Ugo Foscolo, In morte del fratello Giovanni, 1803

In morte del fratello Giovanni è un sonetto, un componimento poetico costituito da quattordici versi endecasillabi, riuniti in quattro strofe, la prima e la seconda di quattro (quartine) e la terza e la quarta di tre (terzine) e con rima* alternata, secondo lo schema ABAB ABAB CDC DCD.

Il motivo centrale, il “procedimento retorico […] che funge da principio organizzatore del testo” (Olivier Reboul, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 197) e pertanto lo caratterizza, è rappresentato dalla figura retorica dell’apostrofe, in quanto l’autore si appella non al lettore (il vero destinatario dell’opera), ma al fratello ormai deceduto (strofe I, II, e III) e alle “straniere genti” (strofa IV), presso le quali è costretto a vivere, affinché, quando morirà, restituiscano la salma al suo Paese. Il tema fondamentale dell’esilio, frequente nella produzione letteraria di Ugo Foscolo, viene sviluppato in altri punti: “Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo / di gente in gente, me vedrai seduto / sulla tua pietra, o fratel mio, gemendo” (vv. 1-3) e “ma io deluse a voi le palme tendo / e sol da lunge i miei tetti saluto” (vv. 7-8).

Riguardo all’ultimo passo, è possibile, magari con un ragionamento ipotetico, cercare di capire le finalità che si perseguono per mezzo di alcuni procedimenti, come l’uso dell’avverbio “lunge”. È evidentemente un termine desueto – al pari di “cure” (affanni) nel verso 10 e “speme” (speranza) nel verso 12 –  che svolge una funzione d’insistenza, allo scopo di attirare maggiormente l’attenzione sulla nozione di distanza. Per di più tale idea è resa icasticamente con la creazione di un’immagine attraverso la sineddoche: “tetti” al posto di “case”. Effettivamente da lontano non si vede l’intero edificio, ma solo la sua copertura. Sulla base di un rapporto di maggiore estensione (il tutto per la parte) o, nel nostro caso, di minore estensione (la parte per il tutto), distinguiamo la sineddoche generalizzante e la sineddoche particolarizzante (ulteriori esempi: “dì tardo”, nel verso 5, per età avanzata e “ossa”, nel verso 13, per spoglie mortali).

Inoltre si verifica il fenomeno delle parole sotto le parole: nella fattispecie il poeta, consciamente o incon­sciamente, fa percepire una frase semplice al lettore subliminalmente, al di sotto del livello della sua coscienza, senza che egli se ne renda conto. Se disponiamo i fonemi della sequenza “io deluse a voi”, seguendo un ordine diverso, otteniamo una proposizione assolutamente pertinente al nucleo concettuale dell’allontanamento involontario dalla propria patria: “Io vado esule”. Indubbiamente si rafforza il significato del messaggio.

Il motivo occasionale, la circostanza che ha offerto lo spunto per la composizione, è il suicidio di Giovanni. La morte è designata mediante la metafora: “Il fior de’ tuoi gentili anni caduto” (v. 4) e “tuo porto” (v. 11). Possiamo considerarla una similitudine accorciata per la soppressione dell’avverbio o della locuzione avverbiale (“come”, “simile a” ecc.). Le due particolari forme espressive, nelle quali s’individuano tre elementi – ciò di cui si parla (“tenore”), ciò a cui è paragonato (“veicolo”) e ciò che li lega (“terreno comune”) – derivano dall’analogia. Nello specifico, abbiamo che la “giovinezza” sta alla “vita” come il “fiore” (la parte più bella) sta alla “pianta” e la “morte” sta all’“esistenza umana” come il “porto”, in cui si approda, sta al “viaggio”.

Nel terzo verso “pietra”, in luogo di “tomba”, è una metonimia (la materia per l’oggetto): forse si vuole dare la sensazione di qualcosa di non rifinito. Inoltre i due sintagmi “tua pietra” (aggettivo possessivo-sostantivo) e “fratel mio” (sostantivo-aggettivo possessivo) costituiscono un chiasmo, consistente nella disposizione incrociata, nella collocazione speculare di termini fra loro collegati sintatticamente (quel che avviene nella nostra occorrenza) o semanticamente. Il nesso tra i primi due è ripreso ma rovesciato negli altri due, si ha una sua ricomparsa in or­dine inverso e una rottura del comune parallelismo.

Di carattere sintattico è pure l’anastrofe. Leggiamo nell’ottavo verso: “e sol da lunge i miei tetti saluto” (e non “e saluto i miei tetti sol da lunge”); nel verso 11: “e prego anch’io nel tuo porto quiete” (e non “e anch’io prego quiete nel tuo porto”); nel verso 12: “Questo di tanta speme oggi mi resta!” (e non “Oggi questo mi resta di tanta speme!”; nel verso 13: “Straniere genti, almen le ossa rendete” (e non “Straniere genti, rendete almen le ossa”). “Saluto”, “quiete”, “resta!”, “rendete” si devono porre alla fine dei relativi versi, perché in rapporto con “seduto” (v. 2), “caduto” (v. 4), “muto” (v. 6), con “secrete” (v. 9), “rendete” (v. 13), con “tempesta” (v. 10), “mesta” (v. 14), con “secrete” (v. 9), “quiete” (v. 11) nella realizzazione della rima alternata.

In aggiunta a essa, contribuisce alla creazione di effetti musicali la paronomasia: “avversi” (v. 9) e “viver” (v. 10), “madre” e “mesta” (v. 14). Qualche volta è per inclusione (ogni fonema di una parola è compreso all’interno di un’altra, che di conseguenza la contiene): “tardo” e “traendo” (v. 5), “tempesta” (v. 10) e “speme” (v. 12).

L’ultimo caso dà la possibilità di soffermarsi sull’isomorfismo*: a una somiglianza sul piano fonologico corrisponde un’equivalenza sul piano morfologico e sintattico (entrambi i vocaboli sono di genere femminile, di numero singolare e sostantivi) e un contrasto sul piano semantico (hanno un significato rispettivamente negativo e positivo).

Una certa musicalità si ottiene parimenti con l’enjambement, come nei versi 9-10, nei quali si dividono l’aggettivo e il sostantivo (“secrete / cure”).

Una costruzione non comune della frase può essere indispensabile per la sinalefe: “Questo di tanta speme oggi mi resta!” (v. 12). Una riduzione sillabica si ottiene analogamente con la sineresi*: “Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo” (v. 1). Si passa così da dodici sillabe grammaticali a undici sillabe metriche. Tutt’e due i fenomeni fonetici si trovano nel terzo verso: “su la tua pietra, o fratel mio, gemendo”, che è un endecasillabo grazie pure all’apocope (“fratel”). Ulteriori occorrenze di tale tipo di metaplasmo sono: “fior” (v. 4), “sol” (v. 5 e v. 8), “viver” (v. 10), “furon” (v. 10), “almen” (v. 13).

Nel sonetto In morte del fratello Giovanni ci sono tre esempi di isotopia riguardanti tre personaggi, che sono indicati per mezzo di nomi comuni, pronomi personali, aggettivi possessivi (isotopia semantica). Si attua un rafforzamento degli elementi linguistici attraverso una peculiare frequenza dei fonemi /m/, /t/ e /l/, /s/ (isotopia fonologica), che evidenziano la prima, la seconda e la terza persona singolare e dunque richiamano le figure del poeta, di suo fratello e della loro madre.

Bibliografia

Gianfranca Lavezzi, Breve dizionario di retorica e stilistica, Carocci, 2004.

Angelo Marchese, Dizionario di retorica e di stilistica, Oscar Studi Mondadori, 1978.

Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Bompiani, 1988.

Federico Roncoroni, Testo e contesto, Arnoldo Mondadori Editore, 1985.