa di incoerenza, tanto più grave perché determinata da motivi d’interesse. Obiettivamente giudicavano in maniera diametralmente opposta due situazioni assolutamente identiche, con presidenti del Consiglio e ministri che non si erano sottoposti al voto degli elettori. Mediante le due diverse circonlocuzioni, si attribuisce un significato negativo o positivo e la gente pensa rispettivamente a un governo basato sull’usurpazione del potere e a uno che supera il predominio del sistema dei partiti, ma veramente la forma dell’organizzazione politica dello Stato è la medesima.

Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano e poi parlamentare europeo, ha definito Luigi Di Maio e Matteo Salvini “la strana coppia che per formare un governo ha dovuto scrivere un contratto invece di un programma” (Corriere della Sera, 10 agosto 2019, p. 8).