pubblicato il 15 Giugno 2021 - scritto da Giorgio Matza

Giacomo Leopardi, La quiete dopo la tempesta, 1835

La quiete dopo la tempesta è una canzone libera, costituita da tre strofe di differente lunghezza, composte da versi settenari e endecasillabi variamente rimati. Al di là delle occorrenze di rima sciolta, se ne contano cinque di rima baciata (vv. 5-6, 15-16, 17-18, 29-30, 51-52: l’ultima è anche una rima a eco e una rima ricca) e una di rima incrociata (vv. 25-28).

Quella tra “montagna” e “campagna” (vv. 5-6) offre la possibilità di trattare dell’isomorfismo: i due termini si somigliano per il suono e si equivalgono morfologicamente (sono di genere femminile e di numero singolare), sintatticamente (sono sostantivi) e semanticamente, poiché appartengono al settore del lessico relativo all’ambiente naturale. Insieme a “sereno” (v. 4), “valle” e “fiume” (v. 7) formano un’isotopia semantica (serie di elementi omogenei sul piano del contenuto).

Altri casi sono dati, nella seconda strofa, da “rallegra” (v. 25), “dolce” e “gradita” (v. 26), “amore” (v. 28), “piacer” (v. 32) e da “mali” (v. 31), “affanno” (v. 32), “timore” (v. 34), “morte” (v. 35), “tormento” (v. 37). Tra i due insiemi di termini, per il loro valore rispettivamente positivo e negativo, è evidente l’antitesi, che possiamo considerare il motivo centrale, il “procedimento retorico […] che funge da principio organizzatore del testo” (Olivier Reboul, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 197) e dunque lo contraddistingue. Tale figura retorica emerge già nei primi due versi con “tempesta” e “festa”: esempio di rima interna e d’isomorfismo (ma, riguardo al significato, non c’è un’attinenza, bensì un contrasto).

Simili parole confermano il carattere emozionale del testo poetico per l’espressione di stati d’animo riconducibili alla gioia e soprattutto alla sofferenza. Allo stesso scopo a esse si aggiungono, nella terza strofa, “diletti” (v. 44), “diletto” (v. 46), nuovamente “piacer” (v. 48), “felice” (v. 51) e “pena” (v. 45), “pene” e “duolo” (v. 47), nuovamente “affanno” (v. 50), “dolor” (vv. 53 e 54). Nel loro complesso, alcune si ripetono.

Se l’iterazione si registra all’inizio di frasi successive abbiamo l’anafora: “Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride” (v. 19), “Apre balconi, / apre terrazzi e logge la famiglia” (vv. 20-21), “onde si scosse / e paventò la morte / chi la vita aborria; / onde in lungo tormento, / fredde, tacite, smorte, / sudar le genti e palpitar” (vv. 34-39).

Secondo Pierre  Fontanier, si usano “più volte gli stessi termini o una stessa costruzione, sia semplicemente per ornare il discorso, sia per esprimere con maggior forza ed energia la passione” (Les figures du discours, 1991, p. 329, citato in Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Bompiani, 1991, p. 196).

In generale, nei linguaggi creativi la ripetizione, retoricamente motivata, è impiegata come tecnica dell’insistenza, giacché l’emittente del messaggio se ne avvale per attirare o ravvivare l’attenzione del ricevente e per rafforzare un concetto. La medesima funzione svolge un vocabolo raro, come “duolo” (v. 47), che spinge ad attribuire maggiore importanza a ciò che viene indicato. L’iterazione interessa perfino una proposizione, ma è in compresenza con un tipo di chiasmo, l’antimetatesi (permutazione nell’ordine delle stesse parole): “Ogni cor si rallegra” (v. 8) e “Si rallegra ogni core” (v. 25).

Mediante la gnome, “Piacer figlio d’affanno” (v. 32) e “Uscir di pena / è diletto fra noi” (vv. 45-46), si rileva incisivamente il tema fondamentale, sviluppato dal verso 47 al verso 54: l’inesistenza della gioia umana, essendo essa semplicemente il risultato dell’interruzione momentanea della sofferenza.

Dalla lettura si palesa la divisione dell’opera in due parti di carattere diverso, descrittivo-narrativo e riflessivo, ma strettamente connesse, perché la descrizione-narrazione (nella prima strofa, vv. 1-24) serve alla riflessione (nella seconda e nella terza strofa, vv. 25-54), che coincide con il leitmotiv (ne abbiamo appena parlato) e si attua pure con la domanda retorica: “Sì dolce, sì gradita / quand’è, com’or, la vita? / Quando con tanto amore / l’uomo a’ suoi studi intende? / O torna all’opre? O cosa nova imprende? / Quando de’ mali suoi men si ricorda? (vv. 26-31).

Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca la classificano tra le figure della comunione, “con le quali l’oratore si sforza di far partecipare attivamente l’uditorio alla sua esposizione, prendendolo a parte di essa, sollecitando il suo concorso” (Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 193).

In questa categoria rientra anche l’enallage della persona, che si rinviene nei versi 22-23: “E, dalla via corrente, odi lontano / tintinnio di sonagli”.

Nella terza strofa si delinea un tono sarcastico per mezzo dell’antifrasi, là dove l’autore s’indirizza con l’apostrofe, associata alla personificazione* (si fa di un esse­re inanimato o astratto una persona  reale, dotata di vita), prima all’entità che sovraintende all’esistenza degli esseri viventi e poi a tutta l’umanità: “O natura cortese”, nell’accezione di “generosa” (v. 42) e “Umana / prole cara agli eterni!” (vv. 50-51).

La prima parte del testo poetico contiene il motivo occasionale, l’occasione che ha offerto lo spunto al poeta per la composizione: si rappresenta il ritorno del tempo sereno dopo il temporale in un piccolo centro e il passaggio dalla paura alla tranquillità con la ripresa delle attività consuete e con vari protagonisti (“l’artigiano”, “la femminetta”, “l’erbaiuol”, “la famiglia”, nel significato di servitù e il “passeggier”).

Nella rappresentazione si segue il criterio sensoriale, si applica la tecnica consistente nella registrazione dei dati percepiti attraverso i sensi: più precisamente le sensazioni visive e uditive. Così si attua una funzione mimetica, che ha, come scopo, la presenza e per il lettore ne deriva l’impressione di essere veramente davanti a ciò che viene narrato e descritto. A tal fine l’autore utilizza parole appartenenti alle sfere della vista (“chiaro” e “appare” nel v. 7, “mirar” nel v. 11) e dell’udito (“odo” nel v. 2, “verso” [della gallina] nel v. 4, “romorìo” nel v. 9, “cantando” nel v. 12, “grido” nel v. 18, “odi” nel v. 22, “tintinnio”, “sonagli” e “stride” nel v. 23). Inoltre c’è qualche esempio di sinestesia: “umido cielo” (v. 11: tatto + vista) e “fredde, tacite, smorte” (v. 38: tatto + udito + vista).

Gli ultimi tre aggettivi e la locuzione “in lungo tormento”, nel verso precedente, costituiscono un’accumulazione. Essa rientra fra i procedimenti, che “hanno per effetto di rendere attuale alla coscienza l’oggetto del discorso” (Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 189).

Un risultato pressappoco analogo si ottiene, sfruttando il valore rafforzativo di un peculiare avverbio: “Ecco il sereno / rompe là da ponente” nei vv. 4-5, “Ecco il sol che ritorna, ecco sorride” nel v. 19 (la stella più vicina alla Terra viene personificata, nel momento in cui si dice che compie un’azione umana)

Nel settimo verso probabilmente si cerca di creare un’illusione di realtà con la frase “E chiaro nella valle il fiume appare” grazie a un iconismo fonosimbolico: la /a/ tonica ricorre per tre volte (“chiaro”, “valle”, “appare”) e la /u/ tonica solo una (“fiume”). Poiché la prima è un suono luminoso e la seconda è un suono scuro, sembra di vedere il corso d’acqua che si staglia nel paesaggio.

Si riproduce invece il rumore della vita che riprende, dopo la perturbazione atmosferica, mediante l’armonia imitativa, con la singolare frequenza del fonema /r/, il più sonoro nella nostra lingua: “cor”, “rallegra” (v. 8), “risorge”, “romorio” (v. 9), “torna”, “lavoro” (v. 10), “artigiano”, “mirar” (v. 11).

Alla sua base è dunque l’allitterazione. Riconosciamo la consonanza tra “gallina” (v. 2) e “sereno” (v. 4), “balconi” (v. 20) e “lontano” (v. 22), “sono” (v. 44) e “pena” (v. 45). La paronomasia concernente “TiMORE” (v. 34), “TORMEnto” (v. 37) e “sMORTE” (v. 38), che è per inclusione, suscita uno speciale interesse, in quanto attiene a un fenomeno notevole, di cui si è occupato Jean Starobinski (Le parole sotto le parole. Gli anagrammi di Ferdinand de Saussure, il melangolo edizioni, 1982). Il poeta, consciamente o incon­sciamente, ci fa percepire subliminalmente, cioè al di sotto del livello della nostra coscienza, vale a dire senza che ne siamo consapevoli, il termine “morte”, che comunque si trova nel verso 35 e nel verso 54, l’ultimo, quindi in una posizione nella quale acquista maggiore risalto.

Inoltre, per evocare l’immagine della dipartita, l’autore usa la sineddoche generalizzante (il tutto per la parte), indicando gli esseri umani con il vocabolo “mortali”, che propriamente designa nel loro complesso gli esseri viventi, soggetti a morire. Tenendo conto della categorizzazione di Perelman e Olbrechts-Tyteca, potremmo classificarla tra le figure della scelta, perché l’obiettivo è di “dar rilievo ad alcuni aspetti di una realtà che rischierebbero di rimanere oscuri” (op. cit., p. 187).

La musicalità, che si deve a ogni figura fonica (innanzitutto alla rima), viene prodotta pure dall’enjambement*. Se ne contano numerose occorrenze: tra le più comuni, “lontano / tintinnio di sonagli” (vv. 22-23) e “umana / prole” (vv. 50-51), con la divisione dell’aggettivo dal sostantivo.

Nel testo poetico La quiete dopo la tempesta c’è una particolare frequenza dell’anastrofe. Ciò si spiega anche con la possibilità di risolvere, per mezzo di essa, problemi metrici e ritmici, concernenti la misura dei versi e i loro accenti e la posizione delle parole compagne di rima. Riguardo alla collocazione di queste ultime, abbiamo: “Passata è la tempesta” (v. 1) e “festa” (all’interno del v. 2), “Sgombrasi la campagna” (v. 6) e “montagna” (alla fine del v. 5), “Apre terrazzi e logge la famiglia” (v. 21) e “ripiglia” (alla fine del v. 24), “Si rallegra ogni core” (v. 25) e “amore” (alla fine del v. 28), “Sì dolce, sì gradita / quand’è, com’or, la vita?” (vv. 26-27), “l’uomo a’ suoi studi intende? / o torna all’opre? o cosa nova imprende?” (vv. 29-30)

Relativamente al metro, permette di ricorrere alla sinalefe. Così il verso 39, “sudar le genti e palpitar, vedendo”, è un endecasillabo grazie all’inserimento del soggetto tra i due predicati verbali.

Le sedici sillabe grammaticali diventano undici sillabe metriche con l’ausilio dell’apocope, giacché i termini “sudarono” e “palpitarono” mutano in “sudar” e “palpitar”.

Nel verso 24 si registra una concentrazione dei due elementi appena menzionati e della sineresi: “del passeggier [apocope] che il [sinalefe] suo [sineresi] cammin [apocope] ripiglia”.

Bibliografia

Gianfranca Lavezzi, Breve dizionario di retorica e stilistica, Carocci, 2004.

Angelo Marchese, Dizionario di retorica e di stilistica, Oscar Studi Mondadori, 1978.

Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Bompiani, 1988.

Federico Roncoroni, Testo e contesto, Arnoldo Mondadori Editore, 1985.