pubblicato il 28 Marzo 2019 - scritto da Giorgio Matza

Conglobazione

Questa figura retorica costituisce una variante dell’enumerazione, in quanto, come ha ricordato Olivier Reboul, “accumula gli argomenti per una stessa conclusione” (Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 170). Secondo Pierre Fontanier, “in luogo di un tratto semplice e unico sul medesimo soggetto, se ne riuniscono, da un unico punto di vista, un numero più o meno grande, da cui risulta una raffigurazione più o meno ricca, più o meno estesa” (Les figures du discours, 1991, p. 363).

Due esempi classici sono i seguenti:

“Cotesti occhi tuoi sono formati all’impudenza, il volto all’audacia, la lingua agli spergiuri, le mani alle rapine, il ventre all’ingordigia… i piedi alla fuga: dunque sei tutto malvagità” (Giambattista Vico).

“Fino a quando abuserai, o Catilina, della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi? Fin dove si spingerà questa tua sfrenata insolenza?” (Cicerone, attacco della prima catilinaria).

Nella polemica politica spesso si accusano gli avversari di essere incoerenti. A tal fine si evidenzia un’incompatibilità, che, per Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “assomiglia ad una contraddizione, in quanto consiste in due asserzioni tra le quali bisogna scegliere, a meno di rinunciare ad entrambe” (Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 212). Nella campagna per le elezioni del 21 aprile 1996, che fu particolarmente combattuta, un simile tipo di ragionamento è stato ripetuto, in riferimento sia allo schieramento opposto in generale, sia a suoi singoli esponenti. Ecco alcune occorrenze.

Silvio Berlusconi: “Non c’è nulla che lo tiene insieme [il centrosinistra]. È diversissima la loro storia, antitetici i loro principii (ci sono i cattolici che stanno a braccetto con chi si dichiara anticlericale o addirittura ha l’orgoglio di dirsi ateo); di programmi ne hanno tre o quattro e sono programmi che fanno a pugni” (Corriere della Sera, 25 marzo 1996, p. 2) e “Finalmente è ben chiaro a tutti gli italiani chi sia Dini. Disse che faceva un governo tecnico e invece l’ha trasformato in un partito; diceva che si sarebbe gettato anima e corpo negli affari europei, ricordate il mito del Semestre intangibile? e invece eccolo tuffarsi nella campagna elettorale. A me aveva detto e ridetto che mai e poi mai sarebbe andato a sinistra: e invece adesso si allea con l’Ulivo. Insomma, quel che è certo è che da oggi in poi qualunque cosa dirà il dottor Dini, io […] non crederò a una sola parola” (La Repubblica, 28 febbraio 1996, p. 4).

Romano Prodi, a proposito di Silvio Berlusconi, che aveva chiesto il voto dei cattolici: “C’è chi pensa che la politica si eserciti senza competenze, che si attui con la furbizia, che sia un mezzo per arricchirsi o conservare il proprio patrimonio, che al politico sia pure consentita la menzogna. Non così insegna la morale cristiana” (Corriere della Sera, 9 aprile 1996, p. 3).

Massimo D’Alema: “[La destra] va dai commercianti e dice: sì, bisogna diminuire le tasse. Va al Sud e dice: sì, bisogna aumentare la spesa sociale. Va dagli artigiani veneti e dice che nei ministeri dove ci sono dieci impiegati ne bastano tre. Va davanti ai ministeri e dice che il lavoro non si tocca” (La Repubblica, 20 marzo 1996, p. 4) e “C’è un esponente politico che pur di vincere le elezioni è diventato campione di demagogia. Questo è Gianfranco Fini. A Torino Fini ha detto ai commercianti di non pagare le tasse. Viene a Roma e difende i dipendenti dei ministeri, gli stessi che poi attacca a Milano. Nel Mezzogiorno invece dice ai cittadini che bisogna aumentare la spesa pubblica” (Corriere della Sera, 7 marzo 1996, p. 3).

Walter Veltroni: “Loro [i rappresentanti del centrodestra] si vergognano delle loro idee. Dicono: pressione fiscale uguale per tre anni e poi si pentono. Dicono: abolizione dei contratti nazionali e poi si smentiscono. Attaccano Di Pietro e lo difendono, Fini ha passato metà di una sua serata in tv a correggere Berlusconi. Sono divisi e perciò esagitati” (La Repubblica, 4 aprile 1996, p. 4).

L’“esempio”, un argomento basato sul caso particolare, fu ripreso in forme diverse da Lamberto Dini: “È evidente che Fini ha ormai preso il sopravvento nel Polo. Lo dimostrano i fatti: a ottobre la polemica su Mancuso, a dicembre la battaglia per mandar via il governo dei tecnici, a gennaio gli ostacoli al tentativo di Berlusconi per un dialogo sulle riforme istituzionali, a febbraio il no al governo Maccanico” (L’Espresso, 5 aprile 1996, p. 70) e da Veltroni: “Si riscopre – almeno da parte del Polo – il linguaggio dello scontro frontale. Si susseguono così promesse di posti di lavoro, accuse al sistema fiscale italiano di essere sovietico e il riaffiorare grottesco del ‘pericolo comunista’. Sono portato a vedere in tutto questo il segno della disperazione, la ricerca di una ragione di coesione tutta racchiusa nella contrapposizione all’avversario” (Corriere della Sera, 23 febbraio 1996, p. 1).

Veltroni fece un uso ripetuto anche dell’exemplum in contrarium (o caso invalidante), “che – secondo Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca – impedisce una generalizzazione indebita dimostrandone l’incompatibilità con quello e che indica dunque quale sia la sola direzione ammessa per la generalizzazione” (op. cit., p. 386). Ecco il passo relativo: “Non […] mi pare giusto dipingere, come nell’editoriale di ieri, una sinistra democratica che non avrebbe fatto i conti con la ‘cultura dell’estremismo’. No davvero. Dal pacifismo al debito pubblico, allo stato sociale, è lo stesso Galli della Loggia a elencare i campi in cui il PDS ha dato prova di coerenza politica e di cultura di governo. Devo ricordare l’appoggio ai governi Ciampi e Dini? Devo ricordare le scelte compiute sull’invio di soldati italiani in Bosnia, sulla riforma delle pensioni, sull’accoglienza degli immigrati o l’accordo sul costo del lavoro?” (Corriere della Sera, 23 febbraio 1996, p. 3);

Contiene una ripetizione della medesima tecnica argomentativa il seguente estratto da un discorso, tenuto davanti al Congresso, nel 1994, dal Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, nel quale si sosteneva la necessità di realizzare un’importante innovazione sociale: “Lo so che qui c’è gente che dice che non c’è crisi nell’assistenza sanitaria. Andatelo a dire ai 58 milioni di americani che, ogni anno, per un certo periodo, non hanno nessuna copertura. Andatelo a dire agli 81 milioni di americani che hanno quelle famose “condizioni preesistenti” [malattie croniche o che richiedono cure costose]; a quelli che devono pagare di più o non riescono a ottenere per niente l’assicurazione” (Riportato in FRANCA RONCAROLO, Controllare i media. Il presidente americano e gli apparati nelle campagne di comunicazione permanente, Franco Angeli, 1994, p. 172).