pubblicato il 27 Luglio 2021 - scritto da Giorgio Matza

Giacomo Leopardi, Il sabato del villaggio, 1835

Il sabato del villaggio è una canzone libera, costituita da quattro strofe di differente lunghezza, composte da versi settenari e endecasillabi variamente rimati.

Al di là della rima sciolta, ricorre due volte la rima incrociata (“fiorita”, “pieno”, “sereno”, “vita” nei vv. 44-47 e “soave”, “cotesta”, “festa”, “grave” nei vv. 48-51) e quattro la rima interna: “appresta” alla fine del v. 6 e “festa” all’interno del v. 7, “mensa” alla fine del v. 28 e “pensa” all’interno del v. 30 (è anche una paragramma), “sega” alla fine del v. 33 e “bottega” all’interno del v. 35, “adopra” alla fine del v. 36 e “opra” all’interno del v. 37 (è pure una rima a eco).

Tra i casi di rima baciata risulta di particolare interesse quella tra “gioia” (v. 39) e “noia” (v. 40), perché permette di parlare dell’isomorfismo: i due termini si somigliano per il suono e si equivalgono morfologicamente (genere femminile e numero singolare) e sintatticamente (sono sostantivi), ma non semanticamente (contrastano per il significato). Sono associati l’uno a “speme” e l’altro a “tristezza” e le due dittologie sinonimiche originano un’antitesi.

Analogamente gli aggettivi maschili compagni di rima “soave” (v. 48) e “grave” (v. 51) sono in contraddizione per ciò che designano: qualcosa, rispettivamente, di gradevole e di spiacevole.

“Gridando” (v. 24) e “saltando” (v. 26) si corrispondono a tutti i livelli: fonologico (per la rima), morfologico (tempo presente del modo gerundio), sintattico (complemento di modo) e semantico (indicano azioni compiute dai bambini che giocano).

Vediamo un ulteriore aspetto del meccanismo di cui stiamo trattando: l’unione di “cotesta” nel verso 49 e “festa” nel verso 50 (nuovamente una rima baciata) ha un senso.

S’individuano esempi di paronomasia: “ERbA” e “REcA” nel terzo verso (più precisamente è un paragramma), “ORNAva” (v. 12) e “ANcOR” (v. 13), “SnELLA” (v. 13) e “SoLEA” (v. 14), “COR” e “RiCOnforta” nel verso 23 (paronomasia per inclusione), “DIRTi” nel verso 50 e “TaRDI” nel verso 51 (paragramma).

Oltre che con ogni figura fonica, una certa musicalità si produce con l’enjambement. Le occorrenze sono numerose, per quanto ci limitiamo alle più evidenti: “e reca in mano / un mazzolin di rose e di viole” (vv. 3-4), “Siede con le vicine / su la scala a filar la vecchierella” (vv. 8-9), “solea danzar la sera intra di quei / ch’ebbe compagni dell’età più bella” (vv. 14-15), “Or la squilla dà segno / della festa che viene” (vv. 20-21), “ed a quel suon diresti / che il cor si riconforta” (vv. 22-23), “I fanciulli gridando / su la piazzuola in frotta / e qua e là saltando, / fanno un lieto romore” (vv. 24-27), “e intanto riede alla sua parca mensa, / fischiando, il zappatore” (vv. 28-29), “odi la sega / del legnaiuol” (vv. 33-34), “diman tristezza e noia / recheran l’ore” (vv. 40-41), “ed al travaglio usato / ciascuno in suo pensier farà ritorno” (vv. 41-42), “cotesta età fiorita / è come un giorno d’allegrezza pieno” (44-45), “stato soave, / stagion lieta è cotesta” (vv. 48-49), “ma la tua festa / ch’anco tardi a venir non ti sia grave” (vv. 50-51).

Questa canzone si divide in due parti di carattere diverso, descrittivo-narrativo e riflessivo, ma strettamente collegate, perché la descrizione-narrazione serve alla riflessione.

Nella prima parte (strofe I e II, dal verso 1 al verso 37) si trova il motivo occasionale. Si rappresenta l’entusiasmo, il sabato, bramando il giorno di festa. Si segue il criterio sensoriale, ossia ci si avvale della tecnica consistente nella registrazione dei dati percepiti attraverso i sensi: più precisamente le sensazioni visive e uditive. Così la narrazione e la descrizione acquistano una funzione mimetica, grazie alla creazione di un “effetto di realtà” e il lettore ha l’impressione di essere veramente davanti all’oggetto del discorso. L’autore, infatti, utilizza vocaboli appartenenti alle sfere della vista (“imbruna” nel verso 16, “azzurro” e “ombre” nel verso 17, “biancheggiar” nel verso 19) e dell’udito (“suon” nel verso 22, “gridando” nel verso 24, “romore” nel verso 27, “fischiando” nel verso 29, “odi” nel verso 33).

Nella seconda parte (strofe III e IV, dal verso 38 al verso 51), mediante l’esperienza, la domenica, dell’assenza di quanto atteso e del ritorno ai consueti pensieri della quotidianità, si sviluppa il tema fondamentale, cioè il ragionamento sulla felicità umana. Secondo il poeta, l’unica è procurata dall’aspettativa di un bene, che è causa, una volta raggiunto, di delusione. Però il tono è sereno, tutt’al più malinconico, non polemico, al contrario di altre sue opere.

Il sentimento della gioia è dunque riferito al futuro, ma anche al passato, perché si attua per mezzo di due personaggi, la donzelletta e la vecchierella, le quali raffigurano rispettivamente la speranza e il ricordo. Possiamo considerare la figura retorica del simbolo il motivo centrale, il “procedimento retorico […] che funge da principio organizzatore del testo” (Olivier Reboul, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 197).

Il simbolismo è confermato da una peculiarità linguistica: l’impiego dell’articolo determinativo “la” davanti a “donzelletta” e “vecchierella” (non è motivato grammaticalmente, giacché di loro non si è parlato in precedenza) invece dell’articolo indeterminativo “una”. In tal maniera si comunica un significato collettivo: quelle immaginate da Leopardi incarnano ogni donzelletta e ogni vecchierella e quindi la giovinezza e la vecchiaia. Il vezzeggiativo (“donzelletta”, “vecchierella” e, più avanti, “garzoncello”) è la “forma alterata del nome o dell’aggettivo usata per esprimere affetto, simpatia, predilezione o benevolenza, in associazione con l’idea di piccolezza” (lo Zingarelli 2017) ed è pertanto un fattore della connotazione, l’opposto della denotazione.

Tra la donzelletta e la vecchierella c’è un rapporto, sia d’identità, sia di diversità, in quanto rappresentano entrambe la felicità, ma in modi differenti (come fiducia e come memoria). Si evidenzia l’identità con il ricorso alle medesime parole e la diversità con la loro disposizione in ordine inverso: “ornare […] al dì di festa” (vv. 6-7) e “al dì della festa […] si ornava” (vv. 12). È la prerogativa del chiasmo, costituito dalla collocazione speculare di termini fra loro collegati sintatticamente o semanticamente. Il legame tra i primi due è ripreso e rovesciato negli altri due con una rottura del comune parallelismo.

Ne esistono vari tipi: piccolo e grande, semplice e complicato. Il piccolo concerne vocaboli e sintagmi. Il grande riguarda intere frasi. Il semplice è contraddistinto da affinità sintattica o semantica. Il complicato (o antimetabole o antimetatesi) è dato da una permutazione nella successione delle stesse parole: è il caso da cui siamo partiti.

Si mette in risalto la distinzione tra la donzelletta, raccontata in movimento nel primo verso e la vecchierella, descritta in una situazione di riposo nei versi 8-9, con uno grande e semplice: “La donzelletta vien” (soggetto + verbo) e “Siede […] / […] la vecchierella” (verbo + soggetto).

È perciò possibile utilizzarlo in funzione di iconismo sintattico, per semantizzare, ossia per “conferire a un elemento appartenente al piano dell’espressione un rilievo semantico che prima non aveva” (Vocabolario online Treccani).

In poesia alla semantizzazione può servire perfino l’iconismo metrico (variante dell’iconismo morfologico). Scaturisce, infatti, un ritmo lento con i versi endecasillabi e rapido con i settenari. Nel Sabato del villaggio con una serie di otto settenari consecutivi (vv. 20-27) si trasmette la sensazione della rapidità, proprio là dove si tratta del suono della campana a festa e del movimento gioioso dei bambini. Al contrario, con il verso seguente, un endecasillabo, si riproduce la lentezza del rientro dello zappatore dalla campagna (dovuta presumibilmente alla stanchezza).

Il costrutto a croce si attua per una sua parte per lo più attraverso l’anastrofe. Nei versi 17-18, quest’ultimo procedimento stilistico coincide con l’anafora: “Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre / giù da’ colli e da’ tetti”. Per mezzo di essa, si organizza il testo secondo una struttura parallelistica, che comporta un carattere di semplicità. Inoltre, per Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, rientra tra le figure della presenza, che appunto “hanno l’effetto di aumentare il sentimento di presenza” (Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 189). La ritroviamo nei versi 33-34: “Odi il martel picchiare, odi la sega / del legnaiuol che veglia”, unitamente all’enallage della persona, che si rinviene analogamente in un passo precedente: “Or la squilla dà segno / della festa che viene; / ed a quel suon diresti / che il cor si riconforta” (vv. 20-23).

Una costruzione non comune della frase si spiega spesso con un’esigenza attinente alla rima. Leggiamo nei versi 31-32: “Poi quando intorno è spenta ogni altra face / e tutto l’altro tace” (e non “Poi quando intorno ogni altra face è spenta”) e nei versi 45-46: “È come un giorno d’allegrezza pieno, / giorno chiaro, sereno” (e non “È come un giorno pieno d’allegrezza”).

Qualche volta nella versificazione è indispensabile per la sinalefe, della quale si contano varie occorrenze. In particolare, sulla base della necessità di avvalersene, si capisce perché nel verso 29, un settenario, il poeta impieghi l’articolo “il”, invece dell’articolo “lo”, con “zappatore” (chiaramente non basta parlare genericamente di licenza poetica): “fischiando il zappatore”. Nel verso precedente, un endecasillabo, si aggiunge la sineresi e le quattordici sillabe grammaticali si trasformano in undici sillabe metriche: “e intanto riede alla sua parca mensa”. Abbiamo pure l’apocope* nel verso 42 (“ciascuno in suo pensier farà ritorno”) e nel verso 51 (“ch’anco tardi a venir non ti sia grave”). Nella parola “cor” (v. 23) è associata alla sincope.

Le ultime due peculiarità linguistiche sono tipi di metaplasmo*, che in certi casi consiste nella sostituzione di un fonema: “domani” e “rumore” diventano “dimani” (v. 7) e “romore” (v. 27).

Nel verso 28 il sostantivo “mensa” (tavola) è adoperato al posto di “casa”. È un esempio di sineddoche. Sulla base di un rapporto rispettivamente di maggiore estensione (il tutto per la parte) o, nella fattispecie, di minore estensione (la parte per il tutto), distinguiamo la sineddoche generalizzante e la sineddoche particolarizzante. Il sintagma nominale “parca mensa” evoca sinteticamente e incisivamente l’immagine della povera dimora, dove il contadino consumerà un pasto frugale.

Nei versi 34-37 individuiamo un’accumulazione: “[il legnaiuol] veglia / nella chiusa bottega alla lucerna, / e s’affretta, e s’adopra / di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba” (vv. 34-37).

Nella quarta (e ultima) strofa (vv. 43-51) l’autore si appella non al lettore (il vero destinatario della canzone), ma al “garzoncello scherzoso”, ricorrendo così l’apostrofe e afferma: “Cotesta età fiorita / è come un giorno d’allegrezza pieno, / giorno chiaro, sereno, / che precorre alla festa di tua vita” (vv. 44-47). Il brano comprende la circonlocuzione: “età fiorita” (letteralmente “piena di fiori”, ossia di bei momenti) in luogo di “fanciullezza”; la similitudine (“è come”) e la metafora: “festa” (ripetuta nel verso 50) è usata in senso non letterale, bensì figurato, per designare la giovinezza e l’adultità, considerate dal ragazzino i periodi dell’avverarsi dei sogni. Tuttavia con questa convinzione non concorda Leopardi, in quanto attribuisce al termine la funzione di antifrasi, però con un’ironia non pungente ma bonaria.

Nella similitudine e nella metafora, che può essere considerata una similitudine accorciata, s’individuano tre elementi: ciò di cui si tratta (“tenore”), ciò a cui è paragonato (“veicolo”) e ciò che li lega (“terreno comune”).

Il sabato del villaggio si conclude con la preterizione: “Altro dirti non vo’: ma la tua festa / ch’anco tardi a venir non ti sia grave” (vv. 50-51). Con essa si combina l’allusione, per mezzo della quale si dice una cosa (“non ti pesi che la tua festa ancora tardi ad arrivare”) per farne intendere una più profonda e nascosta, che non si vuole dichiarare apertamente e quindi si sottintende, ma comunque si evoca (“al contrario delle tue previsioni, il futuro non sarà una festa”).

 

Bibliografia

Maria Corti, Claudia Caffi, Per filo e per segno, Bompiani, 1989, pp. 821-829.

Gianfranca Lavezzi, Breve dizionario di retorica e stilistica, Carocci, 2004.

Angelo Marchese, Dizionario di retorica e di stilistica, Oscar Studi Mondadori, 1978.

Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Bompiani, 1988.

Federico Roncoroni, Testo e contesto, Arnoldo Mondadori Editore, 1985.