pubblicato il 24 Maggio 2019 - scritto da Giorgio Matza

Diàfora

Consiste nella ripetizione di una parola, ma con un nuovo significato o con una diversa sfumatura. Come ci ricordano Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca (Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 235), “secondo il Vico nella figura chiamata plozio (‘da allora Coridone è per me Coridone’), lo stesso termine è preso per indicare la persona e per indicare il comportamento (o la cosa e le sue proprietà); secondo il Du Marsais in ‘un padre è sempre un padre’, il secondo termine è un sostantivo usato come aggettivo; secondo il Baron è una sillepsi oratoria, perché una delle parole è usata in senso proprio, l’altra in senso figurato”. Comunque, per mezzo di tale procedimento, si raggiunge una peculiare intensità espressiva.

Nel romanzo I Promessi Sposi, nel colloquio con padre Cristoforo, riportato nel capitolo VI, emerge in don Rodrigo una certa paura, al pensiero dell’esistenza di un indistinto aldilà dopo la morte, a causa di una “profezia” del frate (“Verrà un giorno…”). Tuttavia in una sequenza del capitolo successivo si legge: “La mattina seguente, don Rodrigo si destò don Rodrigo”, cioè l’uomo malvagio che era sempre stato.

Nella comunicazione politica la seguente occorrenza si deve a George W. Bush: “Quando ero giovane ed irresponsabile, ero giovane ed irresponsabile”, ossia compiva azioni caratterizzate da giovanile irresponsabilità.

Un caso particolare è tratto dalla campagna elettorale israeliana del 1999: “Netanyahu è impantanato: nell’economia, nel processo di pace, nel fango del Libano”. Infatti il verbo “impantanare” non viene ripetuto, però ha una funzione diversa: metaforica in riferimento a “economia” e “processo di pace” e letterale in associazione a “fango del Libano”.

Riguardo al modo di intendere di Vico, di Du Marsais e di Baron, diversi esempi si trovano in pubblicità:

“Un bambino è sempre un bambino. Anche in ospedale” (Dash missione bontà ospedale amico)

“Una pizza è più pizza con Coca-Cola”

“Se ti abboni ad Amica, hai occhio di lince. Se sei fortunata, hai anche la lince” (concorso a premi per un settimanale femminile)

“Il modo migliore per conquistare una donna non è fare i brillanti. È regalarli” (bliss gioielli)

“Ogni giorno abbracciamo 2.000 persone che hanno bisogno di nutrirsi, lavarsi e curarsi. Oggi vi chiediamo di abbracciare la nostra causa” (Opera San Francesco)

“Basta passare la vita in coda! Passa a SisalPAY”

“Prendete a cuore il vostro cuore” (campagna di prevenzione).

“Le cose più belle che riporterai a casa non sono cose”. In questo claim, in forma negativa, il significato è abbastanza chiaro, ma viene specificato più avanti: “Una vacanza Valtur ti lascerà un bagaglio di emozioni, amicizie, esperienze e ricordi indelebili che porterai con te per tutta la vita”.

Nell’advertising la comprensibilità del messaggio verbale, caratterizzato dalla presenza della diàfora, talvolta è garantita dal registro visivo. In un annuncio per Fideuram l’immagine mostra un bambino, che ha davanti a sé diversi cubi con un numero riprodotto su ognuna delle loro facce. L’headline contiene un invito: “Prima che sappia contare dagli una cosa su cui contare”. Evidentemente il verbo “contare” significa sia “numerare”, sia “fare assegnamento”. Il concetto ovviamente è espresso più esplicitamente nella bodycopy: “La strada della futura serenità passa per i PAC, Programmi Mensili di Investimento o Programmi di Accumulazione di Capitale, studiati apposta per la formazione di un capitale nel medio e lungo termine”.

Un altro caso è costituito da un’inserzione per gli investimenti on line con Banca Profilo. Il titolo recita: “Non sta comprando una borsa. Sta comprando in borsa” e si riferisce a una ragazza, ritratta nell’atto di adoperare uno smartphone.

Alcuni autori indicano la ripetizione di una parola polisemica con il termine “antanàclasi”. Invece Bice Mortara Garavelli lo utilizza per designare una “diàfora dialogica”, che “ha luogo quando, in uno scambio di battute, l’interlocutore ‘rivolta’ un’espressione usata dall’altro partecipante al dialogo, in modo da darle un senso diverso”. La studiosa riprende l’esempio ormai classico di Quintiliano: “Poiché Proculeio si lamentava che suo figlio aspettasse la sua morte e avendo quello detto che lui davvero non l’aspettava, – Anzi, disse, ti prego di aspettarla –” (Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Bompiani, 1991, p. 216).