pubblicato il 16 Luglio 2021 - scritto da Giorgio Matza

Una lezione di retorica (e di dignità) di Alexandria Ocasio-Cortez

Come si risponde quando ti chiamano “fucking bitch”? La reazione di Alexandria Ocasio-Cortez

“Il crimine è un problema della società malata, che esclude la gente più disagiata, la polizia non è la soluzione” (1). L’affermazione è di Alexandria Ocasio-Cortez e ha provocato un’aggressione verbale nei suoi confronti, con frasi decisamente volgari, a opera di un parlamentare dello schieramento opposto. Il discorso di denuncia, da lei tenuto alla Camera, nel mese di luglio 2020, ha avuto una diffusione capillare mediante i social network, giacché tanti si compiacciono anche della sua abilità retorica. Così ha ricostruito l’episodio:

“Stavo salendo la scalinata del Campidoglio, quando il deputato [Ted] Yoho, d’un tratto, mi è comparso da dietro un angolo e, accompagnato dal deputato Roger Williams, mi si è accostato […]  Mi ha puntato il dito, definendomi disgustosa, dandomi della pazza, fuori di testa e… e definendomi pericolosa […] Sono entrata per votare […] Sono uscita e c’erano dei giornalisti davanti al Campidoglio e dinanzi ai giornalisti il deputato Yoho mi ha chiamato e cito: ‘brutta stronza’ [è la traduzione meno pesante di “fucking bitch”]. Queste sono le parole che il deputato Yoho ha mosso contro una deputata” (2).

Emerge un divario, riguardo alla dialettica, tra i due contendenti. Il repubblicano ha utilizzato l’argumentum ad personam, che Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca giudicano per l’appunto “un attacco contro la persona dell’avversario, mirante essenzialmente a squalificarlo” (3).

È una fallacia, cioè un esempio di cattiva argomentazione, sia, nella fattispecie, moralmente, tenendo conto della trivialità, sia relativamente all’efficacia comunicativa, poiché rivela l’incapacità di argomentare, di sostenere una tesi con prove adeguate. Il suo uso è particolarmente grave per chi ricopre una carica pubblica, specialmente in nome e per conto del popolo.

Viceversa, pure in una simile circostanza, risulta piuttosto incisiva l’elocuzione dell’esponente democratica, la quale ricorre a veri argomenti, nel senso di ragionamenti che convalidano un’opinione.

Parliamo inizialmente dell’inclusione della parte nel tutto. Per gli studiosi menzionati in precedenza, “il più delle volte la relazione fra il tutto e le sue parti è considerata sotto l’aspetto quantitativo: il tutto comprende la parte ed è in conseguenza più importante di questa” (4).

La vittima dell’offesa s’inserisce all’interno di una comunità e acquista dunque un maggiore peso. Contemporaneamente, in forza di ciò che le è capitato nonostante il suo ruolo, tende a diventarne un simbolo, con cui è possibile immedesimarsi:

“[Sono] una deputata che rappresenta non solo il XIV distretto congressuale di New York, ma ogni deputata e ogni donna in questo Paese. Perché ognuna di noi ha dovuto affrontare questo in qualche forma, in qualche modo e maniera a un certo punto della propria vita”.

Poi ha aggiunto:

“E voglio chiarire che i commenti del deputato Yoho non sono stati profondamente offensivi o toccanti per me, perché io ho conosciuto lavori più umili. Ho lavorato come cameriera. Ho preso la metropolitana. Ho camminato per le strade di New York. E questo tipo di linguaggio non mi è nuovo. Mi sono già imbattuta nelle parole pronunciate dal signor Yoho e in uomini che pronunciavano le stesse parole del signor Yoho quando venivo molestata nei ristoranti. Ho buttato fuori dai bar uomini che hanno usato un linguaggio come quello del signor Yoho”.

Tale passo contiene un riferimento all’erlebnis. Il vocabolo tedesco indica precisamente “la somma delle esperienze assimilate e vissute da un autore, in quanto diventano parte essenziale della sua sensibilità e materia d’arte o di poesia; il termine si rende per lo più in italiano con l’espressione ‘esperienza vissuta’” (Vocabolario online Treccani). Nondimeno, ritenendolo un fattore che esercita un’influenza sulla loro personalità e sulla loro attività, all’“esperienza vissuta” si rifanno spesso i politici. Essa, nell’ottica della retorica, è funzionale all’impiego dello strumento persuasivo di ordine affettivo dell’ethos, ossia – nella definizione classica di Olivier Reboul – “il carattere che deve assumere l’oratore per accattivarsi l’attenzione e guadagnarsi la fiducia dell’uditorio”, giacché “quali che siano i suoi argomenti logici, essi non hanno alcun potere senza questa fiducia” (5).

Il logos, invece, è contraddistinto dalla “attitudine a convincere grazie alla sua apparenza di logicità” e quindi “concerne l’argomentazione propriamente detta” (6).

AOC (le sue iniziali sono ormai diventate quasi il logo di una marca) conferma un’idea di Perelman e Olbrechts-Tyteca. Secondo loro “l’argomentazione non potrebbe procedere di molto senza ricorrere a paragoni, nei quali diversi oggetti siano posti a confronto per essere valutati l’uno in rapporto all’altro” (7).

In effetti l’aggressore, a causa della sua sconcezza, è equiparato, con un apprezzamento poco lusinghiero, a chi arreca molestie sessuali. Inoltre, quando ricorda di aver “buttato fuori dai bar uomini che hanno usato un linguaggio come quello del signor Yoho”, la parlamentare progressista, consapevolmente o meno, fa emergere un’analogia, una somiglianza di rapporto, in base alla formula generale A : B = C : D. I due insiemi di termini costituiscono il “tema” (A e B) e il “foro” (C e D). Fra i loro elementi simmetrici (A e C, B e D) si attua un avvicinamento (8) e l’ascoltatore (o il lettore) ne ricava facilmente che due situazioni si assomigliano. Nello specifico, il comportamento disdicevole di un qualsiasi tizio sta alla sua cacciata da un locale pubblico come la condotta ugualmente sconveniente di un componente di un’assemblea politica rappresentativa dello Stato sta (o dovrebbe stare) a una sanzione nei suoi riguardi.

La presenza di una tecnica argomentativa si coglie anche nel seguente estratto:

“Le offese che il signor Yoho mi ha mosso non sono state semplicemente rivolte a me, perché così facendo a una donna, il signor Yoho lancia un messaggio agli uomini permettendo loro di fare lo stesso alle sue figlie. Usando quel linguaggio davanti alla stampa, egli ha dato il permesso di usare quel linguaggio contro sua moglie, le sue figlie, le donne nella sua comunità”.

Una simile riflessione è incentrata sulla regola di giustizia, che “esige l’applicazione di un identico trattamento ad esseri o situazioni integrati in una stessa categoria” (9).

L’obiettivo di comunicazione dello screditamento dell’avversario ne sottende uno più politico: alienare il voto dell’elettorato femminile (“le donne nella sua comunità”) a lui e più ampiamente al suo raggruppamento, a proposito del quale l’esponente democratica ha precisato:

“Quel che mi è stato detto con mancanza di rispetto, in particolare da membri del Partito Repubblicano e da funzionari eletti nel Partito Repubblicano, non è accaduto solo qui, ma il Presidente degli Stati Uniti lo scorso anno mi ha detto di tornarmene a casa mia nel mio Paese, con l’intenzione di affermare che io non sono americana. Il governatore della Florida, il governatore DeSantis, prima ancora che avessi giurato, mi ha chiamato in qualunque modo”.

L’autore del volgare attacco ha cercato di rimediare, ma con una pezza peggiore del buco, ossia con una nuova fallacia, la correlazione illusoria. Ecco come si realizza, nella spiegazione di Paola Cantù: “Consiste nel presentare come associati due o più fatti tra loro indipendenti, suggerendo al lettore una correlazione illusoria (per esempio causale, analogica ecc.) che non sussiste” (10).

Nel nostro caso, non c’è alcun nesso tra l’avere famiglia ed essere un soggetto corretto. È pressappoco il medesimo meccanismo di difesa qualche volta messo in atto per sfuggire all’accusa di razzismo (“ho perfino un amico nero”) o di omofobia (“ho perfino un amico gay”).

Alexandria Ocasio-Cortez ha smascherato l’inganno:

“Ho pensato sinceramente di lasciar perdere e tornare a casa. È solo un altro giorno, giusto? Ma ieri il deputato Yoho ha deciso di raggiungere la Camera dei Rappresentanti e trovare scuse per il suo comportamento e non ho potuto lasciar perdere […] È per questo che oggi mi muovo per sollevare la questione dinanzi al Congresso. Non ho bisogno che il deputato Yoho si scusi con me […] Ma ciò che non tollero è usare le donne, le proprie mogli e figlie, come scudi e scuse di comportamenti meschini. Il signor Yoho ha dichiarato di avere una moglie e due figlie […] Credo che avere una figlia non rende un uomo decente. Credo che avere una moglie non rende un uomo decente. Trattare le persone con dignità e rispetto rende un uomo decente”.

Per quanto concerne le figure retoriche, le forme linguistiche scelte per potenziare il messaggio, è evidente la presenza dell’isocòlo, la perfetta simmetria fra due o più componenti di un costrutto o di una proposizione o di un periodo per il numero di parole, per la struttura sintattica e dunque per il ritmo (“Credo che avere una figlia non rende un uomo decente. Credo che avere una moglie non rende un uomo decente”). Inoltre è possibile considerare l’asserzione “trattare le persone con dignità e rispetto rende un uomo decente” una gnome, il procedimento stilistico con cui si proferisce brevemente, come in un proverbio, un principio generale.

La vittima dell’oltraggio ha continuato:

“E quando un uomo decente sbaglia, come a tutti noi può accadere, fa del suo meglio e si scusa. Non per salvare la faccia, non per guadagnare un voto. Si scusa, sinceramente, per riparare e riconoscere il danno fatto in modo che si possa andare avanti”.

La frase conclusiva (“in modo che si possa andare avanti”) ha un peculiare valore, giacché rivela l’indole di chi non serba rancore, ma anzi è incline alla comprensione e al perdono. Ne consegue un ritorno d’immagine, cioè un aumento di prestigio. È un’occorrenza, per ricorrere alla terminologia dei moderni esperti di comunicazione, d’identità verbale. Somiglia all’ethos oratorio, un concetto elaborato nell’antichità dai più autorevoli studiosi della retorica, quali furono Aristotele, Cicerone, Quintiliano. Esso – lo ricordano Perelman e Olbrechts-Tyteca – “si riassume nell’impressione che l’oratore dà di se stesso per mezzo di ciò che dice” (11) (ma non me­diante le autodescrizioni e le autonarrazioni, caratteristiche dell’ethos tout court).

Il pathos è costituito – citiamo la definizione classica di Olivier Reboul – dall’“insieme di emozioni, passioni e sentimenti che l’oratore deve suscitare nel suo uditorio grazie al suo discorso” (12). Solidarietà unita a tenerezza si nutre, ammesso che uno non sia un odiatore matricolato, per AOC, quando dice:

“Ho due anni meno della figlia più piccola del signor Yoho. Anch’io sono figlia di qualcuno. Mio padre, per fortuna, non è vivo per vedere come il signor Yoho ha trattato sua figlia. Mia madre ha visto la mancanza di rispetto del signor Yoho nei miei confronti, in tv, proprio in quest’Aula. E io sono qui perché devo mostrare ai miei genitori che sono loro figlia e che non mi hanno cresciuta perché accettassi abusi da parte degli uomini”.

Più avanti lo utilizza per mettere in cattiva luce il suo antagonista e muovere il pubblico a indignazione:

“Ciò che voglio esprimere al signor Yoho è gratitudine. Voglio ringraziarlo per aver mostrato al mondo che si può essere un uomo potente e aggredire le donne. Si può avere figlie e aggredire le donne senza rimorso. Si può essere sposati e aggredire le donne. E scattarsi foto, postare al mondo l’immagine del padre di famiglia e aggredire le donne senza rimorso e con senso d’impunità.

Nello specifico lo strumento persuasivo di ordine affettivo, di cui stiamo dissertando, interagisce con il logos: più precisamente con l’incompatibilità. Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca hanno rilevato che “assomiglia ad una contraddizione, in quanto consiste in due asserzioni tra le quali bisogna scegliere, a meno di rinunciare ad entrambe” (13).

Concretamente, pur non riferendoci necessariamente alle parole, si coglie l’inconciliabilità tra alcune condizioni di un individuo di sesso maschile (“essere un uomo potente”, “avere figlie”, “essere sposati”, proporre “l’immagine del padre di famiglia”) e una condotta spregevole verso il sesso femminile (“aggredire le donne”). Se ne contano dunque quattro occorrenze. Esse generano un’“ampiezza argomentativa”, la quale, secondo gli autori del Trattato dell’argomentazione, “può risultare non dall’uso di argomenti diversi che si sostengono, si completano, si rivolgono a vari uditorî, ma dalla semplice riproduzione, più o meno fedele, degli stessi argomenti” (14).

La sua funzione è l’insistenza, con cui l’emittente del messaggio attira o ravviva l’attenzione del ricevente e rafforza un concetto. Nel passo che stiamo analizzando, il medesimo effetto si ottiene con la simploche, il procedimento stilistico originato dalla combinazione di anafora (ripetizione di uno o più termini all’inizio di due o più frasi successive: “si può”) ed epifora (ripetizione di uno o più termini alla fine di due o più frasi successive: “aggredire le donne”). Inoltre si nota la presenza di una particolare costruzione linguistica, il climax, con una serie di espressioni (nel nostro caso due) disposte in una gradazione ascendente, per suggerire una progressiva amplificazione: si passa dalla più debole alla più forte; la seguente è più ricca di significato rispetto alla precedente (“aggredire le donne senza rimorso” e “aggredire le donne senza rimorso e con senso d’impunità”) (15).

L’indugio su un qualsiasi tema denota la condivisione dell’opinione, per cui “se lo stile rapido è favorevole al ragionamento, lo stile lento crea l’emozione”. A ricordarlo sono ancora Perelman e Olbrechts-Tyteca, i quali citano Giambattista Vico (Delle instituzioni oratorie, p. 87): “Gli oratori stringati e brevi poco penetrano al cuore e meno commuovono” (16).

Attraverso le affermazioni della parlamentare progressista, il suo avversario assume il carattere di figura non esemplare, di modello negativo, di antimodello, di qualcuno che non si deve imitare.

Così ha concluso il suo intervento alla Camera, traendo lo spunto dalle ingiurie da lei patite:

“Succede ogni giorno in questo Paese. È accaduto qui sulle scalinate del Campidoglio. Accade quando le persone che ricoprono le più alte cariche in questa terra lo ammettono, ammettono di fare del male alle donne e di usare questo linguaggio contro tutte noi”.

Nella parte finale si allude al presidente Donald Trump, che con una conversazione del 2005, trapelata durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2016, provocò ribrezzo a causa della totale mancanza di stima dimostrata per l’altra metà del cielo:

“Ci ho provato come si fa con una prostituta, ma non ce l’ho fatta […] Sono attratto automaticamente dalla bellezza. Inizio subito a baciarle, è come un magnete. Le bacio senza nemmeno aspettare. E quando sei una star loro te lo lasciano fare. Puoi fare quello che vuoi. Qualunque cosa tu voglia. Prendile per la ******. Puoi fare tutto” (17).

Da ultimo, qualche osservazione nell’ottica dello storytelling. Nel discorso di Alexandria OcasioCortez si percepisce nelle linee essenziali la narrazione di due storie opposte, con due strutture narrative differenti.

Il racconto che ha lei per protagonista, è incentrato sull’ascesa: dal passato nella working class (“io ho conosciuto lavori più umili. Ho lavorato come cameriera”) al presente da deputata (“dai miei elettori ho mandato per essere qui ogni giorno affinché mi batta per loro e mi assicuri che abbiano un tetto sulla testa, cibo la sera e conducano una vita dignitosa”). E il futuro? Da presidente degli Stati Uniti d’America?

Alla base della vicenda dell’antagonista è invece la caduta, testimoniata dalla sua nuova condizione di “uomo che non ha rimorso nell’apostrofare le donne e usare contro di loro un linguaggio offensivo” (18).

Si rappresenta pure un’antitesi tra valori e disvalori.

Quella che, per antonomasia, è la più giovane candidata mai eletta prima al Congresso, esalta la dignità (“devo mostrare ai miei genitori che sono loro figlia e che non mi hanno cresciuta perché accettassi abusi da parte degli uomini”).

Nell’esistenza del suo aggressore prevale l’ipocrisia, giacché si cerca di nascondere la realtà (il non essere “un uomo decente”) con l’apparenza (“scattarsi foto, postare al mondo l’immagine del padre di famiglia”).

Note

(1) Riportato in agi.it, 24 luglio 2020.

(2) YouTube: “Alexandria Ocasio-Cortez – Discorso contro la cultura sessista”.

(3) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p.121.

(4) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 251.

(5) Olivier Reboul, Introduzione alla retorica, Il Mulino, 1996, pp. 21 e 69.

(6) Olivier Reboul, op. cit., pp. 36 e 70.

(7) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 262.

(8) Sul ragionamento per analogia si può leggere Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., pp. 404-445.

(9) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 237.

(10) Paola Cantù, E qui casca l’asino. Errori di ragionamento nel dibattito pubblico, Bollati Boringhieri, 2011, p.169.

(11) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 346.

(12) Olivier Reboul, op. cit., p. 70.

(13) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 212.

(14) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 515.

(15) Federico Roncoroni, Testo e contesto, Arnoldo Mondadori Editore, 1985, p. 1138.

(16) Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, op. cit., p. 156.

(17) Paolo Mastrolilli, “Le confessioni hot di Trump. Un video del 2005 inguaia il candidato repubblicano”, lastampa.it, 9 ottobre 2016.

(18) Di strutture narrative si parla nell’articolo “Caduta, conversione e salvezza nella narratologia contemporanea”, pubblicato il 29 agosto 2018.