pubblicato il 12 Maggio 2017 - scritto da Flavia Trupia

Uomini politici alla conquista della benevolenza

di Giorgio Matza

L’emittente del messaggio può cercare di suscitare un atteggiamento benevolo nei suoi confronti da parte del ricevente, rivolgendosi a esso con espressioni di apprezzamento. Nell’oratoria politica ciò non avviene solo per manifestare gratitudine in seguito alla trasmissione di una competenza (1).

Per esempio, in un discorso ufficiale Bill Clinton affermò: <È per me un onore trovarmi qui fra voi alla Freedom House, un’organizzazione che da oltre cinquant’anni fa sentire la sua voce in favore della tolleranza e della dignità dell’uomo. In tutto il mondo c’è gente che ha migliorato la propria condizione grazie al vostro lavoro. Ringrazio inoltre la Freedom House di avere radunato un uditorio tanto vario e dinamico. Non accade tutti i giorni che il Carnegie Endowment, il Progressive Policy Institute, la Heritage Foundation e l’American Foreign Policy Council si riuniscano sotto una stessa bandiera> (2).

Inoltre nella sua autobiografia ha raccontato: <Alla cerimonia [del D-day nel 1994] fui presentato da Joe Dawson di Corpus Christi, Texas, che, da giovane capitano, aveva avuto il merito di essere il primo ufficiale a raggiungere le inaccessibili scogliere della Normandia sotto il fuoco dei tedeschi in ritirata […] Dissi che coloro che erano sopravvissuti ed erano ritornati sulla scena della loro vittoria “camminavano forse con un po’ meno slancio e le loro fila si stavano assottigliando. Ma non dimentichiamo mai che, da giovani, questi uomini salvarono il mondo”> (3).

Nel romanzo Colori primari, il protagonista, Jack Stanton, che si può facilmente identificare in Bill Clinton (infatti, tra l’altro, è il governatore di un piccolo stato del Sud, impegnato nella campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti), così conclude il suo intervento ad un corso di alfabetizzazione per adulti: <Volevo dirvi che vi capisco, che so cosa state passando e mi inchino di fronte ai vostri sforzi. E quando la gente mi domanda: “Signor Stanton, perché lei impegna sempre tanto tempo e denaro nei corsi di alfabetizzazione per adulti?”, io rispondo: “Perché questo mi dà la possibilità di conoscere il vero coraggio. Mi stimola a essere più forte”. Grazie tante per avermi ospitato qui con voi”> (4).

Nel corso della campagna elettorale per le presidenziali americane del 1976, Jimmy Carter diceva: <Se venissi eletto presidente, farei tutto il possibile per rendere questa amministrazione la più buona, onesta, compassionevole e piena di amore come è il popolo americano> e <Possiamo ancora avere un governo americano che si sia allontanato dagli scandali, dalla corruzione e dal cinismo dei suoi leader e che sia di nuovo competente e decente come la nostra gente> (5).

L’apprezzamento delle persone che ascoltano da parte dell’oratore è una costante dei preamboli nelle allocuzioni di Benito Mussolini. Ecco qualche esempio:

<Cittadini, Camicie Nere, Popolo di Cagliari ardente e cavalleresco! […] Nessuna città mi ha tributato le accoglienze che oggi voi avete tributato a me. Sapevo che Cagliari era città di forti passioni, sapevo che un grande fermento di rinnovazione fremeva nei vostri cuori […] Qui il Fascismo ha salde radici nelle vostre coscienze> (12 giugno 1923);

<Cittadini di Iglesias, Camicie Nere fasciste! […] Iglesias è stata veramente la culla del Fascismo sardo […] Voi meritate che il Governo vi ricordi> (13 giugno 1923);

<Popolo di Perugia! Popolo dell’Umbria tutta! […] Ho molta vergogna di dirti che questa è la prima volta nella mia vita che vengo nella tua mirabile città la quale mi è balzata incontro con tutta la sua cordialità profonda […] Questa terra è quella che ha celebrato a volta a volta l’eroismo e la santità> (30 ottobre 1923);

<Nobile e fierissimo popolo di Palermo! […] Lo spettacolo che tu mi hai offerto stamane e che mi offri in questo momento supera ogni aspettativa e non vi è parola che possa tradurre i sentimenti che tumultuano nel mio spirito […] Tu mi hai offerto […] tutto il tuo fervidissimo cuore italiano. Ti siano rese grazie dal profondo del mio animo!> (5 maggio 1924) (6).

Riguardo ancora alla comunicazione politica italiana, Silvio Berlusconi, in visita negli Stati Uniti come presidente del Consiglio dei ministri, così esordì al Congresso, a Washington, il 1° marzo 2006: <È per me uno straordinario onore essere stato invitato a pronunciare questo discorso nel luogo che è uno dei massimi templi della democrazia. Parlo in rappresentanza ed a nome di un Paese che nei confronti degli Stati Uniti d’America ha un’amicizia profonda, che agli Stati Uniti si sente legato da vincoli plurisecolari. Una parte importante dei cittadini americani ha origini italiane. Per loro l’America è stata una terra di opportunità che li ha accolti generosamente ed essi hanno contribuito con il loro ingegno e con il loro lavoro a rendere grande l’America. E sono orgoglioso di vedere quanti cittadini di origine italiana sono oggi membri del Parlamento della più grande democrazia del mondo. Per la generazione di italiani alla quale appartengo gli Stati Uniti rappresentano il faro della libertà e del progresso civile ed economico. Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver salvato il mio Paese dal fascismo e dal nazismo a costo del sacrificio di tante giovani vite americane. Sarò sempre grato agli Stati Uniti perché nei lunghi decenni della guerra fredda hanno difeso l’Europa dalla minaccia dell’Unione Sovietica. Impegnando ingenti quantità di uomini e di mezzi finanziari in questa battaglia vittoriosa contro il comunismo gli Stati Uniti permisero a noi europei di destinare risorse preziose alla ripresa e allo sviluppo della nostra economia. Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver aiutato il mio Paese a vincere la povertà ed a conseguire crescita e prosperità dopo la Seconda Guerra Mondiale grazie alla generosità del Piano Marshall. Ed oggi sono ancora grato agli Stati Uniti che continuano a pagare un alto prezzo in termini di vite umane nella lotta contro il terrorismo, per la sicurezza comune e per la difesa dei diritti umani in tutto il mondo>.

È terminò con un racconto: <Vorrei concludere ricordando una breve storia. La storia di un ragazzo che alla fine dei suoi studi liceali fu portato dal padre a visitare il cimitero in cui riposano molti giovani valorosi soldati, giovani che avevano attraversato l’Oceano per ridare dignità e libertà ad un popolo oppresso. Nel mostrargli quelle croci, quel padre fece giurare a quel ragazzo che non avrebbe mai dimenticato il supremo sacrificio con cui quei soldati americani avevano difeso la sua libertà. Gli fece giurare che avrebbe serbato per il loro Paese eterna gratitudine. Quel padre era mio padre, quel ragazzo ero io. Quel sacrificio e quel giuramento non li ho mai dimenticati e non li dimenticherò mai> (7).

Un’altra forma del tópos della captatio benevolentiae (“conquista della benevolenza”) è quella che consiste nel manifestare la propria inferiorità. Come ha scritto Bice Mortara Garavelli, <la precettistica degli esordi conteneva minuziose elencazioni degli accorgimenti da adottare per attrarre l’attenzione dell’uditorio, per indurlo a seguire i ragionamenti nelle loro pieghe più riposte e a essere benevolo verso l’oratore>. E così, riguardo a quest’ultimo punto, <a un oratore prestigioso si proponeva, per esempio, di confessare la propria inadeguatezza>, ossia di ricorrere al tópos della simulazione di modestia, <diffusissimo in tutte le letterature e ritenuto psicologicamente efficace, nell’oratoria, perché “c’è un moto naturale di simpatia per chi si trovi in difficoltà”, come Quintiliano ricordava (e come sanno oggi gli esperti di comunicazioni audiovisive, che parlano di “identificazione” di una certa parte del pubblico con il personaggio non troppo sicuro di sé, di fronte alle telecamere)> (8).

Per esempio, Benito Mussolini in certe circostanze chiedeva la comprensione dell’uditorio, sottolineando i limiti della propria elocuzione: <Non ho mai sentito così profonda la mia insufficienza oratoria come ora, davanti alla grandiosità degli eventi ed alla memorabile imponenza della vostra manifestazione. Che cosa vi posso dire se questa imponente manifestazione è più che un discorso, un inno, più che un inno, un’epopea?> (9).

Più recentemente, durante la cosiddetta <sfida del Mugello>, per l’elezione, il 9 novembre 1997, del rappresentante del Collegio senatoriale di Firenze 3, il candidato dello schieramento di centrosinistra, l’ex magistrato Antonio Di Pietro, <compresa la necessità di “battersi” sul campo>, come hanno raccontato Giovanni Bechelloni e Carlo Sorrentino, <incomincia a girare in lungo e in largo. Si presenta. Infatti, nella prima parte della sua campagna l’incipit del suo discorso è sempre lo stesso. Si scusa per l’imbarazzo e la difficoltà di parlare in pubblico – reale e non costruito artificialmente – ma volge subito questo limite (abbondantemente ripreso dai media e schernito dai suoi detrattori) in un vantaggio, perché attribuisce queste difficoltà al fatto di essere un “impolitico”, “uno come voi” (strategia retorica che userà sempre)> (10).

Inoltre, <uno dei consigli dati con più insistenza dai maestri di retorica dell’antichità – hanno rilevato Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca – era quello di elogiare le qualità oratorie dell’avversario e di nascondere, minimizzare le proprie. Tale consiglio è seguito da Antonio: “Non sono un oratore com’è Bruto…” e non era trascurato dal Bismarck: “Del resto, Signori, l’eloquenza non è il mio mestiere… Io non sono un oratore, superiorità che riconosco ben volentieri a chi ha parlato prima di me”> (11).

Per conquistare la benevolenza delle persone che lo ascoltano, il politico può manifestare la capacità di ridere di se stesso. L’ha fatto George W. Bush, che, intervenendo alla cena annuale dell’American Enterprise Institute, il 26 febbraio 2003, all’Hilton Hotel di Washington, esordì così: <Desidero ringraziarvi per avere chiuso un occhio sul mio abbigliamento informale. Stavano per bloccarmi all’ingresso ma Irving Kristol ha detto: “Lasciatelo entrare, lo conosco io”>.

In un’altra circostanza, nel discorso tenuto a Bruxelles, il 21 febbraio 2005, disse: <In questo viaggio in Europa seguo delle orme celebri. Più di due secoli fa Benjamin Franklin è arrivato in questo continente ricevendo grandi plausi. Un osservatore scrisse che “la sua fama era più universale di quella di Leibniz o di Newton, di Federico il Grande o di Voltaire, e la sua figura più amata e stimata della loro”. Quell’osservatore continuò dicendo che non c’era quasi contadino o cittadino che non lo considerasse un amico dell’umanità. Ho sperato di ricevere una simile accoglienza. Ma il segretario di Stato Rice mi ha detto di essere realista> (12).

Anche Silvio Berlusconi, quando se ne presenta l’occasione, non necessariamente all’inizio di un discorso, riesce a ironizzare su se stesso. Lo dimostra il seguente racconto, tratto da un settimanale: <Nell’agosto del 2000, nel pieno di un’ondata di caldo crescente, un gruppo di pubblicitari fu convocato ad Arcore. La dirigenza di Forza Italia doveva dare un ultimo colpo a un languente centrosinistra e si pensava a grandi manifesti stradali che avrebbero dovuto essere “rassicuranti”. I pubblicitari saltarono le ferie, lavorarono e tornarono con bozzetti di tramonti, albe, bambini. Trovarono lui, Silvio Berlusconi, che davanti all’uditorio sbigottito tirò fuori un bozzetto “fatto con un grafico amico mio”. C’era la sua faccia che inondava il lato sinistro del manifesto e la scritta: “La forza di un sogno: cambiare l’Italia”. Qualcuno azzardò: “Se avessimo saputo che voleva la sua faccia…”. Replicò con fulminea autoironia: “Vedete, ho pensato che sui manifesti stradali la gente si ferma a guardare o un culo, o una faccia da culo…”> (13).

È ugualmente possibile usare l’ironia per suscitare simpatia non verso se stessi, ma nei confronti di qualcun altro. Per esempio, a vantaggio del presidente americano George W. Bush, la moglie Laura, parlando alla fine dell’annuale riunione dell’associazione dei corrispondenti della Casa Bianca, tra l’altro rivelò: <George dice sempre di non vedere l’ora di partecipare a queste cene coi rappresentanti della stampa. Tutte balle. Di solito a quest’ora è già a letto. Non sto scherzando. L’altro giorno gli ho detto: “George, se davvero vuoi porre fine alla tirannia nel mondo, bisogna che rimani alzato fino a tardi”. Sono sposata col presidente degli Stati Uniti, ed ecco la tipica serata della coppia presidenziale: il signor Eccitazione dorme come un sasso, e io guardo Desperate Housewives con Lynne Cheney. Signore e signori, anch’io sono una casalinga disperata. Voglio dire, se le donne di quel programma pensano di essere disperate, dovrebbero provare a stare con George […] Io e George siamo agli antipodi: io sono una persona piuttosto silenziosa, lui è un chiacchierone; io sono introversa e lui estroverso; io so pronunciare la parola “nucleare”. La cosa stupefacente, tuttavia, è che io e George eravamo destinati a metterci insieme. Io passavo 12 ore al giorno in biblioteca, eppure l’ho incontrato […] George non sapeva quasi niente su come si tiene un ranch. Ad Andover e a Yale non ci sono buoni corsi di ranching. Ma sono orgogliosa di George. Ha imparato moltissimo dal primo giorno in cui aveva cercato di mungere un cavallo. E quel che è peggio, era un cavallo maschio […] In tutta serietà io amo il ranch e amo la famiglia Bush. Ero figlia unica, e quando mi sono sposata col clan dei Bush, ho avuto fratelli, sorelle e meravigliosi suoceri, che mi hanno accolta a braccia aperte. E, compreso nel pacchetto, c’era anche questo tipo qui> (14).

Quando si tiene un discorso davanti ad un uditorio particolare, for­mato da una determinata categoria di persone, per generare un atteggiamento benevolo, l’emittente deve evidenziare gli elementi che lo accomunano al ricevente. Di tale esigenza era consapevole Benito Mussolini, che tendeva ad adeguarsi alla condizione del pubblico e si qualificava di volta in volta in maniera diversa, come dimostrano i seguenti estratti dalla sua produzione discorsiva:

<Vi parlo non come Capo del Governo, ma come giornalista che ha vissuto tutta la gamma delle emozioni giornalistiche, che ha vissuto tutte quelle che si chia­mano le battaglie giornalistiche, che ha conosciuto la trepidazione di leggere attentamente “la piccola posta” per sapere se l’articolo sareb­be stato o no pubblicato, che ha conosciuto anche il grande orgoglio di sentire che attorno ad un giornale si scatenavano le grandi e nobili passioni di un intero popolo> (La missione della stampa, 27 gennaio 1924)

<Son tra voi non come Capo del Go­verno, non come Capo di un Partito; son tra voi come soldato, come fante. Io che ho visto il fante in trincea, so quanto ha sofferto, quanto ha lottato, quanto sangue ha sparso e quale enorme tributo ha portato alla vittoria italiana> (I discorsi del cinque ottobre, 5 ottobre 1924)

<Signori Ufficiali! Voglio parlarvi più che come Ministro come aviatore che ha volato, che vola e che molto più volerebbe se dipen­desse soltanto dalla sua volontà> (Discorsi agli ufficiali, 7 luglio 1926)

<Il Governo vi considera come i migliori ed i più nobili fra gli italiani, come coloro che devono essere esempio e vessillo per tutti gli italiani. Questo oggi vi dico e come Capo del Governo e come compagno di trincea> (Ai ciechi di guerra, 18 marzo 1923)

<Voi non salutate in me soltanto il Capo del Governo, ma salutate anche un vostro collega; un collega che avendo vissuto la vostra vita, conosce le vostre angustie morali e materiali, conosce i vostri sogni, i vostri bisogni e sa di quante amarezze e di quanta gioia oscura è intessuta la vostra quotidiana esistenza> (Parole ai docenti, 5 dicembre 1925)

<Sono venuto qui non soltanto come capo del Governo, come Presidente del Consiglio: sono venuto qui soprattutto come vostro compagno di trincea e di sacrificio. Quando io sono dinanzi a voi mi riconosco in voi e rivivo quelle che sono certamente le pagine della mia vita alle quali tengo di più […] Ci riconosciamo tutti. Ognuno di noi è certamente stato infangato da quella terribile terra rossa del Carso, ognuno di noi ha sofferto i geli ed i venti delle alti­tudini alpine, ognuno di noi ha vissuto in dimestichezza quotidiana colla vita e la morte> (Alla nuova sede dei mutilati, 11 marzo 1923) (15).

Anche Silvio Berlusconi impiegava tale strategia mirante alla conquista della benevolenza delle persone che lo ascoltavano:

<Ho radici nelle campagne, in quanto ho anch’io raccolto patate, ho anch’io fatto le mietiture, ho passato le sere più fredde dell’inverno nelle stalle dove c’era il caldo e dove si raccontavano delle meravigliose storie di campagna. Sono stato nelle campagne del comasco per tanti anni della mia infanzia. Sono valori che non si dimenticano, che uno si porta dietro per tutta la vita> (Convegno della Confagricoltura, 27 settembre 1994)

<Sono un lavoratore indefesso e quindi qui mi trovo per­fettamente a mio agio> (Congresso della CGIL, 2 luglio 1996)

<Quando ero studente, da figlio di famiglia, ho fatto anche il donnino di casa. Toglievo la polvere e facevo la spesa> (VI congresso nazio­nale della Federcasalinghe, 9 giugno 1994) (16).

NOTE

(1) Di tale forma di captatio benevolentiae abbiamo parlato in un articolo pubblicato il 6 aprile.

(2) Riportato in sito web.

(3) BILL CLINTON, My Life, Mondadori, 2004, pp. 645-646.

(4) ANONIMO, Colori primari, Garzanti, 1996, p. 22.

(5) Riportato in KLAUS DAVI, I conta balle. Le menzogne per vincere in politica, Marsilio, 2005, pp. 50-51.

(6) Riportato in PAOLA DESIDERI, Teoria e prassi del discorso politico, Bulzoni, 1984, p. 41.

(7) Riportato in sito web. Nella conclusione, con una costruzione che potremmo definire “a piramide rovesciata”, Berlusconi ottiene un effetto sorpresa, posticipando la rivelazione sull’identità di “quel ragazzo” e di “quel padre”.

(8) BICE MORTARA GARAVELLI, Manuale di retorica, Bompiani, 1991, pp. 65-66.

(9) Riportato in PAOLA DESIDERI, op. cit., p. 68.

(10) GIOVANNI BECHELLONI, CARLO SORRENTINO, <La sfida del Mugello>, in Problemi dell’informazione, 1, 1998, pp. 93-94.

(11) CHAΪM PERELMAN, LUCIE OLBRECHTS-TYTECA, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, 2013, p. 490.

(12) Entrambi gli interventi sono riportati in siti web.

(13) Il Venerdì di Repubblica, 17 dicembre 2004, p. 40.

(14) Riportato in Il Foglio, 3 maggio 2005.

(15) Riportato in PAOLA DESIDERI, op. cit., pp. 51-52 e 91.

(16) Rispettivamente in: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, DIPARTIMENTO PER L’INFORMAZIONE E L’EDITORIA (a cura di), <Governo Berlusconi. Sette mesi di attività>, in Vita italiana, n° 8-12, agosto-dicembre 1994, p. 312); La Repubblica, 10 giugno 1994, p. 7; Corriere della Sera, 3 luglio 1996, p. 3.