Reticenza

La reticenza si riconosce – nella spiegazione di Pierre Fontanier – “nell’interrompersi e nell’arrestarsi all’improvviso nel corso di una frase, per lasciar intendere con quel poco che si dice, e con l’ausilio delle circostanze, ciò che si affetta di sopprimere, e spesso anche molto di più” (Les figures du discours, 1991, p. 135, citato in Olivier Reboul, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, p. 153).

Con l’omissione della parte finale del discorso, solitamente accompagnata con una pausa di silenzio (resa graficamente con i puntini di sospensione), si sottintendono minacce. Così, nel capitolo I del romanzo I Promessi Sposi, i bravi di don Rodrigo ribadiscono a don Abbondio l’ordine di non celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia: “Noi non ne sappiamo, né vogliam saperne di più. Uomo avvertito… Lei ci intende”.

Negli interventi del curato, nello stesso colloquio, coincide più semplicemente con l’allusione (si dice una cosa per farne intendere perfino un’altra): “Ma, signori miei, si degnino di mettersi nei miei panni. Se la cosa dipendesse da me,… vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca…”, “Ma lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli…”, “Se mi sapessero suggerire…”.

In aggiunta si ricorre a questa figura retorica per insinuare dubbi. Tale uso si verifica nel capitolo X, nel dialogo con Gertrude, laddove il vicario delle monache constata: “Alle volte, una cagione momentanea può fare un’impressione che par che deva durar sempre; e quando poi la cagione cessa, e l’animo si muta, allora…”.

Nel testo poetico La mia sera di Giovanni Pascoli, invece, il poeta la adopera per mostrare pudore, accennando velatamente alla sua vita: “La fame del povero giorno / prolunga la garrula cena. / La parte, sì piccola, i nidi / nel giorno non l’ebbero intera. / Né io…” (vv.  27-31).

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